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Sono un cavaliere delle sabbie, si disse Paul.

Fissò gli uncini che stringeva nella mano sinistra: pensò che avrebbe dovuto soltanto farli scivolare lungo i fianchi ricurvi del gigantesco creatore, per far sì che il verme contraesse il corpo e si curvasse su quel lato, e per poi guidarlo dove voleva. Aveva già visto questa manovra. Lo avevano già fatto salire sul fianco di un verme per brevi cavalcate di allenamento. Il verme catturato poteva esser cavalcato finché non si arrestava esausto tra le dune, e allora bisognava chiamare un nuovo creatore.

Una volta superata la prova, Paul sapeva che l’avrebbero autorizzato a compiere il viaggio di venti martellatori fino alle terre del sud, libero di riposarsi nei nuovi sietch e tra i palmeti, dove le donne e i bambini erano stati condotti per sfuggire al pogrom.

Alzò la testa e guardò a sud, ricordandosi che il creatore che sarebbe sorto dal sud era un fattore ignoto, e che, del resto, anche colui che lo chiamava era nuovo a questa prova.

«Devi calcolare con cura il suo avvicinamento» gli aveva detto Stilgar. «Devi essere abbastanza vicino per poter balzare sulla sua schiena quando ti passerà accanto, e abbastanza lontano per evitare che ti inghiottisca.»

Con un gesto improvviso Paul liberò l’impugnatura a molla del martellatore, e il richiamo cominciò a rullare sulla sabbia: «Bum!… Bum!… Bum!…»

Paul si raddrizzò e scrutò l’orizzonte e ricordò ancora le parole di Stilgar: «Esamina con cura la sua linea di avvicinamento. Ricorda che un verme molto raramente si avvicina a un martellatore senza farsi vedere. In tutti i casi, ascolta. Forse puoi udirlo prima ancora di vederlo».

E, al colmo della notte, Chani, in preda al terrore per lui, gli aveva mormorato: «Quando attraversi il sentiero di un creatore, devi restare immobile e silenzioso. Devi essere, e pensare, come un mucchio di sabbia. Nasconditi nel tuo mantello e diventa una duna, anche nel tuo intimo».

Lentamente, Paul esplorò l’orizzonte, ascoltando, pronto a osservare i segni che gli erano stati insegnati.

Giunse da sudest, un sibilo lontano, un sussurrio della sabbia. Qualche istante dopo distinse il profilo della creatura che avanzava contro la luce dell’alba, e si rese conto di non aver mai visto un verme così grande, anzi, di non averne mai sentito parlare. La creatura era lunga quasi tre chilometri, e le onde di sabbia sulla sua testa erano come l’avvicinarsi di una montagna.

Non ho mai visto niente di simile nella mia vita o nelle mie visioni, pensò. Si precipitò in avanti, verso il segno del verme, interamente assorbito dagli imperativi di questo istante. 

«Controlla la moneta e le alleanze. Che la canaglia si diverta col resto.» Questo dice l’Imperatore Padiscià. E aggiunge: «Se volete profitti, dovete regnare» C’è della verità in queste parole, ma io mi chiedo: «Chi è la canaglia e chi sono i regnanti?»

messaggio segreto di Muad’Dib al Landsraad, tratto dal
«Risveglio di Arrakis», della Principessa Irulan

Un pensiero non sollecitato si affacciò alla mente di Jessica: Paul sarà sottoposto alla prova dei cavalieri delle sabbie, adesso. Hanno cercato di tenermelo nascosto, ma è fin troppo evidente.

E Chani è partita per qualche misteriosa destinazione.

Jessica sedeva nella sua camera, approfittando di un breve riposo tra due lezioni notturne. Era una stanza piacevole, ma non così vasta come quella che l’aveva ospitata al Sietch Tabr prima della loro fuga dal pogrom. Tuttavia, i tappeti erano soffici, come pure i cuscini, e vi erano un basso tavolino da caffè e tende multicolori alle pareti: alcuni globi luminosi irradiavano una dolce luminosità gialla. La stanza era impregnata dell’acre, antico odore dei Fremen, un odore che Jessica aveva finito per associare a un senso di sicurezza.

