Nel silenzio che seguì, si udì la voce di Kynes: «Benedetto sia il Creatore e la Sua acqua. Benedetta la Sua venuta e la Sua partenza. Possa il Suo passaggio purificare il mondo. Possa Egli conservare il mondo per il Suo popolo».
«Che cosa state dicendo?» gli chiese il Duca.
Ma Kynes restò silenzioso.
Paul osservò gli uomini stretti intorno a lui. Fissavano spaventati la nuca di Kynes. Uno di loro bisbigliò: «Liet».
Kynes si voltò, accigliato. L’uomo, confuso, cercò di nascondersi.
Un altro degli scampati cominciò a tossire: una tosse secca e aspra. Qualche istante dopo, ansimò: «Maledetto questo buco infernale!»
L’uomo alto, l’ultimo a uscire dal trattore, intervenne: «Stai calmo, Coss! Non fai altro che peggiorare la tua tosse.» Si fece strada nella ressa finché non fu accanto al Duca. «Voi siete il Duca Leto, immagino» disse. «Siete voi che dobbiamo ringraziare per averci salvato la vita. Prima del vostro arrivo, eravamo perduti.»
«Silenzio, uomo, lascia che il Duca guidi la sua macchina» mormorò Halleck.
Paul lanciò un’occhiata a Halleck. Anche lui aveva visto i muscoli contratti sul volto di suo padre. Si doveva agire con cautela, quando il Duca era infuriato.
Leto fece uscire l’ornitottero dalla sua traiettoria circolare, ma subito lo arrestò sulla verticale per esaminare meglio qualcosa che si muoveva nella sabbia sottostante. Il verme si era ritirato in profondità, e ora, non lontano dal punto dove si era trovato il trattore fino a qualche istante prima, si scorgevano due figure che si dirigevano verso nord, allontanandosi dalla depressione. Sembrava che scivolassero tra le dune, sollevando appena qualche granello di sabbia.
«Chi sono quei due, laggiù?» urlò il Duca.
«Due apprendisti» disse l’uomo alto. «Erano venuti con noi per vedere, Signore.»
«Perché nessuno mi ha detto niente?»
«Sono loro che hanno voluto correre il rischio, Signore» insistette l’uomo da duna.
«Mio Signore» intervenne Kynes, «essi sanno che c’è ben poco da fare per gli uomini intrappolati nel territorio dei vermi.»
«Manderemo un apparecchio dalla base a prenderli!» ribatté bruscamente il Duca.
«Come volete, mio Signore» disse Kynes. «Ma è probabile che, quando la macchina arriverà non ci sarà più nessuno da salvare.»
«Manderò una macchina lo stesso» ripeté il Duca.
«Erano proprio accanto al punto da cui è uscito il verme» disse Paul. «Come hanno fatto a fuggire?»
«Le dimensioni di quella voragine ingannano» spiegò Kynes.
«Signore» intervenne Halleck, «state sprecando troppo carburante.»
«Ho visto, Gurney!»
Il Duca fece ruotare il velivolo verso il Muro Scudo. La scorta discese dalla quota di osservazione e si dispose ai suoi fianchi.
Paul ripensò a quello che avevano detto l’uomo da duna e Kynes. Percepiva solo mezze verità e menzogne complete. I due uomini erano fuggiti sulla sabbia con tanta sicurezza, muovendosi in un modo chiaramente calcolato per non attirare il verme dalle profondità in cui si trovava…
Fremen! Il pensiero folgorò Paul. Chi altri avrebbe potuto muoversi con tanta disinvoltura sulla sabbia? Chi altri sarebbe sfuggito al terrore… sapendo di non essere in pericolo? Essi sanno come vivere laggiù! E come superare in astuzia un verme!
«Che cosa facevano quei Fremen sul trattore?» chiese Paul.
Kynes si girò di scatto.
Anche l’uomo da duna si girò verso Paul, sbigottito (occhi azzurri nell’azzurro). «Chi è questo ragazzo?» domandò.
Halleck si intromise tra l’uomo e Paul. «Questi è Paul Atreides, l’erede del Duca.»
«Perché mai afferma che c’erano dei Fremen sul nostro trattore?»
«Corrispondono alla descrizione» disse Paul.
