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Jessica annuì. Sentì crescere l’agitazione di Alia, al suo fianco.

«Tu sai quello che voglio dire» continuò Harah. «Il modo in cui ha sempre saputo quello che stavamo per dirle. Si è mai visto un bambino che sapesse già tutto della disciplina d’acqua? Le sue prime parole sono state: ’Ti voglio bene, Harah’.»

Puntò gli occhi su Alia: «Perché credi che io accetti i suoi insulti? So che non c’è malizia nelle sue parole».

Alia alzò lo sguardo sulla madre.

«Sì, io so ragionare, Reverenda Madre» disse ancora Harah. «Avrei potuto essere una Sayyadina. Ho visto quello che ho visto.»

«Harah…» Jessica alzò le spalle. «Non so che cosa dirti.» E provò sorpresa, perché era vero.

Alia si raddrizzò, irrigidì le spalle. Jessica percepì la fine dell’attesa, un’emozione fatta di tristezza e di decisione.

«Abbiamo commesso un errore» disse Alia. «Ora abbiamo bisogno di Harah.»

«È stato durante la Cerimonia del Seme» spiegò Harah. «Quando hai cambiato l’Acqua della Vita, Reverenda Madre. Quando Alia era dentro di te, non ancora nata.»

Abbiamo bisogno di Harah? si chiese Jessica.

«Chi altri può parlare alla gente e far sì che comincino a capirmi?» chiese Alia.

«Cosa vuoi che faccia?» disse Jessica.

«Lei lo sa già» replicò Alia.

«Dirò a tutti la verità» disse Harah. Il suo viso sembrò improvvisamente vecchio e triste, la pelle olivastra segnata da una fitta rete di rughe, il profilo simile a quello di una strega. «Dirò a tutti che Alia fa finta di essere una bambina… che non è mai stata bambina.»

Alia scosse la testa. Aveva le guance bagnate di lagrime e Jessica sentì un’ondata di tristezza che emanava da sua figlia come se l’emozione travolgesse lei stessa.

«Io sono un mostro, lo so» bisbigliò Alia. E questa frase di adulto nella bocca infantile di sua figlia fu per Jessica una terribile conferma.

«Tu non sei un mostro!» la rimbeccò aspramente Harah. «Chi ha osato pretenderlo?»

Ancora una volta Jessica si stupì del feroce accento protettivo nella voce di Harah. E si rese conto che il giudizio di sua figlia rispondeva a verità: avevano bisogno di Harah. La tribù avrebbe capito Harah, le sue parole come le sue emozioni, poiché era evidente che amava Alia come se fosse stata sua figlia.

«Chi ha osato?» ripeté Harah.

«Nessuno.»

Alia si asciugò le lagrime con un angolo dell’aba di Jessica. Poi lisciò la veste che aveva bagnato e spiegazzato.

«E allora, non dirlo» le intimò Harah.

«Sì, Harah.»

«Ora, dimmi com’è stato, poiché io possa descriverlo agli altri. Dimmi che cosa ti è accaduto.»

Alia deglutì e fissò sua madre.

Jessica annuì.

«Un giorno» disse Alia, «mi sono svegliata. Ebbi l’impressione di aver dormito, ma non mi ricordavo di niente. Era in un luogo caldo e oscuro, e avevo paura.»

Ascoltando la voce balbettante di sua figlia, Jessica si ricordò della grande caverna.

«Avevo paura» continuò Alia. «Cercai di fuggire, ma era impossibile. Vidi allora una scintilla… O piuttosto, non la vidi: la scintilla era lì, con me, e io percepivo le sue emozioni… Mi confortava, mi calmava, mi diceva che tutto sarebbe andato bene. Era mia madre.»

Harah si sfregò gli occhi e sorrise ad Alia per rassicurarla. Tuttavia, c’era una luce selvaggia negli occhi della Fremen, come se anch’essi ascoltassero avidamente il racconto.

E Jessica rifletté: Come possiamo sapere, veramente, i pensieri di mia figlia? Un’esperienza, una discendenza, un addestramento irripetibili?

