Il suo sguardo corse sul deserto, nella grigia luminosità dell’alba, sul paesaggio che superava ogni desolazione, su questa sabbia eternamente uguale, l’immagine di se stessa. Un lampo accecante si disegnò in una zona d’ombra, verso sud: una tempesta giunta al parossismo elettrico. Il rombo del tuono rimbalzò a lungo.
«La voce che beatifica la terra» disse Chani.
Altri uomini uscivano dalle tende. Le sentinelle ritornavano dai bordi dell’accampamento. Tutto intorno a lui procedeva alla perfezione, secondo l’antica routine che non richiedeva alcun ordine.
«Dai il minor numero possibile di ordini» gli aveva detto un giorno suo padre… molto tempo fa. «Una volta che avrai dato un ordine a proposito di una certa cosa, dovrai ripeterlo continuamente.»
I Fremen conoscevano istintivamente questa regola.
Il Maestro d’Acqua della truppa intonò il canto del mattino, e vi aggiunse le parole rituali per l’iniziazione di un nuovo cavaliere delle sabbie.
«Il mondo è una carcassa» salmodiò, e il suo lamento riecheggiò tra le dune. «Chi può respingere l’Angelo della Morte? Ciò che Shai-hulud ha deciso, deve essere.»
Paul ascoltò: queste erano le stesse parole con cui si iniziava il canto della morte dei suoi Fedaykin: quello che intonavano lanciandosi nella battaglia.
Vi sarà un nuovo mausoleo di roccia, oggi, per celebrare la dipartita di un’altra anima? si chiese Paul. Forse i Fremen faranno tappa, qui, nel futuro, aggiungendo un’altra pietra e pensando a Muad’Dib che morì in questo luogo?
Sapeva che questa era una delle alternative possibili, uno dei fatti che s’irradiavano nel futuro a partire da quel punto preciso dello spaziotempo. La visione imperfetta lo tormentava. Più si opponeva al suo terribile scopo e lottava contro l’avvento del jihad, più il turbine si accelerava. Il suo avvenire si trasformava in un fiume che si precipitava dentro un abisso, un groviglio di violenza oltre il quale tutto era nebbia e nuvole.
«Stilgar si avvicina» disse Chani. «Devo separarmi da te, mio amato. Ora devo essere la Sayyadina e assistere al rito, perché sia trascritto in tutta la sua verità nelle Cronache.» Lo fissò, e per un attimo si sentì venir meno. Poi riacquistò il controllo: «Quando tutto questo sarà finito, ti preparerò la colazione con le mie stesse mani». Poi si voltò, allontanandosi.
Stilgar giunse attraverso la sabbia farinosa, sollevando ciuffi di polvere. Le profondità oscure dei suoi occhi fissarono Paul con uno sguardo indomito. La barba nera che affiorava dal bordo della tuta, le guance rugose, tutto sembrava scolpito dal vento nella roccia.
Portava lo stendardo di Paul, verde e nero, l’asta del quale nascondeva un tubo d’acqua… una bandiera ormai leggendaria su Arrakis. Con una traccia d’orgoglio, Paul pensò: La più semplice delle cose che io faccio diviene leggenda. Avranno già notato il modo in cui ho congedato Chani, e come accolgo Stilgar… il più piccolo dei miei gesti, oggi. Che io muoia o che io viva, sarà sempre una leggenda. Non devo morire. Poiché rimarrebbe soltanto la leggenda e nulla più potrebbe arrestare il jihad.
Stilgar piantò l’asta della bandiera nella sabbia accanto a Paul e lasciò ricadere le braccia sui fianchi. Gli occhi azzurri nell’azzurro continuarono a fissarlo, indomiti. E Paul pensò che anche i suoi occhi stavano acquistando il colore della spezia.
«Ci hanno negato lo Hajj» dichiarò Stilgar, con rituale solennità.
E Paul rispose, come Chani gli aveva insegnato: «Chi può negare a un Fremen il diritto di camminare o cavalcare dove vuole?»
«Io sono un Naib» disse Stilgar. «Nessuno mai mi prenderà vivo. Io sono un piede del tripode della morte che distruggerà i nostri nemici.»
Il silenzio calò su di loro.
Paul lanciò un’occhiata agli altri Fremen, immobili sulla sabbia oltre Stilgar, immersi nella loro personale preghiera. E pensò che i Fremen erano un popolo che viveva per uccidere, un intero popolo che era sempre vissuto nella rabbia e nel dolore, senza mai pensare che potessero esistere altre cose, fuorché il sogno che Liet-Kynes aveva donato ad essi prima di morire.
