«Avete un progetto, Signore?» chiese Hawat.
Il Duca guardò Halleck. «Gurney, voglio che tu guidi una delegazione, un’ambasciata, se vuoi chiamarla così, e che tu prenda contatto con questi romanzeschi uomini d’affari. Informali che io ignorerò le loro attività finché mi verseranno la decima ducale. Hawat ha calcolato che per condurre i loro affari in questo periodo di disordini hanno dovuto assoldare parecchi mercenari, spendendo quattro volte tanto.»
«E se l’Imperatore lo venisse a sapere?» domandò Halleck «È molto geloso dei suoi profitti nella CHOAM, mio Signore.»
Leto sorrise. «Verseremo ufficialmente l’intero ammontare della decima sul conto di Shaddam IV e la dedurremo legalmente dalle tasse per la coscrizione che paghiamo all’Imperatore. Lasciate pure che gli Harkonnen cerchino d’interferire! In questo modo manderemo in rovina qualcuno di quelli che si sono ingrassati, su Arrakis, coi loro sistemi di raccolta dei tributi. Basta con le illegalità!»
Halleck sogghignò apertamente. «Ah, mio Signore, un meraviglioso colpo basso! Mi piacerebbe vedere la faccia del Barone quando lo saprà.»
Il Duca si voltò verso Hawat. «Thufir, hai poi avuto quei libri contabili che mi dicevi di poter comperare?»
«Sì, mio Signore. Li stiamo vagliando accuratamente. Ho già dato una scorsa a quelle pagine e posso darvi una prima valutazione.»
«Parla, allora.»
«Gli Harkonnen, ogni trecentotrenta giorni standard, realizzavano qui un guadagno di dieci miliardi di solari.»
Esclamazioni soffocate si alzarono dovunque, nella stanza. Perfino i subalterni più giovani, vagamente annoiati fino a quel momento, si drizzarono di scatto, scambiandosi sguardi stupefatti.
«’Perché succhieranno l’abbondanza dei mari e i tesori nascosti nella sabbia’» mormorò Halleck.
«Allora, signori» disse Leto, «c’è ancora tra voi qualcuno così ingenuo da pensare che gli Harkonnen abbiano fatto i bagagli e se ne siano andati soltanto perché l’Imperatore ha così ordinato?»
Tutte le teste si scossero, e vi fu un generale mormorio.
«Dovremo vedercela sulla punta della spada» dichiarò Leto. Si voltò nuovamente verso Hawat: «Questo è il momento buono per parlarci dell’equipaggiamento. Quanti trattori da sabbia, quante mietitrici, quante fabbriche di spezia ci hanno lasciato? E quanto materiale di ricambio?»
«Un’attrezzatura completa, come è detto nell’inventario imperiale presentato all’Arbitro del Cambio, mio Signore» disse Hawat. Fece un gesto, e uno degli aiutanti gli porse un dossier, che Hawat aprì. «Hanno trascurato di precisare che meno della metà dei trattori sono in condizione di funzionare, e che un terzo soltanto dispongono di ali trasporto in grado di farli giungere in volo fino alle sabbie della spezia… Tutto quello che ci hanno lasciato gli Harkonnen è sul punto di guastarsi e di andare in pezzi. Potremo dirci fortunati se riusciremo a far funzionare metà dell’equipaggiamento, e ancora più fortunati se un quarto di esso funzionerà ancora tra sei mesi.»
«Più o meno come ci aspettavamo» commentò Leto. «Qual è la valutazione definitiva, per l’equipaggiamento essenziale?»
Hawat consultò il dossier: «Circa novecentotrenta tra mietitrici e fabbriche potranno essere mandate fuori fra qualche giorno. Circa seimiladuecentocinquanta ornitotteri per esplorare, sorvegliare e osservare le condizioni meteorologiche… ali, un po’ meno di mille».
Halleck l’interruppe: «Non sarebbe più economico riaprire i negoziati con la Gilda e chiedere il permesso di mettere in orbita una fregata con funzioni di satellite meteorologico?»
Il Duca guardò Hawat. «Niente di nuovo, qui, non è vero, Thufir?»
«Per ora, è necessario trovare altre soluzioni» rispose Hawat. «L’agente della Gilda, in realtà, non aveva intenzione di negoziare con noi. Ha semplicemente messo in chiaro, Mentat a Mentat, che il prezzo sarebbe stato sempre al di fuori della nostra portata, qualunque cifra fossimo disposti a sborsare. Il nostro compito, ora, è scoprire il perché, prima di avvicinarlo di nuovo.»
