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«Ma la spezia, il profitto, il…»

«Esigete i profitti della vostra baronia, ma state bene attento al modo in cui formulerete le vostre richieste. Chiedete una somma fissa a Rabban. Noi possiamo…»

Il Barone alzò le braccia: «Ma come posso esser certo che quella volpe di mio nipote non sia…»

«Abbiamo ancora le nostre spie su Arrakis. Dite a Rabban che deve rispettare la sua quota di spezia, o sarà esautorato.»

«Conosco mio nipote» replicò il Barone. «Questo lo spingerà a opprimere ancora di più la popolazione.»

«Ma certamente!» esclamò Hawat. «Voi non potete volere che si fermi adesso! Voi volete soltanto una cosa: le mani pulite. Lasciate dunque che sia Rabban a creare per voi questo nuovo Salusa Secundus. Non c’è neppure bisogno di mandargli i prigionieri. Ha a sua disposizione tutto il popolo di Arrakis. Se Rabban spremerà la sua gente per rispettare la quota di spezia, l’Imperatore non avrà più alcuna ragione di sospettare altri motivi. La spezia è più che sufficiente per mettere alla tortura un intero pianeta. Quanto a voi, Barone, non una sola parola o un solo atto che smentiscano questa convinzione.»

Il Barone non riuscì a cancellare una nota di ammirazione nella propria voce: «Hawat, quanto sei tortuoso! Ma come potremo penetrare in Arrakis e impadronirci di quello che Rabban ci sta preparando?»

«È la cosa più semplice, Barone. Se ogni anno voi aumenterete la quota rispetto all’anno precedente, le cose raggiungeranno presto il limite. La produzione precipiterà a zero. Voi potrete esautorare Rabban e prendere il suo posto… per rimediare al disastro.»

«Tutto quadra» disse il Barone. «Ma io sono stanco di tutto questo. Sto preparando un altro che si occuperà di Arrakis… al mio posto.»

Hawat studiò il volto grasso e flaccido davanti a lui. Lentamente il vecchio soldato spia annuì. «Feyd-Rautha» mormorò. «Così, questo è il vero motivo della selvaggia oppressione di Arrakis. Anche voi siete tortuoso, Barone. Forse possiamo fondere insieme i due piani. Sì. Il vostro Feyd-Rautha può presentarsi come il salvatore di Arrakis. Può guadagnarsi il favore delle masse. Sì…»

Il Barone sorrise. E dietro il suo sorriso, si domandò: E fino a qual punto questo coincide col piano personale di Hawat?

Hawat capì che il colloquio era finito. Si alzò e lasciò la camera dalle rosse pareti. Allontanandosi, non riusciva a dimenticare le inquietanti incognite che sembravano spuntare da ogni parte in ogni sua speculazione su Arrakis… Il nuovo capo religioso, al quale Gurney Halleck aveva accennato dal suo nascondiglio tra i contrabbandieri, questo Muad’Dib.

Forse non avrei dovuto dire al Barone che lasci fiorire liberamente questa religione tra le genti del pan e del graben, pensò. È noto che la repressione favorisce l’espandersi delle religioni.

E ripensò ai rapporti di Halleck sulle tattiche di guerriglia dei Fremen. Esse puzzavano dello stesso Halleck… di Idaho… e perfino di Hawat.

Idaho è riuscito a sopravvivere? si chiese.

Ma era una domanda futile. Non si era ancora chiesto se era possibile che Paul fosse sopravvissuto. Sapeva che il Barone era convinto che tutti gli Atreides fossero morti. La strega Bene Gesserit era stata la sua arma, il Barone l’aveva riconosciuto. E questo poteva significare soltanto che erano tutti morti… perfino il figlio di quella donna.

Quale odio velenoso deve avere avuto quella donna per gli Atreides! pensò. Un odio simile a quello che io provo per questo Barone. Il mio colpo finale sarà definitivo come il suo?

