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Paul respirò profondamente. «Madre, devi trasformare una certa quantità di Acqua per noi. Ci serve il catalizzatore. Chani, voglio che sia inviata nel deserto una pattuglia di esploratori… che trovino una massa di prespezia. Se versiamo una certa quantità di Acqua della Vita sulla prespezia, sai che cosa accadrà?»

Jessica soppesò per un istante le sue parole, poi capì: «Paul!» ansimò.

«L’Acqua della Morte» disse Paul. «Sarà una reazione a catena.» Puntò un dito sul pavimento: «Spargerà la morte fra i piccoli creatori, distruggendo un anello del ciclo vitale che comprende la spezia e i creatori. Arrakis sarà una completa desolazione, senza di essi».

Chani si portò una mano alla bocca, atterrita e sconvolta dalle bestemmie che uscivano dalle labbra di Paul.

«Colui che può distruggere una cosa, la controlla» disse Paul. «Noi possiamo distruggere la spezia!»

«Che cosa trattiene la mano della Gilda?» bisbigliò Jessica.

«Stanno cercando me» fece Paul. «Pensa! I migliori navigatori della Gilda, gente che può esplorare il tempo per trovare la rotta più sicura ai più veloci incrociatori… tutti questi uomini mi cercano… e sono incapaci di trovarmi. Tremano! Sanno che ho in pugno il loro segreto!» Paul tese le mani a coppa. «Privi della spezia, sono ciechi!»

Chani ritrovò la voce: «Hai detto che vedevi l’Adesso

Paul si distese nuovamente sul giaciglio, scrutando l’intera estensione del presente i cui limiti sfumavano nel futuro e nel passato, lottando per conservare la prescienza mentre cominciava a svanire, dentro di lui, l’effetto della spezia.

«Vai e fai quello che ti ho ordinato» disse. «Il futuro diventa sempre più confuso per me, come per la Gilda. Le linee della visione si restringono. Tutte si concentrano su questo mondo, sulla spezia… Essi non hanno mai osato intervenire prima… perché rischiavano di perdere ciò di cui avevano assoluto bisogno. Ma ora sono disperati… Tutte le strade portano alle tenebre.»

E venne il giorno in cui Arrakis si trovò al centro dell’universo, e l’universo, quasi, vi ruotava intorno.

dal «Risveglio di Arrakis», della Principessa Irulan

«Guarda!» sussurrò Stilgar.

Paul era disteso accanto a lui, in un crepaccio che incideva il bordo superiore del Muro Scudo, gli occhi incollati a un telescopio dei Fremen.

Le lenti a olio erano messe a fuoco su un trasporto leggero che si stagliava contro la luce dell’alba, nel bacino sottostante. Già una metà dello scafo scintillava alla luce del sole, mentre l’altra era ancora immersa nell’ombra e disseminata di oblò da cui traspariva la luce gialla dei globi accesi durante la notte. Oltre la nave, la città di Arrakeen era immobile, gelida e brillante.

Non era tanto la nave che aveva destato lo stupore di Stilgar, si disse Paul, quanto la costruzione di cui la nave era soltanto il pilastro centrale. Una singola, gigantesca tenda di metallo, alta parecchi piani, che si stendeva tutto intorno per un raggio di almeno mille metri: la residenza temporanea di cinque legioni di Sardaukar e della Sua Maestà Imperiale, l’Imperatore Padiscià Shaddam IV.

Accovacciato alla sinistra di Paul, Gurney Halleck disse: «Ho contato nove piani. Ci dev’essere un bel numero di Sardaukar là dentro».

«Cinque legioni» confermò Paul.

«Si sta facendo giorno» sibilò Stilgar. «Non mi piace che tu ti esponga, Muad’Dib. Ora ritorniamo fra le rocce.»

«Sono perfettamente al sicuro, qui» replicò Paul.

«Quella nave dispone di armi a proiettili» disse Gurney.

«Sono convinti che noi siamo protetti da scudi» affermò Paul. «Non sprecheranno un colpo per tre figure non identificate.»