Uno degli aiutanti di Halleck, in fondo al tavolo, si agitò sulla sedia ed esclamò, bruscamente: «È ingiusto!»
«Ingiusto?» Il Duca lo fissò. «Chi parla di giustizia? Noi ci dobbiamo fare giustizia da soli. Qui su Arrakis: vivi o morti. Vi dispiace di esservi messo dalla nostra parte, Signore?»
L’uomo a sua volta lo fissò, quindi: «No, mio Signore. Come si potrebbe rifiutare la più ricca fonte di guadagno di tutto il nostro universo?… E io, posso soltanto seguirvi. Perdonate il mio scatto, ma…» scosse le spalle «… tutti proviamo un po’ di amarezza, a volte.»
«Capisco questa amarezza» disse il Duca. «Ma non lamentiamoci della mancanza di giustizia finché abbiamo armi e finché siamo liberi di usarle. C’è nessun altro, tra voi, che si sente amareggiato? Se è così, lo dica adesso. Questa è una riunione di amici, nella quale ognuno può dire ciò che pensa.»
Halleck si agitò. «Penso che sia stata la mancanza di volontari delle altre Grandi Case ad amareggiarci tutti. Parlano di voi come di ’Leto il Giusto’, e vi promettono eterna amicizia… finché non costa nulla.»
«Non sanno ancora chi vincerà questa mano» rispose il Duca. «La maggior parte delle Case si sono ingrassate rischiando il meno che potevano. Non si può in verità biasimarle per questo; si può soltanto disprezzarle» guardò nuovamente Hawat: «Stavamo parlando dell’equipaggiamento. Ti dispiace proiettare qualcosa, per familiarizzare gli uomini con queste macchine?»
Hawat annuì, e fece un cenno a un aiutante, accanto al proiettore.
Una proiezione solido in 3-D comparve sul ripiano del tavolo, a circa un terzo di distanza dal Duca. Alcuni degli uomini all’altra estremità si alzarono per vedere meglio.
Paul si piegò in avanti e fissò la macchina.
In proporzione alle minuscole figure umane accanto ad essa, la macchina doveva essere lunga centoventi metri, circa, e larga quaranta. Era essenzialmente un massiccio corpo centrale a forma di insetto, che si muoveva su varie sezioni cingolate indipendenti.
«Questa è una mietitrice» disse Hawat. «Ne, abbiamo scelta una in buone condizioni per questa proiezione. È una specie di raccoglitore cingolato che certamente è arrivato qui con la prima squadra di ecologi imperiali, e funziona ancora, anche se non so come… e perché.»
«È quella che chiamano La Vecchia Maria, buona per un museo» fece uno degli aiutanti. «Credo che gli Harkonnen l’abbiano conservata per i lavori forzati, una minaccia appesa sulla testa dei lavoratori. ’Fai il bravo, o sarai assegnato alla Vecchia Maria.’»
Un coro di risa esplose intorno al tavolo.
Paul non partecipò a quell’esplosione di buonumore. Tutta la sua attenzione era concentrata sulla proiezione solido e numerose domande presero forma nella sua mente. Puntò il dito sull’immagine tridimensionale, e chiese: «Thufir, esistono vermi delle sabbie grandi abbastanza da inghiottire quell’arnese?»
Vi fu un improvviso silenzio. Il Duca imprecò sottovoce, poi pensò: No, dobbiamo guardare in faccia la realtà.
«Ci sono vermi, nell’alto deserto, che potrebbero fare un sol boccone di quella mietitrice» disse Hawat. «Anche quassù, vicino al Muro Scudo, dove si estrae la maggior parte della spezia, ci sono vermi che potrebbero stritolare la macchina e divorarla.»
«Perché non le circondiamo di scudi?» chiese Paul.
«Stando al rapporto di Idaho» riprese Hawat, «gli scudi sono pericolosi, nel deserto. Anche un semplice scudo individuale attirerebbe ogni verme presente, da centinaia di metri all’intorno. Sembra che gli scudi creino nei vermi una sorta di follia omicida. Non abbiamo alcuna ragione di dubitare della parola dei Fremen. Idaho non ha visto nessuna traccia di scudi nel sietch.»