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«Sono giunte notizie dalla sabbia. Usul affronterà la prova del creatore… oggi. I giovani dicono che non può fallire, che prima del calare della notte sarà cavaliere delle sabbie. I giovani si stanno adunando per una razzia. Faranno un’incursione al nord, e lassù s’incontreranno con Usul. Dicono che lanceranno il grido, allora. Dicono che l’obbligheranno a sfidare Stilgar e ad assumere il comando della tribù.»

Raccogliere l’acqua, seminare le dune, trasformare il pianeta lentamente ma sicuramente… questo non basta più, pensò Jessica. Le piccole, sicure razzie… questo non è più sufficiente, ora che li abbiamo addestrati, Paul ed io. Sentono la loro forza. Vogliono combattere.

Tharthar si appoggiò su un piede, poi su un altro. Si schiarì la gola.

Noi sappiamo che bisogna aspettare prudentemente, pensò ancora Jessica, ma c’è in noi questo nucleo di frustrazione: sappiamo il danno che può derivarci da un’attesa troppo prolungata. Se aspettiamo troppo, rischiamo di dimenticare il nostro scopo.

«I giovani dicono che se Usul non sfiderà Stilgar, vorrà dire che ha paura» aggiunse Tharthar.

Abbassò lo sguardo.

«Allora, è così» mormorò Jessica. E pensò: Ne avevo visto i segni. E anche Stilgar.

Ancora una volta Tharthar si schiarì la gola. «Perfino mio fratello, Soab, lo dice. Non lasceranno a Usul altra scelta.»

Allora il momento è giunto, pensò Jessica. E Paul dovrà cavarsela da solo. La Reverenda Madre non può essere coinvolta nella successione.

Alia si staccò dalla mano di sua madre e disse: «Io andrò con Tharthar e ascolterò quello che dicono i giovani. Forse c’è un modo».

Jessica incontrò gli occhi di Tharthar e disse ad Alia: «Vai, allora. E riferiscimi tutto, appena puoi».

«Non voglio che accada questo, Reverenda Madre» fece Tharthar.

«Neanch’io lo voglio» disse Jessica. «La tribù ha bisogno di tutte le sue forze.» Guardò Harah: «Andrai con loro?»

Harah rispose alla domanda inespressa: «Tharthar non farà nulla contro Alia. Lei sa che presto saremo mogli insieme, lei ed io, per dividerci lo stesso uomo. Abbiamo parlato, Tharthar e io».

Harah fissò Tharthar, poi si rivolse nuovamente a Jessica: «C’è un accordo, tra noi».

Tharthar porse la mano ad Alia e disse: «Dobbiamo affrettarci. I giovani stanno partendo».

Uscirono in fretta sollevando i tendaggi, la mano della bambina stretta in quella minuscola della donna. Ma era la bambina che sembrava guidare.

«Se Paul Muad’Dib ucciderà Stilgar, questo nuocerà agli interessi della tribù» disse Harah. «La successione dei capi si è sempre svolta in questo modo, ma i tempi sono cambiati.»

«I tempi sono cambiati anche per te» fece Jessica.

«Come puoi pensare che io dubiti dell’esito di una simile lotta? Usul può soltanto vincere.»

«Questo volevo dire.»

«Tu credi che i miei sentimenti personali possano influenzare il mio giudizio?» replicò Harah. Scosse la testa, facendo tintinnare gli anelli d’acqua intorno al collo. «Come ti sbagli! Pensi anche che io mi dispiaccia per non essere stata scelta da Usul, che io sia gelosa di Chani?»

«Ognuno fa la propria scelta» disse Jessica.

«Ho pietà di Chani.»

Jessica s’irrigidì: «Che cosa vuoi dire?»

«So quello che pensi di Chani» disse Harah. «Tu pensi che non sia la moglie adatta a tuo figlio.»

Jessica si rilassò e si distese sui cuscini. «Forse.»

«Potresti aver ragione» continuò Harah. «E se ciò fosse vero, potresti trovare un sorprendente alleato nella stessa Chani. Per Lui, lei desidera soltanto il meglio.»

