Jessica ritrovò infine la voce e disse: «Gurney, lasciami». Aveva parlato con voce normale, nessun trucco con cui giocare sulla sua debolezza. Tuttavia, il braccio di Gurney si allontanò e ricadde. Jessica si avvicinò a Paul e si fermò davanti a lui, senza toccarlo.
«Paul» disse, «vi sono altri risvegli in questo universo. Improvvisamente ho capito fino a qual punto ti ho manipolato, trasformato… per farti seguire la via che avevo scelta… che io dovevo scegliere (se questa può essere una giustificazione) a causa della mia educazione.» Tacque, mentre un nodo le stringeva la gola. Inghiottì, poi riprese, guardando suo figlio negli occhi: «Paul… io voglio che tu faccia qualcosa per me: scegli la via della tua felicità. Per questo, sfida chiunque o qualunque cosa. Ma scegli da solo la tua vita. Io…»
Udì un mormorio alle sue spalle. S’interruppe.
Gurney!
Seguì lo sguardo di Paul. Si voltò.
Gurney non si era mosso, ma aveva infilato il coltello nel fodero e si era aperto la veste, rivelando il petto rivestito della grigia tuta distillante dei contrabbandieri.
«Pianta il tuo coltello, qui, nel petto» mormorò Gurney. «Uccidimi, e che sia finita. Ho infangato il mio nome. Ho tradito il mio Duca! Il migliore…»
«Basta!» gridò Paul.
Gurney tacque e lo fissò.
«Chiudi quella veste e smettila di recitare come un pazzo» continuò Paul. «Hai già fatto abbastanza follie, per oggi.»
«Uccidimi, ti dico!» ruggì Gurney.
«Tu non mi conosci» disse Paul. «Mi credi davvero un idiota? Devono comportarsi così tutti gli uomini di cui ho bisogno?»
Gurney guardò Jessica, e la sua voce acquistò un tono disperato, supplichevole: «Allora voi, mia Lady, vi prego… uccidetemi».
Jessica gli si avvicinò, gli mise le mani sulle spalle. «Gurney, perché vuoi che gli Atreides uccidano quelli che amano?» Gentilmente, gli tolse dalle mani i lembi della veste e li allacciò sul suo petto.
Gurney parlò, scosso dai singhiozzi: «Ma… io…»
«Tu eri convinto di agire per Leto. Io ti onoro, per questo.»
«Mia Lady» balbettò Gurney. Lasciò ricadere il mento sul petto e strinse le palpebre, ormai prossime alle lagrime.
«Consideriamo tutto questo un malinteso tra vecchi amici» disse ancora Jessica. E Paul percepì la calma riposante della sua voce. «Ora è finito e ringraziamo il cielo che non ci saranno più equivoci tra noi.»
Gurney la fissò con gli occhi lucidi.
«Il Gurney Halleck che io conoscevo era abile tanto con la lama quanto col baliset» disse Jessica. «Era l’uomo del baliset quello che ammiravo di più. Forse, quel Gurney Halleck ricorda quanto mi piaceva ascoltarlo quando suonava per me? Hai ancora il baliset, Gurney?»
«Ne ho uno nuovo» fece Gurney. «Viene da Chusuk. Un meraviglioso strumento che suona come un Varota autentico, anche se non è firmato. Io penso che sia stato fabbricato da un allievo di Varota che…» S’interruppe. «Ma che cosa vi sto dicendo, mia Signora? Io qui sto perdendo…»
«Tu non perdi affatto il tuo tempo, Gurney» replicò Paul. Venne accanto a sua madre. «Noi stiamo parlando di una cosa che porta la felicità a un gruppo di amici. Vorrei che tu suonassi qualcosa, adesso, per lei. I piani di battaglia possono aspettare qualche istante. In ogni caso, non cominceremo a combattere prima di domani.»
«Io… vado a prendere il baliset» disse Gurney. «È nel corridoio.» Si dileguò fra le tende.
Paul appoggiò una mano sul braccio di sua madre e sentì che tremava.
«È finita, Madre» disse.
Senza voltare la testa lei gli lanciò un’occhiata: «Finita?»
«Certamente, Gurney ha…»
«Gurney? Ah, sì…» Abbassò lo sguardo.
In un fruscio di tende Gurney riapparve col suo baliset. Cominciò ad accordarlo, evitando i loro sguardi. I tappeti e le tende alle pareti soffocavano gli echi e in questa camera il suono del baliset era più dolce, più intimo.
Paul condusse sua madre fino a un cuscino e la fece sedere con la schiena rivolta alla parete. Fu colpito all’improvviso dall’età che le leggeva sul viso, dove il deserto aveva già inciso le sue prime linee disseccate, le sue prime tracce agli angoli degli occhi velati di azzurro.
È stanca, pensò. Dobbiamo liberarla di una parte dei suoi fardelli.
Gurney pizzicò una corda.
Paul alzò gli occhi su di lui e disse: «Devo occuparmi di alcune… cose. Tu resta qui».
Gurney annuì. La sua mente era lontana, forse su Caladan, sotto i cieli aperti dall’orizzonte coperto di nuvole foriere di pioggia.
Paul si allontanò a malincuore. Mentre avanzava nel corridoio, sentì un nuovo accordo del baliset e si fermò un istante per ascoltare la musica in sordina.
Davanti a Paul, all’angolo del corridoio, comparve un messaggero dei Fedaykin, avvolto nel mantello. L’uomo aveva ricacciato indietro il cappuccio e le cinghie della tuta distillante gli pendevano, slacciate, intorno al collo, rivelando che era appena giunto dal deserto.
Paul gli ordinò di fermarsi e avanzò verso di lui.
L’uomo s’inchinò a mani giunte, nel modo in cui avrebbe salutato una Reverenda Madre o la Sayyadina dei riti.
«Muad’Dib» annunciò, «i capi cominciano ad arrivare per il Consiglio.»
«Così presto?»
«Sono quelli che Stilgar ha convocato per primi, quando tutti pensavano che…» S’interruppe, alzò le spalle.
«Capisco.» Paul si voltò verso la camera dalla quale filtravano gli accordi del baliset (l’antica canzone che tanto piaceva a sua madre) con le note gioiose e tristi.
«Stilgar arriverà fra poco con gli altri» disse. «Guidali da mia madre.»
«Aspetterò qui, Muad’Dib» fece il corriere.
«Sì… sì, d’accordo.»
Paul lo superò, puntando verso le profondità della caverna, verso quel luogo che si trovava in tutte le grotte, accanto al bacino dell’acqua, dov’era un piccolo shai-hulud. Il creatore non misurava più di nove metri, intrappolato e impossibilitato a crescere dai condotti d’acqua che lo circondavano da ogni lato. Il creatore, dopo essere emerso dal suo vettore, il piccolo creatore, fuggiva l’acqua che per lui era un veleno. L’annegamento di un creatore era il più grande segreto dei Fremen, perché l’unione dell’acqua e del creatore produceva l’Acqua di Vita, quel veleno che soltanto una Reverenda Madre poteva trasformare.
Paul aveva preso la decisione nell’istante in cui sua madre affrontava il pericolo. Nessuna linea del futuro fra quelle che lui aveva visto indicava quel momento di pericolo associato con Gurney Halleck. Il futuro, questo futuro carico di nubi, nel quale l’intero universo si precipitava verso il nodo ribollente, era come un mondo fantasma intorno a lui.
Devo vederlo, pensò.
Il suo organismo aveva lentamente acquisito una certa tolleranza per la spezia, che aveva reso le sue visioni prescienti sempre più rare… sempre più confuse. La soluzione era ovvia.