In tutte le cose c’è un ritmo che è parte del nostro universo. Ha simmetria, eleganza e grazia: le qualità in cui si coglie il vero artista. È il ritmo delle stagioni, il modo in cui la sabbia modella una cresta, sono i rovi creosoto e il profilo delle foglie. Noi cerchiamo di copiare questi disegni, di trasferirli nelle nostre vite e nella nostra società, di farne rivivere il ritmo, la danza che ci riconfortano. E tuttavia, un pericolo si nasconde nella perfezione finale. È chiaro che lo schema ultimo contiene la sua propria fissità. In questa perfezione ogni cosa procede verso la morte.

dalla «Raccolta dei detti di Muad’Dib», della Principessa Irulan

Paul Muad’Dib ricordò un pasto, carico di spezia. Si afferrò a quel ricordo, che era l’unico ancoraggio sicuro. In base ad esso poteva dirsi che il momento presente doveva essere un sogno.

Io sono la scena degli eventi, pensò. Io sono vittima di una visione imperfetta, della coscienza razziale e del suo terribile scopo.

E tuttavia non poteva sfuggire alla paura di essersi in qualche modo superato, di aver perduto la sua posizione nel tempo: il passato, il presente e il futuro si mescolavano confusamente. Era una specie di affaticamento visivo, il quale era dovuto, lo sapeva, alla necessità costante di mantenere la sua prescienza del futuro come una sorta di ricordo, qualcosa di intrinsecamente legato al passato.

Chani mi ha preparato la cena, si disse.

E tuttavia Chani era nel profondo Sud, nel gelido paese dove il sole bruciava, nascosta in una delle nuove roccaforti sietch, al sicuro con suo figlio, Leto II.

O forse era una cosa non ancora accaduta?

No, si rassicurò, poiché Alia la Strana, sua sorella, era anche lei laggiù, con sua madre e con Chani: un viaggio di venti martellatori verso sud, in un palanchino da Reverenda Madre, fissato al dorso di un creatore selvaggio.

Scacciò il pensiero di cavalcare il verme gigante e si chiese: O forse Alia non è ancora nata?

Una razzia, ricordò Paul. Ci siamo precipitati a recuperare l’acqua dei nostri morti ad Arrakeen. E io ho trovato i resti di mio padre sulla pira funeraria. Ho edificato un tempio per il teschio di mio padre nella rocca dei Fremen che guarda il Passo di Harg.

O forse non è ancora accaduto?

Le mie ferite sono reali. Le mie cicatrici sono reali. E anche l’altare col teschio di mio padre è reale.

Ancora immerso nel sogno, Paul si ricordò che Harah, la donna di Jamis, un giorno si era precipitata da lui per annunciargli che vi era stato uno scontro nel corridoio del sietch. Questo era stato nel primo sietch, quando le donne e i fanciulli non erano ancora stati inviati nel profondo Sud.

Harah era comparsa sulla soglia della stanza interna, le ali nere dei suoi capelli corvini spinte all’indietro e legate da una catena di anelli d’acqua. Aveva scostato violentemente i tendaggi per dirgli che Chani aveva appena ucciso qualcuno.

Questo è realmente accaduto, si disse Paul. Non è fatto del mio tempo. Non sarà più cambiato.

Paul ricordò di essersi precipitato fuori: aveva incontrato Chani sotto i globi gialli del corridoio, avvolta in una tunica azzurra, il cappuccio gettato all’indietro, ansante, il suo viso da elfo rosso per lo sforzo sostenuto. Stava infilando il cryss nel fodero. Un gruppo d’uomini si allontanava in fretta, accalcandosi nel corridoio, con un fardello.

Si ricordò di aver pensato: Si capisce subito, quando c’è un corpo da trasportare.

Gli anelli d’acqua di Chani tintinnarono quando la fanciulla si voltò verso di lui: li portava liberamente nel sietch, intorno al collo.

«Chani, che cosa è accaduto?»

«Ho eliminato qualcuno che era venuto a sfidarti, Usul.»