Paul alzò il telescopio per esaminare la parete opposta del bacino, le rocce butterate e le frane che contrassegnavano la tomba di tanti uomini di suo padre. E le ombre degli uomini, in quel momento, forse stavano guardando. C’era una sorta di giustizia in tutto questo. Tutte le fortezze degli Harkonnen e le città lungo il Muro Scudo erano cadute in mano ai Fremen, oppure, isolate, perivano come steli tagliati dalla pianta. Solo il bacino e la città erano ancora nelle mani del nemico.

«Potrebbero tentare una sortita con gli ornitotteri, se ci vedessero» insisté Stilgar.

«Lascia che lo facciano» replicò Paul. «Abbiamo un mucchio di ornitotteri a disposizione, oggi… e c’è una tempesta in arrivo.»

Puntò il telescopio sul lato opposto del campo di atterraggio di Arrakeen, dove le fregate degli Harkonnen erano allineate. Sotto di esse si agitava debolmente lo stendardo della CHOAM con l’asta piantata al suolo. La Gilda doveva essere alla disperazione per consentire a questi due gruppi di atterrare, mentre tutti gli altri venivano mantenuti di riserva. La Gilda si comportava come l’uomo che immerge nella sabbia la punta del piede per saggiare la temperatura prima di erigere la tenda.

«C’è qualcos’altro da vedere, qui?» chiese Gurney. «Dobbiamo ritirarci. La tempesta arriva.»

Paul osservò nuovamente la gigantesca tendopoli. «Hanno portato perfino le loro donne, i lacché e i servitori. Ahhh, mio caro Imperatore, sei troppo fiducioso.»

«C’è qualcuno nel passaggio segreto» disse Stilgar. «Devono essere Otheym e Korba.»

«Va bene, Stil» disse Paul. «Torniamo indietro.»

Lanciò un’ultima occhiata col telescopio all’immenso pianoro, alle navi, alla gigantesca tenda metallica, alla città silenziosa. Poi scivolò indietro sulla scarpata rocciosa. Un Fedaykin lo sostituì al telescopio.

Paul riemerse in una piccola depressione sulla superficie del Muro Scudo. Aveva circa trenta metri di diametro ed era profonda tre metri: una formazione naturale della roccia che i Fremen avevano dissimulato sotto una copertura translucida. Il materiale radio era raggruppato intorno a un ampio foro sulla parete di destra. I Fedaykin, sparsi in tutta la depressione, erano pronti all’attacco.

Due guardie uscirono dal foro accanto agli apparecchi di comunicazione e cominciarono a parlare coi Fedaykin.

Paul guardò Stilgar e accennò con la testa in direzione dei due uomini: «Fatti dare il loro rapporto, Stil».

Stilgar ubbidì.

Paul si accovacciò con la schiena contro la roccia, tese i muscoli, poi si rialzò. Vide Stilgar che congedava i due uomini, i quali scomparvero nuovamente nel foro. Pensò alla lunga discesa che li aspettava nello stretto cunicolo scavato dall’uomo, che sboccava molto più in basso, sul fondo del bacino.

Stilgar si avvicinò a Paul.

«Era così importante che non hanno potuto servirsi di un cielago?» chiese Paul,

«Risparmiano i volatili per la battaglia» disse Stilgar. Lanciò un’occhiata agli apparecchi radio poi riportò la sua attenzione su Paul. «Anche con una frequenza di trasmissione ridottissima, è un errore, Muad’Dib. Possono sempre rintracciare la trasmittente.»

«Tra poco» replicò Paul, «saranno troppo occupati per cercarci. Che cosa dicono i tuoi uomini?»

«I nostri beneamati Sardaukar sono stati liberati presso il Vecchio Crepaccio, e stanno ritornando dal loro padrone. I lanciarazzi e le altre armi a proiettile sono in posizione. I nostri uomini sono schierati come tu hai ordinato.»

Paul studiò gli uomini schierati nella depressione, alla luce che filtrava attraverso la copertura mimetizzante. Il tempo era come un insetto che strisciava sulla roccia.

«Immagino che i nostri due Sardaukar dovranno fare un bel po’ di strada a piedi prima d’inviare un segnale a un trasporto di truppe. Sono sorvegliati?»

«Sono sorvegliati» confermò Stilgar.

Accanto a Paul, Gurney Halleck si schiarì la gola: «Non sarebbe meglio cercare un posto più sicuro, adesso?»