«È stato molto tempo fa, Zio. Dopotutto, io…»
«Non eludere la domanda, per favore» l’interruppe il Barone. Una rabbia crescente risuonò nella sua voce.
Feyd-Rautha lo fissò, pensando: Lo sa, altrimenti non me l’avrebbe chiesto.
«Era tutto un imbroglio, Zio. Per screditare il tuo Maestro degli Schiavi.»
«Molto astuto» disse il Barone. «E anche coraggioso. Quel gladiatore per poco non ti ha ucciso, non è vero?»
«Sì.»
«Se la tua astuzia fosse pari al coraggio, saresti veramente formidabile.» Il Barone scosse ostentatamente la testa. E come aveva fatto molte volte da quel terribile giorno su Arrakis, rimpianse la perdita di Piter, il Mentat. Era stato un uomo dall’astuzia diabolica e sottile. Tuttavia questo non era bastato a salvarlo. Ancora una volta il Barone scosse la testa: il destino, a volte, era imperscrutabile.
Feyd-Rautha esaminò la stanza, studiando i segni della lotta, e si chiese come suo zio fosse riuscito a sopraffare lo schiavo che avevano preparato con tanta cura.
«Come sono riuscito a vincerlo?» disse il Barone. «Ahhh, Feyd… lasciami almeno qualche arma per difendere la mia vecchiaia. È meglio che approfittiamo di questi pochi istanti per concludere un patto.»
Feyd-Rautha lo fissò. Un patto! Allora sono sempre il suo erede. Altrimenti, perché mai parlerebbe di un patto? Ci si accorda soltanto coi propri pari, o quasi.
«Un patto, Zio?» E Feyd-Rautha provò un certo orgoglio per la sua voce calma e ragionevole, che non tradiva l’interna esultanza.
Anche il Barone apprezzò il suo controllo e annuì. «Tu sei un’ottima materia prima, Feyd. E io non la spreco mai. Ma insisti, tuttavia, a non voler riconoscere il valore che io rappresento per te. Sei ostinato, non vuoi capire perché ti convenga risparmiarmi. Questa…» (fece un ampio gesto verso i segni della lotta) «… è stata una follia. E io non premio la follia.»
Arriva al punto, vecchio pazzo! pensò Feyd-Rautha.
«Tu mi consideri un vecchio pazzo» disse il Barone. «Ti sbagli.»
«Mi hai parlato di un patto.»
«Ah, l’impazienza dei giovani» sospirò il Barone. «Bene, ecco il patto, allora: tu cesserai questi folli attentati alla mia vita. E io, quando sarai pronto, abdicherò in tuo favore. Mi ritirerò in una posizione di semplice consigliere, e ti lascerò il trono.»
«Ritirarti, Zio?»
«Pensi sempre a me come a un vecchio pazzo» ribatté il Barone, «e questo lo conferma, non è vero? Sei convinto che ti stia implorando! Stai attento a dove metti i piedi, Feyd. Questo vecchio pazzo ha visto l’ago che avevi piantato nella coscia del ragazzo. Proprio dove avrei appoggiato la mano, eh? La più piccola pressione e… Zac! Un ago avvelenato nel palmo del vecchio pazzo! Ahhh, Feyd…»
Il Barone scosse la testa, pensando: E avrebbe anche funzionato, se Hawat non mi avesse avvertito. Bene, lascia pure che il ragazzo si convinca che mi sia accorto del complotto tutto da solo. In un certo senso è vero. Io ho salvato Hawat dalle rovine di Arrakis. E questo ragazzo deve avere più rispetto per me.
Feyd-Rautha lottò in silenzio con se stesso: Ha detto la verità? Vuole davvero ritirarsi? E perché no? Sono certo di potergli succedere, un giorno, se mi muovo con prudenza. Non può vivere per sempre. Forse è stato stupido da parte mia cercar di affrettare il processo.
«Hai parlato di un patto» disse Feyd-Rautha. «Che garanzie offri?»
«Come possiamo fidarci l’uno dell’altro, eh?» sogghignò il Barone. «Bene, Feyd, per quanto ti concerne, Thufir Hawat ti sorveglierà: ho piena fiducia nei suoi poteri di Mentat, capisci? Per quanto mi riguarda, invece, dovrai prendermi sulla parola. Ma non posso vivere eternamente, Feyd, non è vero? E forse cominci soltanto adesso a sospettare che esistono cose che io so e che anche tu dovresti sapere.»