Jessica sentì un improvviso nodo alla gola. «Chani mi è molto cara» replicò. «Non potrebbe…»

«I tuoi tappeti sono molto sporchi» disse Harah. Fece scorrere il suo sguardo sul pavimento, evitando gli occhi di Jessica. «Tanta gente viene qui. Dovresti farli pulire più spesso.»

Non si può evitare l’influenza della politica in seno a una religione ortodossa. La lotta per il potere permea l’educazione, l’addestramento e la disciplina di una comunità ortodossa. A causa di questa pressione. I capi di una simile comunità devono affrontare inevitabilmente l’ultimo dilemma interiore: soccombere al più completo opportunismo per conservare il loro potere, o rischiare di sacrificare se stessi nel nome dell’etica ortodossa.

dai «Detti religiosi di Muad’Dib», della Principessa Irulan

Immobile sulla sabbia, Paul aspettava il creatore. Non devo attendere come un contrabbandiere, fremendo d’impazienza, si disse. Devo essere parte del deserto.

L’essere era a pochi minuti di distanza, ormai, e riempiva il mattino del fragoroso crepitio della sabbia. I suoi enormi denti, nell’immensa caverna che era la sua gola, si disegnavano come un grande fiore. L’odore di spezia che emanava dal suo corpo era sempre più intenso.

La tuta distillante aderiva perfettamente al corpo, e Paul a stento percepiva i tamponi al naso, la maschera per l’aria. Gli insegnamenti di Stilgar, le ore trascorse all’agguato sulla sabbia cancellavano nel suo ricordo ogni altra cosa.

«Nella sabbia a ciottoli, a quale distanza devi restare dal raggio d’azione del creatore?» gli aveva chiesto Stilgar.

E lui aveva risposto correttamente: «Mezzo metro per ogni metro di diametro del creatore».

«Perché?»

«Per evitare il vortice al suo passaggio, ma avere ugualmente il tempo per correre a balzargli sulla schiena.»

«Tu hai già cavalcato i più piccoli, quelli allevati per il seme e l’Acqua della Vita» aveva detto Stilgar. «Ma quello che chiamerai per la tua prova sarà un creatore selvaggio, un Vecchio del deserto. Devi mostrare rispetto a un simile essere.»

Ora, il profondo rumore del martellatore si mescolava allo stridio del verme in avvicinamento. Paul respirò profondamente, odorando il gusto amaro e minerale della sabbia perfino attraverso i filtri. Il creatore selvaggio, il Vecchio del deserto, era quasi su di lui. Il suo segmento frontale, crestato, sollevava un’onda di sabbia che l’avrebbe ben presto investito.

Vieni, dunque, adorabile mostro, pensò. Non senti il mio richiamo? Vieni. Vieni.

L’onda sollevò la duna sotto i suoi piedi. Un turbinio di polvere l’investì. Irrigidì le gambe, mentre l’intero suo universo, ormai, era dominato dal passaggio dell’immensa parete ricurva offuscata dalla sabbia, una roccia vivente segmentata.

Paul sollevò gli ami, prese la mira, si piegò in avanti e li lanciò. Li sentì mordere. Una violenta strappata: balzò in alto, piantando i piedi contro la parete ricurva, piegandoli in fuori per farli meglio aderire. Era il momento culminante della prova: se aveva piantato gli uncini al punto giusto, sull’orlo anteriore dell’anello, divaricandolo, il verme non si sarebbe più rotolato su se stesso, schiacciandolo.

Il verme rallentò. Scivolò sul martellatore e lo frantumò. E lentamente cominciò a incurvarsi verso l’alto… in alto… sollevando gli ami che gli irritavano la carne il più in alto possibile, lontano dalla sabbia che minacciava le soffici membrane interne di quel segmento anulare.

Paul si trovò a cavalcare, eretto, in cima al verme, esultando come un imperatore davanti al suo universo. Lottò contro il desiderio di mettersi a danzare, lassù, di far girare il verme, di dimostrare il completo dominio che aveva sulla creatura.

Improvvisamente capì perché Stilgar l’aveva messo in guardia, parlandogli di quei giovani folli che danzavano e giocavano coi mostri, sul loro dorso, staccando entrambi gli uncini e piantandoli di nuovo prima che il verme riuscisse a scrollarseli di dosso.