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«Quale miglior modo di distruggermi che seminare sospetti sulla donna che amo?» chiese.

«Ho considerato anche questo» disse Hawat, «e tuttavia…»

Il Duca aprì gli occhi, fissò Hawat e pensò: Lascia che sia lui a sospettare. Il sospetto è il suo mestiere, non il mio. Forse, se io do l’impressione di credere a tutto questo, qualcun altro commetterà un’imprudenza…

«Che cosa suggerisci?» bisbigliò il Duca.

«Per ora, una sorveglianza continua, mio Signore. Dovrebbe essere controllata in ogni momento. Mi occuperò personalmente perché sia fatto senza dare nell’occhio. Idaho sarebbe la persona ideale per questo lavoro: forse tra una settimana o due potrà ritornare. C’è un giovane tra gli uomini di Idaho che abbiamo addestrato, che potrebbe essere il suo sostituto ideale tra i Fremen. Ha un dono naturale per la diplomazia.»

«Non mettere in pericolo il nostro collegamento coi Fremen.»

«Naturalmente no, Signore.»

«E Paul?»

«Forse potremmo avvertire il dottorYueh.»

Il Duca voltò le spalle a Hawat. «Lascio la cosa nelle tue mani.»

«Userò discrezione, mio Signore.»

Almeno posso contare su questo, pensò Leto. E disse: «Esco fuori. Se hai bisogno di me, sarò all’interno del campo. La guardia può…»

«Mio Signore, prima che voi ve ne andiate, ho qui una filmclip che vorrei leggeste. È una prima analisi approssimativa della religione dei Fremen. Ricordate? Mi avevate chiesto di preparare un rapporto.»

Il Duca si fermò e parlò senza voltarsi: «Non può aspettare?»

«Certamente, mio Signore. Voi però mi avevate chiesto che cosa stessero urlando. ’Mahdi!’, urlavano, e questa parola era indirizzata al Giovane Duca. Quando…»

«A Paul?»

«Sì, mio Signore. Una loro leggenda, una profezia, afferma che giungerà un condottiero, figlio di una Bene Gesserit, il quale li guiderà alla vera libertà. È il tema abituale del messia.»

«Pensano che Paul sia questo… questo…»

«Lo sperano soltanto, mio Signore» Hawat gli tese la capsula con la filmclip.

Il Duca la prese e l’infilò in tasca. «La guarderò più tardi.»

«Certo, signore.»

«In questo momento ho bisogno di un po’ di tempo per… pensare.»

«Sì, mio Signore.»

Il Duca respirò profondamente e uscì a grandi passi. Giunto nel corridoio, girò a destra e s’incamminò, le mani incrociate sulla schiena, senza badare molto a dove andava. C’erano altri corridoi, scale, terrazze e atrii… Gente che lo salutava e si faceva da parte per lasciarlo passare.

Qualche tempo dopo ritornò nella sala delle conferenze: le luci erano spente e Paul dormiva sul tavolo; il mantello di una guardia era stato disteso su di lui e uno zaino gli faceva da cuscino. Il Duca si avviò in punta di piedi verso il fondo della sala e uscì sulla terrazza che dava sul campo di atterraggio. Una sentinella sull’angolo della terrazza, riconoscendo il Duca al debole riflesso delle luci sul campo, scattò sull’attenti.

«Riposo» mormorò il Duca. Si appoggiò al freddo metallo della balaustra.

Il silenzio che precedeva l’alba regnava sulla depressione desertica. Alzò lo sguardo: sopra di lui, le stelle erano come un manto di pagliuzze scintillanti su uno sfondo azzurro cupo. Bassa sull’orizzonte a sud, la seconda luna brillava in un alone di polvere… Una luna malsana, dalla luminosità spettrale.

Mentre il Duca la fissava, la luna sprofondò dietro le rocce del Muro Scudo trasformandolo in una parete scintillante; nell’improvvisa, profonda oscurità, al Duca parve che una mano di ghiaccio lo stringesse. Rabbrividì.

La rabbia lo afferrò.

