«Vedi, ora, quanto hai bisogno di me?» disse il Barone. «Sono ancora utile, Feyd.»
Come una spada che s’impugna finché non è del tutto spuntata, pensò Feyd-Rautha.
«Sì, Zio.»
«Ora» continuò il Barone, «andremo giù nel quartiere degli schiavi. E io ti guarderò mentre, con le tue mani, ucciderai tutte le donne nelle stanze del piacere.»
«Zio!»
«Ci saranno altre donne, Feyd. Ma voglio che tu non commetta mai un errore, con me, senza pagarlo.»
Il volto di Feyd-Rautha s’incupì: «Zio, tu…»
«Accetterai la tua punizione e ne farai tesoro» ribatté il Barone.
Feyd-Rautha incontrò lo sguardo pieno di cupidigia dello zio: Devo ricordarmi di questa notte, pensò. E insieme a questa, di molte altre notti.
«Non ti rifiuterai» disse il Barone.
Cosa potresti fare, se rifiutassi, vecchio? si domandò Feyd-Rautha. Ma ci sarebbe stato qualche altro castigo, ancora più sottile. Qualche altro modo, più doloroso, di piegarlo al suo volere.
«Ti conosco, Feyd. Non ti rifiuterai.»
D’accordo, pensò Feyd-Rautha. Ho bisogno di te, adesso. L’ho capito. Il patto è concluso. Ma non avrò sempre bisogno di te. E… un giorno…
Nelle profondità del nostro inconscio c’è un bisogno ossessivo di un universo logico e coerente. Ma il vero universo è sempre un passo al di là della logica.
Molti capi di Grandi Case si sono seduti davanti a me, disse tra sé Thufir Hawat, ma non ho mai visto un maiale più osceno e pericoloso di questo!
«Puoi parlare francamente con me, Hawat» tuonò il Barone. Era sprofondato nella sua sedia a sospensione; gli occhi, sepolti tra le pieghe di grasso, sembravano voler trapassare il Mentat.
Il vecchio Mentat fece scivolare lo sguardo sul tavolo fra sé e il Barone Vladimir Harkonnen, e ammirò la grana del legno. Anche questo andava considerato, quando si giudicava il Barone, insieme con le pareti rosse dello studio privato e col debole odore dolciastro delle erbe che aleggiava nell’aria, mascherando il cupo sentore di muschio.
«Non è stato per un semplice capriccio che mi hai fatto inviare quell’avvertimento a Rabban» continuò il Barone.
Il volto coriaceo di Hawat restò impassibile, senza rivelare la minima traccia del suo disgusto. «Sospetto molte cose, mio Signore» disse.
«Sì? Ebbene, voglio sapere cosa ha a che fare Arrakis con i tuoi sospetti su Salusa Secundus. Non basta che tu mi abbia detto che l’Imperatore si agita a causa di una certa relazione tra Arrakis e il suo misterioso pianeta prigione. Io mi sono affrettato a inviare quell’avvertimento a Rabban soltanto perché il corriere partiva con la prima astronave. Tu mi avevi detto che non era urgente. Benissimo. Ma ora esigo una spiegazione.»
Chiacchiera troppo, pensò Hawat. Il Duca Leto poteva dirmi una cosa con un semplice gesto della mano, o alzando un sopracciglio. E al Vecchio Duca bastava una sola parola a esprimere un’intera frase. Questo è uno zotico villano. Distruggerlo sarà rendere un servizio all’umanità intera.
«Non te ne andrai di qui finché non mi avrai dato una completa spiegazione» disse il Barone.
«Voi parlate troppo alla leggera di Salusa Secundus» replicò Hawat.
«È una colonia penale» dichiarò il Barone. «La peggiore feccia della Galassia viene scaraventata su Salusa Secundus. Che cos’altro c’è da sapere?»
«Le condizioni che regnano sul pianeta prigione sono spaventose» disse Hawat. «Le peggiori dell’intera Galassia. La mortalità fra i nuovi prigionieri, si afferma, supera il sessanta per cento. L’Imperatore esercita lassù tutte le forme possibili di oppressione. E voi, che sapete tutto questo, non vi siete mai posto alcuna domanda?»
