«Così, ho svegliato Lady Jessica» mormorò Idaho. Alzò gli occhi al soffitto e tuonò: «La mia spada ha bevuto il suo primo sangue su Grumman!»
Grande Madre! È ubriaco! pensò Jessica.
Il volto scuro e rotondo di Idaho era contorto in una smorfia, i suoi capelli, arricciati come il vello di un nero caprone, erano impastati di fango. La sua tunica strappata mostrava la camicia indossata per il banchetto.
Jessica si avvicinò.
Una delle guardie accennò col capo verso di lei, senza mollare la presa.
«Non sapevamo cosa fare di lui, mia Signora. Stava facendo un gran baccano qui davanti alla porta, rifiutandosi di entrare. Abbiamo avuto paura che accorressero i nativi e che lo vedessero. Non sarebbe stato bene per noi. Ci avrebbe procurato una brutta nomea.»
«Dov’è stato?» chiese Jessica.
«Ha scortato a casa una delle giovani dame dopo il banchetto, mia Signora. Ordini di Hawat.»
«Quale giovane dama?»
«Una delle ragazze della scorta. Capite, mia Signora?» Lanciò un’occhiata a Mapes e abbassò la voce. «Tocca sempre a Idaho la sorveglianza delle signore.»
Jessica pensò: Davvero! Ma perché è ubriaco?
Si accigliò e si voltò verso Mapes: «Mapes, porta uno stimolante. Suggerisco la caffeina. Forse è avanzato del caffè di spezia.»
Mapes scosse le spalle e si diresse verso la cucina, sbattendo sul pavimento gli stivali slacciati.
Idaho girò faticosamente la testa e fissò Jessica: «Ho ucciso… più di trecento uomini… per il Duca» balbettò. «Volete sapere… perché sto… fuori?… Non riesco a vivere… qui sopra. E neanche… là sotto. Che posto è diventato… questo, eh?»
Un rumore proveniente da una porta laterale della Sala attirò l’attenzione di Jessica. Si voltò e vide Yueh che si avvicinava, impugnando con la mano sinistra la valigetta medica. Era vestito di tutto punto, anche se pallido e stanco. La losanga del tatuaggio gli spiccava sulla fronte.
«Il caro… dottore!» urlò Idaho. «Come la va… dottore? L’uomo del gesso… e… della pillola?» Fissò Jessica con gli occhi stralunati: «Mi… sto comportando da idiota, no?»
Jessica aggrottò le sopracciglia e restò silenziosa, chiedendosi: Perché mai Idaho dovrebbe ubriacarsi? Lo hanno forse drogato?
«Troppa birra di spezia» disse Idaho, tentando di raddrizzarsi.
Mapes stava ritornando con una tazza fumante. Si fermò incerta dietro al dottor Yueh. Guardò Jessica, che scosse la testa.
Yueh mise in terra la valigetta, salutò con un cenno Jessica e disse: «Birra di spezia, eh?»
«La migliore… che ho mai bevuto» balbettò Idaho. Cercò di mettersi sull’attenti. «La mia… spada… ha bevuto il sangue per la prima volta su Grumman! Ho ucciso un… Harkonnen. L’ho ucciso… per il Duca.»
Yueh si girò, vide la tazza nelle mani di Mapes: «Che cos’è?»
«Caffeina» disse Jessica.
Yueh prese la tazza, la porse a Idaho: «Bevila».
«Non voglio… più bere!»
«Bevila, ti dico!»
La testa di Idaho ciondolò verso Yueh. Mosse un passo in avanti, trascinando con sé la guardia. «Sono enormemente… stufo di far piacere… all’Universo… Imperiale, dottore. Per una volta… faremo a modo mio.»
«Dopo che avrai bevuto questo» gli ingiunse Yueh. «È caffeina.»
«Marcio come il resto, in questo posto! Quel maledetto… sole è troppo chiaro! Niente ha il colore giusto! Tutto sbagliato…»
«Beh, è notte, adesso» disse Yueh, con voce tranquilla. «Fai il bravo, bevi. Ti sentirai molto meglio.»
«Non voglio sentirmi meglio!»
«Non possiamo star qui a discutere tutta la notte» intervenne Jessica. E pensò: Questo richiede un trattamento di shock.
«Non c’è ragione che voi rimaniate, mia Signora» disse Yueh. «Posso occuparmene io.»
Jessica scosse la testa. Fece un passo in avanti e schiaffeggiò con violenza Idaho.