Questa sarà l’ultima volta che gli Harkonnen mi hanno dato la caccia, perseguitandomi, ostacolandomi. Sono mucchi di sterco col cervello di un cerusico di villaggio! Ma io, qui combatterò la mia battaglia! E pensò ancora, con amarezza: Dovrò governare con l’occhio e con gli artigli… come il falco sugli uccelli più deboli. Inconsciamente la sua mano accarezzò il simbolo del falco sulla tunica.

A oriente, la notte si stemperò in un alone grigio, poi un’opalescenza simile a quella di una conchiglia marina offuscò le stelle. Infine, l’intero orizzonte frastagliato risplendette del bagliore dell’alba.

La scena era di una tale bellezza da afferrare tutta la sua attenzione.

Quale artista, pensò, può uguagliare un simile splendore?

Non avrebbe mai immaginato che quel pianeta potesse offrire uno spettacolo così bello come quell’orizzonte rosso, dentato, e il riflesso porpora e ocra delle rocce. Oltre il campo di atterraggio, dove l’impalpabile rugiada notturna aveva risvegliato la linfa vitale dei frettolosi semi di Arrakis, vide fiorire enormi chiazze rosse, sulle quali avanzava una lunga trama violetta… come i passi di un gigante invisibile.

«È un’alba meravigliosa, signore» disse la guardia.

«Sì.»

Il Duca annuì, pensando: Forse si può anche amare questo pianeta. Forse può anche diventare una buona patria per mio figlio.

Poi vide le figure umane che si muovevano nei campi di fiori, spazzandoli con degli strani arnesi simili a roncole: i raccoglitori di rugiada. L’acqua era talmente preziosa su Arrakis che perfino la rugiada veniva raccolta.

Ma può essere anche un mondo ripugnante, concluse il Duca.

Probabilmente non c’è momento più terribile, nella nostra vita, di quello in cui si scopre che nostro padre è un uomo…. in carne e ossa.

dalla «Raccolta dei detti di Muad’Dib», della Principessa Irulan

«Paul» disse il Duca, «devo fare una cosa odiosa, ma è necessario.»

Era in piedi accanto al rivelatore portatile di veleni, nella sala delle conferenze, mentre facevano colazione. I bracci sensori dell’apparecchio pendevano inerti sopra il tavolo, ricordando a Paul uno strano insetto appena morto.

Lo sguardo del Duca era rivolto fuori della finestra, sul campo di atterraggio e sui vortici di polvere sullo sfondo del cielo.

Paul stava osservando una moviola, con una breve filmclip sulle pratiche religiose dei Fremen. La filmclip era stata compilata da uno degli esperti di Hawat, e Paul si turbò quando vi scoprì dei riferimenti a se stesso:

«Mahdi!»

«Lisan al-Gaib!»

Gli bastava chiudere gli occhi per udire nuovamente gli urli della folla. Così, è questo che sperano, pensò. E ricordò quello che la Reverenda Madre aveva detto: Kwisatz Haderach. Il ricordo risvegliò in lui la sensazione del terribile scopo, popolando quello strano mondo di impressioni familiari che tuttavia non riusciva a comprendere.

«Che cosa odiosa» fece il Duca.

«Che intendi dire?»

Leto si voltò e guardò suo figlio. «Gli Harkonnen pensano d’ingannarmi distruggendo la mia fiducia in tua madre. Essi ignorano che sarebbe più facile farmi perdere ogni fiducia in me stesso.»

«Non capisco.»

Nuovamente Leto guardò fuori della finestra. Il sole bianco era già alto, nel suo quadrante mattutino. La luce lattea metteva in risalto un ribollire di nubi polverose che galleggiavano sui canyon profondamente incisi del Muro Scudo.

Lentamente, parlando a bassa voce per dominare l’ira, il Duca riferì a Paul il messaggio, spiegandogli il suo misterioso contenuto.

«Per la stessa ragione dovresti diffidare di me» disse Paul.

«Devono credere di esserci riusciti» replicò il Duca. «Devono credermi tanto pazzo da pensarlo possibile. Deve sembrare vero. Neppure tua madre dev’essere informata di questo intrigo.»