«L’Imperatore non consente alle Grandi Case d’ispezionare la sua prigione» grugnì il Barone. «D’altra parte, neppure lui ha mai visto le mie segrete.»
«E ogni curiosità a proposito di Salusa Secundus» continuò Hawat, portando l’indice magro e ossuto alle labbra, «è… ah… scoraggiata.»
«Perché l’Imperatore non è affatto fiero di alcune cose che è costretto a fare lassù!»
Hawat consentì che l’ombra di un sorriso gli sfiorasse le labbra macchiate. I suoi occhi scintillarono alla luce della lampada, mentre fissava il Barone.
«E voi, non vi siete mai chiesto dove l’Imperatore trova i suoi Sardaukar?»
Il Barone strinse le labbra grassocce. Così, assomigliò a un bambino che tenesse il broncio. Replicò, in tono petulante: «Perché mai? Li recluta… Voglio dire, il servizio di leva, gli arruolamenti…»
«Uh!» l’interruppe Hawat. «Le storie che si sentono sulle prodezze dei Sardaukar non sono voci, vero? Sono rapporti di prima mano dei pochi sopravvissuti che li hanno affrontati, non è così?»
«I Sardaukar sono eccellenti soldati, non c’è dubbio» disse il Barone. «Ma io sono convinto che anche le mie legioni…»
«Una massa di escursionisti spensierati, al confronto!» ringhiò Hawat. «Credete che io non sappia per quale ragione l’Imperatore si è scagliato contro la Casa degli Atreides?»
«Questo non è un argomento per le tue speculazioni!» esclamò il Barone.
È possibile che neppure lui conosca i veri motivi dell’Imperatore? si chiese Hawat.
«Qualsiasi argomento è aperto alle mie speculazioni» ribatté, «se ha una relazione anche minima con l’incarico che voi mi avete affidato. Io sono un Mentat. Non si nasconde alcuna informazione, alcun dato a un Mentat.»
Per un lungo minuto, il Barone lo fissò in silenzio, poi annuì: «Di’ quello che devi dire, Mentat…»
«L’Imperatore Padiscià si è scagliato contro la Casa degli Atreides perché i Maestri di Guerra del Duca, Gurney Halleck e Duncan Idaho, avevano addestrato una unità di combattimento… una piccola unità… il cui valore sfiorava quello dei Sardaukar. Alcuni uomini erano perfino migliori. E il Duca stava per accrescere questa unità, rendendola potente quanto le forze dell’Imperatore.
Il Barone soppesò la rivelazione, e poi: «Qual è la parte di Arrakis in tutto questo?»
«Il pianeta è una fonte di reclute già condizionate e addestrate a sopravvivere nelle condizioni più difficili.»
Il Barone scosse la testa: «È possibile che tu intenda… i Fremen?»
«Intendo proprio i Fremen.»
«Ah! E allora, perché avvertire Rabban? Dopo il pogrom dei Sardaukar e la repressione di Rabban, è rimasto soltanto un pugno di Fremen!»
Hawat lo fissò in silenzio.
«Soltanto un pugno!» ripeté il Barone. «Solo l’anno scorso Rabban ne ha uccisi seimila!»
E tuttavia, Hawat continuava a fissarlo.
«E l’anno prima novemila. E i Sarduakar, prima di andarsene, devono averne massacrati almeno ventimila.»
«Quali sono state le perdite di Rabban negli ultimi due anni?» chiese Hawat.
Il Barone si sfregò una guancia. «Beh, ha la mano piuttosto pesante nel reclutare, a dire il vero. I suoi agenti fanno promesse stravaganti, e…»
«Trentamila?» disse Hawat.
«Questo mi sembra un po’ troppo…» cominciò il Barone.
«Al contrario!» esclamò Hawat. «So leggere tra le righe dei rapporti di Rabban quanto voi. E voi avrete certamente capito quelli dei miei agenti.»
«Arrakis è un pianeta crudele» disse il Barone. «Le sole perdite dovute alle tempeste…»
«Sappiamo entrambi le perdite dovute alle tempeste» l’interruppe Hawat.