Questi crollò all’indietro trascinando con sé la guardia, e la fissò con uno sguardo d’odio.
«Non è questo il modo di agire nella dimora del Duca!» gli rinfacciò lei. Strappò la tazza dalle mani di Yueh, rovesciando una parte del caffè, e la tese a Idaho: «Adesso, bevi! È un ordine!»
Idaho sussultò e si raddrizzò, fissandola minacciosamente. Parlò lentamente, con fredda determinazione: «Non accetto ordini da una spia degli Harkonnen!»
Yueh s’irrigidì e si voltò verso Jessica.
Era pallida come un morto, ma annuì lentamente. Tutto era chiaro, adesso… ora capiva finalmente tutte quelle allusioni vaghe e frammentarie che aveva colto, gli ultimi giorni, nelle parole e nel comportamento di quelli che la circondavano. Una collera immensa la sconvolse: se ne sentì quasi travolta. Dovette far ricorso a tutto il suo addestramento Bene Gesserit per calmare il polso e rallentare il respiro. Ma anche così, sentì il fuoco interiore divampare in lei.
Tocca sempre a Idaho la sorveglianza delle signore!
Fissò Yueh. Il dottore abbassò gli occhi.
«Tu lo sapevi?» gli chiese.
«Ho… ho sentito delle voci, mia Signora. Ma non ho voluto aggiungere questa alle vostre preoccupazioni.»
«Hawat!» gridò Jessica. «Voglio che Thufir Hawat sia condotto immediatamente alla mia presenza!»
«Ma, mia Signora…»
«Immediatamente!»
Dev’essere stato Hawat, pensò. Un simile sospetto viene senz’altro da lui. Altrimenti, sarebbe stato scartato!
Idaho scosse la testa e mormorò: «Buttate via quella maledetta roba».
Jessica guardò la tazza che stringeva in mano e improvvisamente ne scagliò il contenuto in faccia a Idaho: «Chiudetelo in una camera degli ospiti nell’ala est» ordinò. «Lasciate che smaltisca la sbornia!»
Le guardie la fissarono con aria infelice. Uno dei due azzardò: «Forse è meglio portarlo da qualche altra parte, mia Signora. Potremmo…»
«Deve restar qui!» ribatté Jessica, bruscamente. «Qui c’è un lavoro per lui.» La sua voce trasudava amarezza: «È così in gamba a sorvegliare le signore!»
La guardia deglutì.
«Sapete dov’è il Duca?» chiese Jessica.
«È al Posto di Comando, signora.»
«Hawat è con lui?»
«Hawat è in città, mia Signora.»
«Portate qui Hawat, subito» ordinò Jessica. «Lo aspetterò nel mio salotto.»
«Ma, mia Signora…»
«Se necessario, chiamerò il Duca. Ma spero che non sia necessario. Non vorrei disturbarlo per una cosa del genere.»
«Sì, mia Signora.»
Jessica gettò la tazza vuota nelle mani di Mapes, e incontrò il suo sguardo, azzurro sull’azzurro.
«Puoi ritornare a letto, Mapes.»
«Siete sicura di non aver bisogno di me?»
Jessica sorrise trucemente: «Ne sono sicura».
«Forse potreste aspettare fino a domani» disse Yueh. «Potrei darvi un sedativo, e…»
«Voi ritornerete nel vostro appartamento e mi lascerete sbrigare questa faccenda a modo mio.» Gli batté la mano sul braccio per temperare l’asprezza delle parole. «Questo è l’unico modo.»
Improvvisamente, a testa alta, si voltò e si diresse con passo regale alle sue stanze. Fredde pareti… corridoi… una porta dall’aspetto familiare… Aprì la porta, entrò e la chiuse dietro di sé con un tonfo. Jessica restò immobile in mezzo alla stanza, guardando con ferocia la finestra schermata del suo salotto. Hawat! È forse lui al soldo degli Harkonnen? Vedremo.
Jessica si avvicinò alla poltrona, comoda e di antica foggia, rivestita di pelle ricamata di schlag. La spostò in modo da controllare la porta. Fu acutamente conscia, all’improvviso, della presenza del cryss allacciato col fodero alla gamba. Staccò il fodero e lo allacciò al braccio saggiandone il peso. Ancora una volta si guardò intorno registrando nella sua mente l’esatta posizione di ogni oggetto, in caso di emergenza: la sedia all’angolo, gli scanni addossati al muro, i due tavoli, il sithar sul piedistallo, accanto alla porta della camera da letto.