Kynes sbuffò: «Non si può identificare un Fremen con una sola occhiata!» fissò l’uomo da duna: «Tu, chi erano quegli uomini?»
«Amici di uno dei nostri, semplicemente» rispose l’uomo. «Amici venuti da un villaggio che volevano vedere le sabbie della spezia.»
Kynes si voltò: «Fremen!»
Ma ricordò le parole della leggenda: «Il Lisan al-Gaib vedrà attraverso ogni sotterfugio».
«Con tutta probabilità a quest’ora sono morti, Giovane Duca» disse l’uomo da duna. «Perché dir male di loro?»
Ma Paul avvertì la falsità delle loro voci e la minaccia che aveva mosso istintivamente Halleck al suo fianco, per proteggerlo.
Paul continuò: «Un luogo terribile per morire».
Senza voltarsi, Kynes replicò: «Quando Dio ha stabilito che una creatura muoia in un certo luogo, fa in modo che la sua volontà la conduca in quel luogo».
Leto si voltò e fulminò Kynes con lo sguardo.
E Kynes, restituendogli l’occhiata, si sentì improvvisamente sconvolto per una cosa che non aveva previsto: Questo Duca era molto più preoccupato per gli uomini che per la spezia. Ha rischiato la vita, e quella di suo figlio, per salvarli. Ha avuto un solo gesto di stizza per la perdita del trattore pieno di spezia. Ma la minaccia che incombeva sugli uomini lo ha mandato in bestia. Un simile capo potrebbe assicurarsi una lealtà fanatica. Sarebbe difficile sconfiggerlo.
Contro la sua volontà e contro ogni precedente giudizio, Kynes fu costretto ad ammettere dentro di sé: Mi piace questo Duca.
La grandezza è un’esperienza transitoria. Ed è inconsistente, legata com’è all’immaginazione umana che crea i miti. La persona che sperimenta la grandezza deve percepire il mito che la circonda. Deve pensare a quanto è proiettato su di lei, e mostrarsi fortemente incline all’ironia. Questo le impedirà di credere anch’essa a quello che pretende di essere. L’ironia le consentirà di agire indipendentemente da se stessa. Se invece non possiede questa qualità, anche una grandezza occasionale può distruggerla.
Nella sala da pranzo della grande dimora di Arrakeen, le lampade a sospensione che erano state accese per contrastare la rapida oscurità della notte illuminavano col loro giallo splendore la testa nera del toro dalle corna insanguinate, riflettendosi sul cupo ritratto a olio del Vecchio Duca.
Sotto questi talismani, le candide tovaglie sembravano risplendere intorno al riflesso brunito delle argenterie degli Atreides, disposte in ordine perfetto sulla grande tavola: piccoli arcipelaghi di preziose stoviglie in attesa accanto a calici di cristallo, davanti a sedie di legno massiccio. Il classico candeliere centrale era spento e la sua catena ritorta saliva verso le ombre del soffitto, dov’era stato dissimulato il meccanismo del rivelatore di veleni.
Il Duca, immobile sulla soglia, ispezionò la tavola, pensando al rivelatore di veleni e a quello che significava nella loro società.
Tutto in perfetta armonia, pensò. È possibile definirci in base al nostro linguaggio, ai differenti modi precisi e delicati con i quali amiamo somministrare una morte traditrice. Forse qualcuno proverà il chaumurky, questa sera: il veleno delle bevande? O sarà il chaumas: il veleno delle pietanze?
Scosse la testa.
Davanti ad ogni sedia, sulla tavola, una caraffa colma d’acqua. C’era abbastanza acqua, su quella tavola, valutò il Duca, da consentire a una famiglia povera di Arrakis di vivere per più di un anno.
Accanto a lui, vicino alla porta, due bacinelle rivestite di smalto giallo verde, ciascuna con la sua rastrelliera di asciugamani. La governante gli aveva spiegato che era costume, per gli ospiti al castello, immergere cerimoniosamente le mani in una bacinella, rovesciando parecchie scodelle d’acqua sul pavimento, asciugandosi poi le mani e gettando l’asciugamano nella pozza d’acqua sempre più larga, sul pavimento. Dopo il banchetto, i mendicanti si riunivano là fuori per strizzare l’acqua dagli asciugamani.