E tuttavia sapeva che non sarebbe mai riuscita a superare la sensazione di trovarsi in un luogo straniero. E questa differenza nessun tappeto, nessuna tenda multicolore poteva cancellarla.

Un debole rullio, un tintinnio le giunsero. Riconobbe il rito che celebrava un parto. Quello di Subiay, probabilmente. Il suo momento si avvicinava. Jessica sapeva che molto presto le avrebbero portato il bambino (un cherubino dagli occhi azzurri) perché la Reverenda Madre lo benedicesse. Sapeva inoltre che sua figlia, Alia, partecipava alla celebrazione e le avrebbe riferito ogni particolare.

Non era ancora il momento di recitare le preghiere serali della separazione. Non avrebbero iniziato la celebrazione di una nascita a poca distanza dalle cerimonie in cui avrebbero pianto le razzie di schiavi su Poritrin, Bela Tegeusi, Rossak e Harmonthep.

Jessica sospirò. Sapeva che tentava di non pensare a suo figlio e ai pericoli che doveva affrontare… i pozzi trappola con gli spuntoni avvelenati, le incursioni degli Harkonnen (anche se un po’ alla volta queste diventavano più rare grazie alle nuove armi che Paul aveva procurato ai Fremen per abbattere velivoli e predatori), e infine i pericoli naturali del deserto: i creatori, la sete e i crepacci di sabbia.

Pensò di chiamare qualcuno per il caffè, e nello stesso tempo rifletté sul paradosso rappresentato dal modo di vivere dei Fremen, alla comodità di questi sietch, nelle caverne, al confronto dei pyon del graben. E ancora, come resistessero molto più di un qualsiasi mercenario Harkonnen a uno hajr nel deserto.

Una mano bruna s’infilò fra le tende al suo fianco, depose una tazza sul tavolino e si ritirò. Dalla tazza si alzò l’aroma del caffè di spezia.

Un’offerta per la celebrazione della nascita, pensò Jessica.

Prese la tazza e sorseggiò il caffè, sorridendo a se stessa. In quale altra società dell’universo una persona nella mia posizione potrebbe accettare una bevanda anonima e berla senza paura? si chiese. Ora potrei mutare qualsiasi veleno prima che mi faccia del male, ma il donatore non lo sa.

Sorseggiò il caffè caldo e delizioso, assaporando l’energia e il vigore della bevanda. E si chiese quale altra società avrebbe avuto un riguardo così naturale per la sua intimità e per il suo conforto, al punto che il donatore s’intrometteva nella sua stanza solo per l’attimo sufficiente a depositare il dono, senza neppure presentarsi a lei. Il dono proveniva dal rispetto e dall’amore… con soltanto una leggerissima punta di paura.

Poi, un nuovo elemento si chiarì nella sua mente: lei aveva pensato al caffè ed esso era venuto. Non aveva nulla a che vedere con la telepatia, lei lo sapeva. Era il tau, l’unità nella comunità del sietch: una compensazione dell’elusivo veleno della spezia che tutti assimilavano. La grande massa della gente non avrebbe mai potuto sperare di raggiungere la libertà che le aveva conferito il seme di spezia: non erano stati né addestrati, né preparati. Le loro menti respingevano quello che non potevano capire o accettare. Ma a volte essi percepivano e reagivano come un unico organismo.

E il pensiero che si trattasse di semplici coincidenze non era mai passato nelle loro menti.

Paul ha subito la prova? si chiese Jessica. È senz’altro capace di superarla, ma gli incidenti colpiscono anche i più bravi.

L’attesa.

È la monotonia, pensò. Non si può aspettare così a lungo. La monotonia, la tristezza ti sommergono.

L’attesa impregnava in molti modi le loro esistenze.