«Dov’è il Signore che ci ha condotto attraverso deserti e gli abissi?» chiese Stilgar.
«È sempre con noi» risposero i Fremen.
Stilgar si raddrizzò, si avvicinò a Paul e gli sussurrò: «Ora, ricordati quanto ti ho detto. Devi agire nel modo più semplice e diretto. Senza alcuna fantasia. Noi Fremen cavalchiamo il creatore già a dodici anni. Tu hai sei anni di più, e non sei nato per questa vita. Non devi impressionare nessuno col tuo coraggio. Sappiamo che sei coraggioso. Devi soltanto chiamare il creatore e cavalcarlo».
«Me ne ricorderò» disse Paul.
«Ci conto. Non ho alcun desiderio che la vergogna ricada sul tuo insegnante.»
Stilgar estrasse dalla veste una bacchetta di plastica lunga circa un metro. Un’estremità era appuntita, l’altra aveva un meccanismo a molla. «Ho preparato io stesso questo martellatore. È buono. Accettalo.»
Paul sentì nella mano la superficie liscia e cedevole della plastica, e il suo tepore.
«Shishakli ha i tuoi ami» riprese Stilgar. «Te li darà non appena tu sarai su quella duna, laggiù.» Indicò alla sua destra. «Chiama un grosso creatore, Usul. Mostraci la strada.»
La voce di Stilgar era insieme solenne e piena dell’inquietudine di un amico.
In quell’istante il sole sembrò balzare sopra l’orizzonte. Il cielo acquistò la sfumatura grigio argento che annunciava una giornata torrida.
«Ecco il giorno ardente» disse Stilgar, e la sua voce aveva tutta la solennità del rito. «Vai, Usul, e cavalca il creatore, solca la sabbia come si addice a un condottiero.»
Paul salutò il suo stendardo, il quale pendeva inerte: il vento dell’alba era cessato. Si voltò verso la duna che Stilgar gli aveva indicato: un pendio roccioso con una cresta a forma di «S». Già la maggior parte dei Fremen sì allontanava in direzione opposta, risalendo la duna che aveva ospitato l’accampamento.
Una figura avvolta nel mantello rimaneva sul sentiero di Pauclass="underline" Shishakli, un capo dei Fedaykin; soltanto i suoi occhi erano visibili, sotto le palpebre fortemente segnate, fra il cappuccio e il bordo della tuta. All’avvicinarsi di Paul, gli porse due aste sottili, simili a due fruste. Erano lunghe circa un metro e mezzo e munite di uncini di plastacciaio a un’estremità, e sull’altra di un manico ruvido per facilitare la presa.
Paul le afferrò ambedue con la sinistra, secondo il rituale.
«Questi sono i miei ami» disse Shishakli, con voce rauca. «Non hanno mai sbagliato.»
Paul annuì in silenzio, come prescritto, superò l’uomo e risalì il pendio della duna. Sulla cresta si guardò indietro e vide i Fremen che si spargevano intorno come uno sciame d’insetti, sventolando i mantelli. Era solo, adesso, in cima alla duna, con l’orizzonte piatto e immobile davanti a lui. Era una buona duna, questa che Stilgar aveva scelto per lui, più alta delle altre, e gli consentiva una vista più vantaggiosa.
Piegandosi in avanti, Paul piantò il martellatore in profondità sul lato della duna rivolto al vento, dove la sabbia era più compatta e avrebbe consentito una miglior propagazione al rumore. Poi esitò, ripassando mentalmente la lezione e gli imperativi di vita e di morte che doveva affrontare.
Non appena avesse schiacciato l’impugnatura a molla, il martellatore avrebbe cominciato a battere il suo appello. In qualche punto, nelle profondità della sabbia, un verme gigante (un creatore) l’avrebbe udito e si sarebbe precipitato verso l’origine del rumore. Con le aste uncinate simili a fruste, Paul avrebbe agganciato un anello del verme e sarebbe balzato in groppa al creatore. Finché l’uncino avesse mantenuto aperto il bordo dell’anello, esponendo all’abrasione della sabbia gli strati interni sensibili, il creatore non sarebbe più sprofondato sotto il deserto. Al contrario avrebbe sollevato il suo corpo gigantesco arcuandolo, nel tentativo di allontanare il più possibile dalla superficie sabbiosa il segmento aperto.