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Le lampade a sospensione irradiavano una luce rosa pallida. Jessica abbassò la luce, prese posto nella poltrona, accarezzandone l’imbottitura, apprezzandone, in questa occasione, la regale pesantezza.

Ora, che venga pure, disse tra sé. Succederà quello che succederà. E si preparò ad aspettare al modo Bene Gesserit, accumulando pazienza e conservando le forze.

Più presto di quanto non si aspettasse, sentì bussare alla porta. Al suo comando Hawat entrò.

Lei lo guardò senza muoversi dalla poltrona e percepì nei suoi movimenti la presenza vibrante di un’energia dovuta alla droga e la fatica che questa nascondeva. Gli occhi acquosi di Hawat scintillavano. La sua pelle coriacea appariva leggermente giallastra alla luce delle lampade e una macchia larga e umida spiccava sulla manica del braccio dov’era nascosto il coltello.

Jessica sentì l’odore del sangue.

Indicò con la mano uno degli scanni e disse: «Siediti di fronte a me».

Hawat s’inchinò e obbedì. Quel pazzo ubriaco di Idaho! pensò. Studiò il volto di Jessica, chiedendosi come avrebbe potuto salvare la situazione.

«È indispensabile un chiarimento fra noi» cominciò Jessica.

«Che cosa vi preoccupa, mia Signora?» Hawat si sedette, le mani sulle ginocchia.

«Non fare l’ingenuo con me!» replicò lei bruscamente. «Se Yueh non ti ha detto perché ti ho fatto chiamare, allora ti avrà informato una delle tue spie, qui in casa. Non pensi che dovremmo essere onesti almeno su questo, fra noi?»

«Come desiderate, mia Signora.»

«Prima di tutto rispondi a una mia domanda» disse lei. «Sei forse diventato una spia degli Harkonnen?»

Hawat sobbalzò sulla sedia, il volto cupo per l’ira: «Osate insultarmi così?»

«Siediti» gl’intimò Jessica. «Tu mi hai insultato così.»

Lentamente Hawat tornò a sedersi.

E Jessica, leggendo i segni su quel volto che conosceva così bene, si concesse un profondo sospiro. Non è Hawat.

«Ora so che sei ancora fedele al Duca» disse. «Sono pronta perciò a perdonare il modo in cui mi hai insultata.»

«C’è forse qualcosa da perdonare?»

Jessica aggrottò le ciglia, e pensò: Devo giocare la mia carta? Devo parlargli della figlia del Duca che porto in seno da alcune settimane? No… perfino Leto non lo sa. Questo servirebbe soltanto a complicargli la vita, a distrarlo in un momento in cui deve concentrarsi per garantire la nostra sopravvivenza. C’è ancora tempo per farne uso.

«Una Veridica potrebbe risolvere la questione» disse Jessica, «ma non abbiamo qui nessuna Vendica qualificata dal Gran Consiglio.»

«Come voi dite, non abbiamo una Veridica.»

«C’è forse un traditore, fra noi? Ho studiato la nostra gente con la massima cura. Chi potrebbe essere? Non Gurney. E certamente non Duncan. I loro luogotenenti non hanno una posizione strategica che li faccia prendere in considerazione. E non sei tu, Thufir. Non può essere Paul. So di non essere io. Il dottor Yueh, allora? Devo chiamarlo e sottoporlo alla prova?»

«Sapete che sarebbe inutile» disse Hawat. «È condizionato dal Gran Collegio. Di questo ne sono certo.»

«Per non citare il fatto che sua moglie era una Bene Gesserit trucidata dagli Harkonnen» replicò Jessica.

«È dunque questo che le è accaduto!»

«Non hai sentito l’odio nella sua voce, quando pronuncia il nome degli Harkonnen?»

«Lo sapete che io non ho l’orecchio» disse Hawat.

«Che cosa ti ha fatto sospettare così indegnamente di me?» chiese Jessica.

Hawat si rabbuiò: «Mia Signora, voi mettete il vostro servitore in una posizione impossibile. Prima di tutto io sono fedele al Duca».

«Sono pronta a perdonare parecchio, per questa tua fedeltà.»