«E allora, quando mi sentii finalmente tranquilla e rassicurata» riprese Alia, «un’altra scintilla ci raggiunse… Tutto nel medesimo istante. La nuova scintilla era la Reverenda Madre. Lei… scambiava la sua vita con mia madre… tutto… e io ero con loro, e vedevo tutto… ogni cosa. E poi tutto finì, e io fui loro, e tutte le altre, e me stessa… Soltanto, impiegai molto tempo a ritrovare me stessa, fra tante altre.»

«È stato crudele» esclamò Jessica. «Nessuno dovrebbe risvegliarsi alla coscienza in questo modo. C’è da stupirsi che tu sia riuscita ad accettare tutto quello che ti è accaduto.»

«Non potevo fare altro!» gridò Alia. «Non sapevo come respingerlo, o nascondere la mia coscienza… isolarla… Tutto è accaduto, così… Tutto…»

«Noi non sapevamo» disse Harah. «Quando abbiamo dato a tua madre l’Acqua perché la mutasse, non sapevamo che tu esistevi dentro di lei.»

«Non rattristarti per questo» replicò Alia. «Non c’è ragione di dispiacerti per me. Dopo tutto potrei anche essere felice per tutto questo: io sono una Reverenda Madre. La tribù ha due Rev…»

S’interruppe, e piegò la testa per ascoltare.

Harah la fissò, stupita, poi si voltò verso Jessica.

«Non l’avevi capito?» disse Jessica.

«Ahhh…» fece Alia.

Un canto ritmato si udì in distanza attraverso i tendaggi che le separavano dai corridoi del sietch. Crebbe di volume, si fece più distinto: «Ya! Ya! Yawm! Ya! Ya! Yawm! Mu zein, Wallah! Ya! Ya! Ya! Yawm! Mu zein, Wallah!»

I cantori sfilarono davanti all’ingresso esterno e le loro voci rimbombarono in tutte le stanze. Lentamente, il canto si allontanò.

Allora, Jessica iniziò il rituale. La tristezza risuonò nella sua voce: «Era Ramadhan e aprile su Bela Tegeusi».

«La mia famiglia era seduta in cortile» disse Harah, «accanto alla fontana il cui zampillo impregnava l’aria di umidità. C’era un albero di portyguls, lì accanto, rotondo e cupo. E un paniere con mish mish, e baklava, e coppe colme di liban… tutte cose eccellenti da mangiare. E la pace regnava sui nostri giardini, sui nostri animali… e su tutta la terra.»

«La vita era piena di gioia, finché non vennero i razziatori» disse Alia.

«Il sangue si raggelò alle urla dei nostri amici» disse Jessica. Sentì affluire i ricordi di tutti i passati che erano in lei.

«La la la, gridavano le donne» disse Harah.

«I razziatori sorsero dal mushtamal, precipitandosi su di noi coi loro coltelli arrossati dal sangue dei nostri uomini» disse Jessica.

Un silenzio improvviso le avvolse, e in ogni appartamento del sietch le donne ricordarono e rinnovarono il dolore.

Qualche istante dopo Harah pronunciò le ultime parole del rito, con una durezza che Jessica non aveva mai udito.

«Mai perdonare! Mai dimenticare!»

Nella quiete pensosa che seguì queste parole udirono un brusio e il fruscio di molti mantelli. Jessica percepì la presenza di qualcuno dietro le tende che avvolgevano la sua stanza.

«Reverenda Madre?»

Una voce di donna. Jessica la riconobbe: era la voce di Tharthar, una delle mogli di Stilgar.

«Che cosa c’è, Tharthar?»

«Ci sono guai, Reverenda Madre.»

Jessica sentì una stretta al cuore, un’improvvisa paura per suo figlio. «Paul…» balbettò.

Tharthar scostò le tende ed entrò nella stanza. Jessica ebbe una rapida visione della folla che si accalcava nella camera più esterna, prima che le tende ricadessero. Fissò Tharthar: una donna minuscola, bruna di pelle, avvolta in un mantello nero decorato di rosso. A sua volta, Tharthar fissò Jessica con occhi completamente azzurri; nelle sue narici erano visibili i segni dei filtri.

«Che cosa succede?» domandò Jessica.