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Il Duca sorrise cupamente: «Ma noi sappiamo entrambi come stanno le cose».

«Devo ricordarvi che Sua Maestà appoggia il mio lavoro?»

«Davvero? E in che cosa consiste?»

Nel breve silenzio che seguì, Paul pensò: Mio padre esagera, con Kynes. Fissò Halleck, ma il menestrello guerriero stava contemplando il paesaggio desolato.

«Naturalmente» riprese Kynes, a bassa voce, «voi vi riferite ai miei lavori di planetologo.»

«Naturalmente.»

«Consistono soprattutto in biologia e botanica delle terre aride… e un po’ di geologia, perforazioni della crosta e qualche esperimento. Non si esauriscono mai le possibilità di un pianeta.»

«Voi fate ricerche anche sulla spezia?»

Kynes si girò, e Paul notò la linea dura del suo profilo. «Che curiosa domanda, mio Signore.»

«Ricordate, Kynes, che adesso questo è il mio feudo. I miei metodi differiscono da quelli degli Harkonnen. Non m’importa se voi studiate la spezia, sempre che dividiate con me i risultati» fissò il planetologo: «Gli Harkonnen non incoraggiavano affatto le ricerche sulla spezia, non è vero?»

Kynes lo fissò a sua volta, in silenzio.

«Potete parlare apertamente» disse il Duca, «senza alcun timore per la vostra vita.»

«La Corte Imperiale è veramente molto lontana» mormorò Kynes, e pensò: Che cosa si aspetta, dunque, quest’invasore impregnato d’acqua? Crede che io sia così pazzo da unirmi a lui?

Il Duca ebbe una risatina, riportando tutta la sua attenzione sulla rotta: «Mi sembra di aver sentito una nota amara nella vostra voce, signore. Ci siamo precipitati su questo mondo con la nostra banda di assassini addomesticati, non è vero? E ci aspettiamo che voi capiate subito che siamo diversi dagli Harkonnen?»

«Ho letto la propaganda con la quale avete inondato sietch e villaggi» replicò Kynes. «’Amate il buon Duca! Le nuove guarnigioni…’»

«Questo, poi!» urlò Halleck. Si era riscosso dalla contemplazione del paesaggio, precipitandosi in avanti.

Paul fu pronto ad afferrargli il braccio.

«Gurney!» esclamò il Duca. Si voltò per un attimo a guardarlo: «Quest’uomo ha servito per lungo tempo gli Harkonnen».

Halleck tornò a sedersi. «Già.»

«Quel suo uomo, Hawat, è molto astuto» disse Kynes. «Ma le sue intenzioni sono fin troppo chiare.»

«Ci aprirà quelle basi, allora?» chiese il Duca.

«Appartengono a Sua Maestà» replicò asciutto Kynes.

«Ma nessuno le usa.»

«Potrebbero servire.»

«Sua Maestà è d’accordo?»

Kynes lo fissò duramente. «Arrakis potrebbe essere un paradiso se i suoi governanti non si occupassero soltanto di arraffare la spezia!»

Non ha risposto alla mia domanda, disse tra sé il Duca. E domandò: «Com’è possibile che un pianeta diventi un paradiso, senza denaro?»

«Ma che cos’è il denaro, se non vi procura i servizi di cui voi avete bisogno?»

Basta così! pensò il Duca. E disse: «Discuteremo di questo un’altra volta. Se non mi sbaglio, ci stiamo avvicinando al bordo del Muro Scudo. Mantengo la stessa rotta?»

«La stessa rotta» mormorò Kynes.

Paul guardò fuori dal finestrino. Sotto di loro, la parete scoscesa precipitava in pieghe contorte verso un pianoro completamente spoglio che terminava con un bordo aguzzo. Oltre il bordo, le dune a forma di mezzaluna, simili a unghie, si allineavano fino all’orizzonte: qua e là comparivano masse confuse, macchie scure le quali indicavano qualcosa che non era sabbia. Forse rocce affioranti. In quest’aria soffocante, Paul non avrebbe potuto giurarlo.

«Non ci sono piante laggiù?» chiese.

