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Gurney accettò il fagotto, perplesso a causa della durezza che aveva percepito nelle parole di Stilgar. L’uomo aveva parlato in tono di sfida, e Gurney si chiese se il Fremen, per caso, non provasse gelosia. Lui era Gurney Halleck, un uomo che conosceva Paul da lungo tempo, ancora prima di Arrakis: un uomo che aveva condiviso con Paul un antico cameratismo da cui Stilgar sarebbe stato sempre escluso.

«Voglio che voi due siate amici» disse Paul.

«Stilgar il Fremen è un nome famoso» dichiarò Gurney. «Io sarò onorato di contare tra i miei amici chiunque abbia ucciso degli Harkonnen.»

«Stringerai la mano al mio amico Gurney Halleck, Stilgar?» chiese Paul.

Lentamente Stilgar porse la mano e strinse quella che Gurney gli offriva, una mano che la spada, anno dopo anno, aveva reso callosa. «Pochi ignorano il nome di Gurney Halleck» disse a sua volta. Lasciò la presa e si voltò verso Pauclass="underline" «La tempesta si precipita su di noi».

«Andiamo» disse Paul.

Stilgar si voltò, guidandoli attraverso le rocce, lungo un sentiero serpeggiante che li portò, dentro una spaccatura stretta e tenebrosa, fino al basso ingresso di una caverna. Un gruppo di uomini si affrettò a sigillarla non appena furono passati. Alcuni globi luminosi rivelarono un’ampia sala scavata nella roccia, con un soffitto a cupola e una sporgenza lunga e piatta che si alzava su un lato e dava accesso a un corridoio.

Paul balzò sulla sporgenza, seguito da Gurney, e gli fece strada lungo il corridoio. Gli altri si diressero verso un altro passaggio che si apriva di fronte all’entrata. Paul condusse Halleck attraverso un’anticamera, e di qui a una stanza rivestita di tende rosso vino.

«Qui resteremo soli per un po’» disse Paul. «Gli altri rispetteranno la mia…»

L’allarme, suonato su un gong, esplose con enorme fracasso nella grotta d’entrata, seguito da urla e da un clangore d’armi. Paul si girò di scatto, precipitandosi attraverso l’anticamera e la sporgenza rocciosa. Gurney venne dietro a lui, la spada sguainata.

Sotto di loro, una mischia tumultuante di figure in lotta nascondeva il pavimento della caverna. Paul valutò in un attimo la scena, distinguendo i mantelli e i bourkas dai costumi degli altri. I sensi, che la madre gli aveva affinato con gli anni, gl’indicarono un fatto significativo: i Fremen si battevano contro un gruppo di uomini vestiti da contrabbandieri, ma raggruppati a tre per tre, disposti a triangolo sotto la pressione degli avversari.

L’abitudine di combattere a corpo a corpo era il marchio dei Sardaukar Imperiali. All’improvviso, un Fedaykin nel tumulto vide Paul e il suo grido di battaglia s’innalzò, riecheggiando nella caverna: «Muad’Dib! Muad’Dib! Muad’Dib!»

Ma anche altri occhi avevano visto Paul. Un coltello nero fu scagliato contro di lui. Paul lo schivò, udì la lama colpire la roccia alle sue spalle, si voltò e vide Gurney che lo raccoglieva.

I triangoli degli assalitori venivano respinti, adesso.

Gurney alzò il coltello davanti agli occhi di Paul e indicò la spirale gialla, sottile come un capello, e il leone dalla criniera dorata e gli occhi sfaccettati sull’impugnatura: i simboli dell’Impero.

Sardaukar, senza alcun dubbio.

Paul avanzò sulla sporgenza: soltanto tre Sardaukar erano ancora vivi. Corpi sanguinanti erano sparsi per tutta la caverna.

«Fermatevi!» urlò. «Il Duca Paul Atreides vi ordina di fermarvi!»

I combattenti ondeggiarono, esitarono.

«Voi, Sardaukar!» urlò Paul ai tre che restavano. «Per ordine di chi minacciate la vita di un Duca regnante?» E rapidamente, mentre i suoi uomini continuavano ad assalirli: «Fermi, ho detto!»

Uno dei tre, messo alle strette, si raddrizzò: «Chi dice che siamo Sardaukar?»

Paul prese il coltello a Gurney e lo sollevò: «Questo lo dice».

«E allora, chi dice che tu sia un Duca regnante?» domandò l’uomo.

