«Tu lo hai ucciso?»
«Sì, ma… forse avrei dovuto lasciarlo ad Harah.»
(E Paul si ricordò della gente intorno a lui, che aveva mostrato di apprezzare queste parole. Perfino Harah era scoppiata a ridere.)
«Ma era venuto a sfidare me!»
«Tu mi hai insegnato l’arte magica, Usul.»
«Certo! Ma tu non…»
«Sono nata nel deserto, Usul. So usare un cryss.»
Paul dominò la collera e si sforzò di parlare con calma: «Tutto questo è senz’altro vero, Chani, ma…»
«Non sono più una bambina che dà la caccia agli scorpioni nel sietch, alla luce di un globo portatile, Usul. Non gioco più.»
Paul la fissò, corrucciato, colpito dall’improvvisa ferocia rivelata con tanta disinvoltura.
«Non meritava di sfidarti, Usul» disse Chani. «Non avrei disturbato la tua meditazione per uno come lui.» Gli si avvicinò, lo guardò di sfuggita e la sua voce divenne un mormorio: «E poi, mio amato, quando si saprà che un uomo ha incontrato me e ha fatto una fine ignominiosa per mano della donna di Muad’Dib, saranno ben pochi quelli che oseranno sfidarti».
Sì, pensò Paul, questo è certamente accaduto. È il passato autentico. E il numero di quelli che volevano sfidare la nuova lama di Muad’Dib è diminuito drasticamente.
In qualche luogo, in un mondo che non apparteneva al sogno, ci fu un movimento: il grido di un uccello notturno.
Io sto sognando, si disse Paul. È il cibo a base di spezia.
Tuttavia, provava ancora questa sensazione di abbandono. Si chiese se non fosse possibile che il suo spirito ruh fosse in qualche modo scivolato nel mondo in cui, secondo i Fremen, egli aveva la sua vera esistenza l’Alam al-Mithal, il mondo delle similitudini, quel reame trascendente in cui ogni limitazione fisica era annullata. Al pensiero di quel mondo ebbe paura, perché la mancanza di ogni limitazione significava la scomparsa di tutti i punti di riferimento. In questo mitico universo era impossibile orientarsi e dire: «Io sono io perché io sono qui».
Sua madre gli aveva detto, una volta: «Il popolo è diviso. Almeno una parte, non sa cosa pensare di te».
Devo essere sul punto di svegliarmi, pensò Paul. Poiché questo era accaduto: erano le precise parole di sua madre, Lady Jessica, ora Reverenda Madre dei Fremen. Queste parole appartenevano alla realtà.
Jessica temeva i legami religiosi che si erano instaurati tra lui e i Fremen, Paul lo sapeva. Non le piaceva sentire che il popolo dei sietch e quello del graben si riferivano a Muad’Dib come a Lui. Lei stessa non cessava d’interrogare le tribù, disseminando le sue Sayyadina, raccogliendo le loro risposte e meditando malinconicamente su di esse.
Gli aveva citato un proverbio Bene Gesserit: «Quando religione e politica viaggiano sullo stesso carro, i viaggiatori pensano che niente li possa fermare. Vanno sempre più rapidi, rapidi, rapidi. Non pensano agli ostacoli e si dimenticano che un precipizio si rivela sempre troppo tardi».
Paul ricordò di essersi seduto nell’appartamento di sua madre, nella stanza più interna tappezzata di cupi tendaggi ricamati con disegni ispirati alla mitologia Fremen. L’aveva ascoltata a lungo, notando il modo in cui lei osservava instancabilmente, anche quando abbassava gli occhi. Il suo volto ovale aveva nuove pieghe agli angoli della bocca, ma i suoi capelli risplendevano ancora come il bronzo. I suoi grandi occhi verdi, tuttavia, erano velati dalla sfumatura azzurra della spezia.
«I Fremen hanno una religione semplice e pratica» lui aveva replicato.
«Nessuna religione è semplice» lei l’aveva avvertito.
Ma Paul, considerando il futuro denso di nubi tempestose che incombevano su di loro, fu travolto dall’ira. Riuscì a dire soltanto: «La religione unifica le nostre forze. È la nostra mistica».
«Tu coltivi deliberatamente questa atmosfera» lo accusò lei. «Non smetti mai d’indottrinarli.»
«È quello che mi hai insegnato.»
Ma quel giorno Jessica era piena di rimproveri e di contraddizioni. Vi era stata la cerimonia della circoncisione del piccolo Leto. Paul aveva capito alcune delle ragioni per cui era sconvolta. Sua madre non aveva mai accettato il suo legame… il «matrimonio di gioventù» con Chani. Ma Chani aveva generato un figlio agli Atreides, e Jessica non aveva potuto rinnegare il figlio con la madre.
Sotto il suo sguardo, Jessica aveva reagito: «Tu pensi che io sia una madre snaturata?»
«Certamente no.»
«Vedo come mi guardi quando sono con tua sorella. Tu non la capisci.»
«So perché Alia è diversa» replicò Paul. «Non era ancora nata, ma parte di te stessa, quando hai trasformato l’Acqua di Vita. Alia…»
«Tu non sai niente di tutto questo!»
E Paul, incapace di spiegare la conoscenza che aveva estratto dal tempo, ribatté soltanto: «Non sei una madre snaturata».
Jessica capì la sua angoscia, e disse: «Figlio mio, devo confessarti una cosa».
«Sì?»
«Voglio bene alla tua Chani. La accetto.»
Questo era reale, si disse Paul. Non era una visione imperfetta che gli stessi dolori del parto del tempo avrebbero potuto cambiare.
Questa sicurezza gli garantì una solida presa sul mondo. Frammenti di realtà comparvero nel suo sogno. Seppe bruscamente di trovarsi in un hiereg, un accampamento nel deserto. Chani aveva piantato la sua tenda distillante sulla sabbia farinosa, così morbida… Questo poteva soltanto significare che Chani era lì vicino… Chani, la sua anima, la sua sihaya, dolce come la primavera del deserto, Chani tra i palmeti del profondo Sud.
Ora ricordò la canzone delle sabbie che aveva scelto per l’ora del sonno:
E poi aveva intonato il canto di marcia che, sulla sabbia, univa gli innamorati, il ritmo simile al fruscio delle dune sotto i piedi:
In un’altra tenda qualcuno aveva pizzicato un baliset. E allora aveva pensato a Gurney Halieck. Al ricordo di quella musica familiare aveva pensato a Gurney, di cui aveva intravisto il volto in una banda di contrabbandieri; Gurney, invece, non l’aveva visto: non doveva vederlo, per non riaccendere inavvertitamente la caccia degli Harkonnen al figlio del Duca ucciso.
Ma lo stile di colui che suonava, quella notte, il tocco delicato di quelle dita sulle corde del baliset risvegliarono un nome nella memoria di Paul. Quello di Chatt il Saltatore, capitano dei Fedaykin, i commandos suicidi cui era affidata la salvezza di Muad’Dib.
Siamo nel deserto, si ricordò. Nell’erg centrale, al di là delle pattuglie degli Harkonnen. Sono qui per camminare sulla sabbia, per attirare il creatore e cavalcarlo grazie alla mia astuzia, e provare che io sono totalmente un Fremen.
Sentì la presenza della pistola maula alla cintura, e del cryss. E intorno a sé percepì il silenzio.
Era quel silenzio particolare che prelude al mattino, quando gli uccelli notturni si sono già ritirati e le creature del giorno non hanno ancora annunciato il loro risveglio al nemico, il sole.