«Qualcuna» disse Kynes. «A questa latitudine la vita è rappresentata soprattutto da quelle che noi chiamiamo ’ladri d’acqua’… sono piante che si depredano a vicenda dell’umidità, inghiottendo fin la più piccola traccia di rugiada. Alcune zone del deserto brulicano di vita. Ma tutte queste creature hanno imparato a sopravvivere ai rigori del deserto. Se voi foste intrappolati laggiù, dovreste imitare queste forme di vita o morire.»

«Volete dire derubarci dell’acqua l’uno con l’altro?» chiese Paul. L’idea gli parve oltraggiosa e il tremito della voce tradì l’emozione.

«Lo si fa» disse Kynes. «Ma questo non è esattamente il significato delle mie parole. Vedete, il mio clima esige un particolare atteggiamento verso l’acqua. Si pensa all’acqua, sempre. Non si spreca nulla che contenga dell’umidità.»

Il Duca pensò: Il mio clima!…

«Due gradi più a sud, mio Signore» disse Kynes. «C’è una burrasca in arrivo da ovest.»

Il Duca annuì. Aveva scorto in lontananza un turbinio di sabbia arancione. Fece ruotare l’ornitottero e osservò il riflesso aranciato della polvere sulle ali degli apparecchi di scorta che imitavano la sua manovra.

«Questo dovrebbe consentirci di evitare la tempesta» fece Kynes.

«Volare in mezzo a questa sabbia dev’essere pericoloso» disse Paul. «Può veramente intaccare i metalli più duri?»

«A quest’altezza non è sabbia, ma polvere» spiegò Kynes. «Il pericolo più grave è la mancanza di visibilità, oltre alla turbolenza e alle valvole di aspirazione che s’incrostano.»

«Assisteremo all’estrazione della spezia, oggi?» chiese Paul.

«Molto probabilmente» confermò Kynes.

Paul si rilassò sul sedile. Si era servito delle domande e della sua percezione superiore per compiere quella che sua madre chiamava la ’registrazione’ di una persona. Ora, aveva Kynes: il tono della voce, ogni più piccolo particolare del suo viso e del suo modo di muoversi. Una piega innaturale sulla manica sinistra del suo vestito rivelava la presenza di un coltello in un fodero. La sua vita era curiosamente rigonfia. Si diceva che gli uomini del deserto indossassero una cintura imbottita nella quale infilavano gli oggetti di prima necessità. Forse il rigonfiamento era dovuto a una cintura di questo tipo… certamente non era dovuto a una cintura scudo. Una spilla di rame con incisa l’immagine di una lepre chiudeva il vestito di Kynes all’altezza del collo. Un’altra spilla, più piccola ma con la stessa immagine incisa, pendeva da un angolo del cappuccio, sulla spalla.

Halleck si contorse sul sedile accanto a Paul, raggiunse il compartimento sul retro e ne tirò fuori il suo baliset. Kynes lo guardò un attimo mentre accordava lo strumento, poi si dedicò nuovamente alla rotta.

«Che cosa ti piacerebbe sentire, Giovane Duca?» chiese Halleck.

«Scegli tu stesso, Gurney.»

Halleck avvicinò l’orecchio alla cassa armonica e cominciò a strimpellare e a cantare sommessamente:

«I nostri padri hanno mangiato la manna del deserto, Nelle distese ardenti flagellate dal vento. Signore, salvaci tu da questa terra orribile! Salvaci tu… oh, salvaci tu Da questa terra arida e assetata».

Kynes lanciò un’occhiata al Duca: «Voi viaggiate con pochissime guardie, mio Signore. Tutti i vostri uomini sono forniti di tanto talento in campi così diversi?»

«Gurney?» Il Duca soffocò una risata. «Gurney è unico. Mi piace averlo accanto per i suoi occhi. Poche cose gli sfuggono!»

Il planetologo si accigliò.

Senza perdere una battuta della sua canzone, Halleck continuò:

«Poiché io sono come un gufo del deserto, ohò! Oh, sì, come un gufo del deserto!»

Il Duca si piegò in avanti, staccò un microfono dal quadro dei comandi, lo attivò e disse: «Capo a scorta Gemma. Oggetto volante a nove ore, settore B. L’avete identificato?»