Paul fece un gesto verso i Fedaykin: «Questi uomini dicono che io sono il Duca regnante. Il vostro Imperatore in persona ha assegnato Arrakis alla Casa degli Atreides. Io sono la Casa degli Atreides».

Il Sardaukar rimase in silenzio, agitandosi nervosamente.

Paul studiò l’uomo: alto, slavato, una pallida cicatrice che gli attraversava una guancia. Il suo atteggiamento tradiva rabbia e confusione, ma c’era ancora quell’orgoglio, in lui, senza il quale un Sardaukar sarebbe parso nudo… e con il quale sembrava sempre in uniforme.

Paul lanciò un’occhiata a uno dei suoi luogotenenti Fedaykin: «Korba, come mai sono armati?»

«Avevano coltelli in tasche astutamente dissimulate nelle tute distillanti» disse Korba.

Paul esaminò i morti e i feriti sparsi nella caverna, poi fissò nuovamente Korba. Non c’era bisogno di parole: il luogotenente abbassò gli occhi.

«Dov’è Chani?» Paul trattenne il respiro.

«Stilgar l’ha trascinata via.» Korba indicò con la testa l’altro corridoio, guardò i morti e i feriti. «Mi considero responsabile per questo errore, Muad’Dib.»

«Quanti Sardaukar c’erano, Gurney?» chiese Paul.

«Dieci.»

Paul saltò giù dalla sporgenza e attraversò la caverna, portandosi a un metro di distanza dal Sardaukar che aveva parlato.

Sentì i Fedaykin che si tendevano. Non avrebbero voluto che Paul si esponesse in tal modo al pericolo. Essi desideravano impedire a tutti i costi che ciò avvenisse, perché nessun Fremen voleva perdere la saggezza di Muad’Dib.

Senza voltarsi, Paul chiese al luogotenente: «A quanto ammontano le nostre perdite?»

«Quattro feriti e due morti, Muad’Dib.»

Paul colse un movimento dietro al Sardaukar: Chani e Stilgar uscirono dall’altro corridoio, uno accanto all’altra. Paul riportò la sua attenzione al Sardaukar, fissando il bianco di quegli occhi di un altro mondo. «Tu, qual è il tuo nome?» gli chiese.

L’uomo s’irrigidì, lanciando occhiate a destra e a sinistra.

«Non provarci» lo consigliò Paul. «È evidente che vi hanno ordinato di cercare e di distruggere Muad’Dib. E sono certo che siete stati voi a suggerire che si cercasse la spezia nell’alto deserto.»

Un’esclamazione soffocata di Gurney, alle sue spalle, suscitò un lieve sorriso sulle labbra di Paul.

Il sangue affluì al volto del Sardaukar.

«Ciò che tu vedi davanti a te è più di Muad’Dib» disse Paul. «Sette dei vostri sono morti, e solo due dei nostri. Tre a uno. Niente male contro dei Sardaukar, non è vero?»

L’uomo si alzò sulla punta dei piedi e ricadde non appena i Fedaykin accennarono ad avanzare.

«Ti ho chiesto il nome» disse Paul. E si servì della Voce: «Dimmi il tuo nome!»

«Capitano Aramsham dei Sardaukar Imperiali!» esclamò l’uomo. La sua mascella ricadde. Fissò Paul, sconvolto, distrutto. Fino a quel momento aveva considerato quella caverna una tana di barbari. Ora, però, non la pensava più così.

«Bene, Capitano Aramsham» continuò Paul, «gli Harkonnen pagherebbero cifre favolose per sapere quello che voi adesso sapete. E l’Imperatore… che cosa darebbe l’Imperatore per sapere che un Atreides è ancora vivo, nonostante il suo tradimento?»

Il capitano guardò a destra e a sinistra, verso i due uomini che gli rimanevano. Paul poté quasi toccare i pensieri che turbinavano nella mente dell’uomo. I Sardaukar non si arrendevano mai, ma l’Imperatore doveva sapere di questa minaccia.

Sempre usando la Voce, Paul disse: «Arrendetevi, Capitano!»

L’uomo a sinistra di Aramsham balzò all’improvviso verso Paul, ma si scontrò col pugnale del capitano che guizzò nel suo petto. L’assalitore stramazzò al suolo, sanguinante, la lama piantata nel cuore.

Il capitano fronteggiò l’ultimo compagno che gli era rimasto. «Tocca a me decidere quello che è meglio per Sua Maestà!» gridò. «Capito?»