«Devo chiedervi ancora una volta: c’è forse qualcosa da perdonare?»

«Stallo» disse lei.

Lui scosse le spalle.

«Allora parliamo di qualcos’altro per un minuto» disse Jessica. «Duncan Idaho, quel guerriero tanto ammirato, la cui abilità di guardiano e sorvegliante è tanto stimata. Questa notte ha ecceduto in qualcosa chiamata birra di spezia. Dai rapporti, ho appreso che altri si sono lasciati inebetire da quell’intruglio. È vero?»

«Voi avete letto i rapporti, mia Signora.»

«Appunto. Questi eccessi non ti sembrano un sintomo, Thufir?»

«Mia Signora, voi parlate per enigmi.»

«Usa le tue abilità di Mentat» lo rimbeccò Jessica bruscamente. «Qual è il problema di Duncan e degli altri? Te lo posso dire in tre parole: non hanno casa.»

Hawat puntò l’indice in basso: «Arrakis! Arrakis è la loro casa!»

«Arrakis è un mondo sconosciuto! Caladan era la loro casa, ma noi li abbiamo strappati di là. Non hanno casa. E hanno paura che il Duca tradisca la loro fiducia.»

Hawat s’irrigidì: «Un simile discorso da parte di uno dei miei uomini basterebbe a…»

«Oh, piantala, Thufir. È disfattismo o tradimento per un dottore diagnosticare correttamente la malattia? La mia unica intenzione è di guarirla, questa malattia.»

«Il Duca ha incaricato me di occuparmi di simili faccende.»

«Ma tu capisci certamente quanto io sia preoccupata per gli sviluppi di questa malattia» replicò Jessica. «E forse mi concederai una certa abilità in questo campo.»

Devo somministrargli uno shock? si chiese. Ha bisogno di una scossa violenta, di qualcosa che riesca a staccarlo dalla consueta routine.

«Le vostre preoccupazioni potrebbero essere interpretate in molti modi diversi» disse Hawat. E scrollò ancora le spalle.

«Allora, tu mi hai già condannata?»

«Naturalmente no, mia Signora. Ma non posso permettermi di correre alcun rischio, vista la situazione.»

«Una minaccia alla vita di mio figlio ti è sfuggita sotto il naso proprio in questa casa» lei disse. «Chi ha corso il rischio?»

Il volto s’incupì: «Ho presentato le mie dimissioni al Duca».

«Le hai forse presentate a me… o a Paul?»

La sua furia era sul punto di esplodere, adesso. Lo tradivano il suo ansito, le narici dilatate, lo sguardo fisso. Jessica percepì il rapido pulsare di una vena sulla tempia.

«Io appartengo al Duca» dichiarò, mangiandosi le parole.

«Non c’è nessun traditore» replicò Jessica. «La minaccia è altrove. Forse i laser. Forse correranno il rischio d’introdurre qualche laser di nascosto, puntandolo contro lo schermo di questa casa, con un meccanismo a tempo. Forse…»

«E chi sarebbe in grado di provare, dopo l’esplosione, che non erano bombe atomiche?» ribatté lui. «No, mia Signora, non rischieranno niente di così illegale. Le radiazioni persistono. Le prove sono difficili da cancellare. No. Rispetteranno quasi tutte le formalità. C’è un traditore. Dev’esserci.»

«Tu appartieni al Duca» lo canzonò lei. «Lo distruggeresti, sforzandoti di salvarlo?»

Hawat respirò profondamente, quindi: «Se voi siete innocente, mi scuserò con voi, nel modo più umiliante».

«Parliamo di te, adesso, Thufir» disse Jessica. «Gli esseri umani vivono meglio quando ognuno ha il suo posto, quando ognuno sa qual è la sua posizione nello schema delle cose. Distruggi il posto e avrai distrutto anche la persona. Tu e io, Thufir, fra tutti quelli che amano il Duca, ci troviamo nella posizione ideale per distruggerci a vicenda. Non mi sarebbe fin troppo facile sussurrare i miei sospetti all’orecchio del Duca, durante la notte? E in quali momenti pensi che sia più sensibile a questi sussurri, Thufir? Devo essere più esplicita?»