«Se io ti do la mia parola» insistette Feyd-Rautha, «che cosa mi offri in cambio?»
«Ti offro di continuare a vivere.»
E di nuovo Feyd-Rautha studiò suo zio: Mi fa sorvegliare da Hawat! Che cosa direbbe se gli rivelassi che è stato Hawat in persona a ideare lo scherzo del gladiatore che gli è costato il Maestro degli Schiavi? Probabilmente direbbe che è una menzogna per screditare Hawat. No, il bravo Thufir è un Mentat e ha previsto tutto questo.
«Ebbene, che cosa ne dici?» chiese il Barone.
«Che cosa posso dire? Accetto, naturalmente.»
E Feyd-Rautha pensò ancora: Hawat! Gioca al centro, e mette le estreme l’una contro l’altra… È così, dunque? È forse passato dalla parte di mio zio perché non mi sono consigliato con lui per la faccenda del ragazzo?
«Non hai fatto commenti sulla sorveglianza da parte di Hawat» disse il Barone.
Feyd-Rautha tradì la sua rabbia dilatando le narici. Il nome di Hawat era stato per troppi anni un segnale di pericolo per la famiglia degli Harkonnen… e ora aveva un altro significato. Sempre mortale.
«Hawat è un giocattolo pericoloso» dichiarò.
«Giocattolo! Non essere sciocco. Io so come controllarlo. Hawat è soggetto a profonde emozioni, Feyd. È l’uomo senza emozioni che dobbiamo temere. Ma le emozioni… ah… chi ha profonde emozioni può essere sempre piegato ai nostri desideri!»
«Zio, non ti capisco.»
«Ma è evidente!»
Solo un battito di palpebre tradì l’ondata di risentimento di Feyd-Rautha.
«E quando mai hai capito Hawat?» insisté il Barone.
E tu, allora? pensò Feyd-Rautha.
«Su chi riversa il suo odio, Hawat, per ciò che è diventato?» chiese il Barone. «Su di me? Certamente. Ma lui era uno strumento degli Atreides, e mi ha tenuto a bada per molti anni finché non ho avuto l’Impero al mio fianco. Così lui vede le cose. Il suo odio per me, oggi, è una cosa senza importanza. Crede di potermi vincere in ogni momento. E così, è lui il vinto. Perché dirigo la sua attenzione dove desidero… contro l’Impero.»
Feyd-Rautha corrugò la fronte, in un lampo di comprensione. La sua bocca si restrinse in una linea sottile. «Contro l’Imperatore?»
Lascia che tuo nipote lo assapori, pensò il Barone. Lascia che dica a se stesso: «L’Imperatore Feyd-Rautha Harkonnen!» Che si domandi quanto valga tutto questo… Certamente la vita di un vecchio zio capace di realizzarlo!
Lentamente, Feyd-Rautha si passò la lingua sulle labbra. Possibile che il vecchio pazzo dicesse il vero? C’era molto di più di quanto sembrava a prima vista.
«E Hawat… qual è la sua parte in tutto questo?» domandò.
«Crede di usarci come strumenti della sua vendetta contro l’Imperatore.»
«E quando sarà compiuta?»
«Il suo pensiero non va oltre. Hawat è uno di quegli uomini che devono servire gli altri, anche se non lo sa.»
«Ho imparato molto da lui» disse Feyd-Rautha, e sentì la verità di queste parole. «Ma più imparo, più mi convinco che dovremmo eliminarlo… e subito.»
«Non ti piace l’idea che ti sorvegli?»
«Hawat sorveglia tutti.»
«E potrebbe metterti sul trono. Hawat è astuto. Ma è anche pericoloso, tortuoso. Eppure, non gli toglierò ancora l’antidoto. Anche una spada è pericolosa, Feyd. Ma per questa spada, per Hawat… abbiamo un fodero, il veleno che è in lui. Basterà togliergli l’antidoto e la morte lo inghiottirà.»
«In un certo senso, è come l’arena» commentò Feyd-Rautha. «Finte nelle finte, e ancora finte. Bisogna osservare il gladiatore, i suoi muscoli, i suoi occhi, il modo in cui impugna il coltello.»
Annuì, quando vide che queste parole piacevano a suo zio. Sì! pensò. Come nell’arena! Ma qui è la mente che cala i fendenti!