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«Mi state minacciando?» ringhiò Hawat.

«No davvero. Ti faccio semplicemente notare come qualcuno ci stia attaccando attraverso la posizione stessa delle nostre esistenze. È astuto, diabolico. Ti propongo di neutralizzare questo attacco organizzando diversamente le nostre vite, cosicché non esista più alcuno spiraglio per pugnalarci alle spalle.»

«Voi mi accusate di aver sussurrato sospetti senza fondamento?»

«Senza fondamento, sì.»

«Intendete controbatterli coi vostri sussurri?»

«È la tua vita, Thufir, che è fatta di sussurri, non la mia.»

«Allora mettete in dubbio le mie capacità?»

Jessica sospirò. «Thufir, voglio che tu consideri quanta parte hanno le tue emozioni personali in tutto questo. L’essere umano, quello naturale, è un animale privo di logica. Tu proietti la tua logica in tutti i tuoi problemi, e questo è innaturale, ma tuttavia essa è tollerata perché è utile. Tu sei la logica personificata: un Mentat. E tuttavia le soluzioni dei tuoi problemi sono concetti i quali, in un senso molto reale, si proiettano fuori di te, e devono essere osservati, studiati, esaminati sotto tutti gli angoli possibili.»

«Credete forse di potermi insegnare il mio mestiere?» disse lui, sdegnosamente.

«Tu puoi applicare la tua logica a qualsiasi cosa, fuori di te» continuò Jessica. «Ma è una caratteristica umana il fatto che i nostri problemi personali, quelli che più s’identificano con noi stessi, sono i più difficili da esaminare con la nostra logica. Abbiamo la tendenza a ricercarne le cause intorno a noi, accusando tutto e tutti, salvo la cosa ben reale e profondamente radicata in noi, che ci consuma.»

«Voi cercate deliberatamente di farmi dubitare dei miei poteri di Mentat» ribatté Hawat con voce stridula. «Se dovessi scoprire che uno dei nostri tenta di sabotare così un’arma qualsiasi del nostro arsenale, non avrei esitazioni a denunciarlo e a distruggerlo!»

«I migliori tra i Mentat conservano un salutare rispetto per le probabilità di errore nei loro calcoli.»

«Non ho mai detto altrimenti!»

«Allora, studia quei sintomi che abbiamo entrambi osservato: l’ubriachezza fra i nostri uomini, le liti… Il modo in cui si scambiano pettegolezzi e voci infondate su Arrakis, ignorando le più semplici…»

«Si annoiano, ecco tutto» ribatté lui. «Non cercate di distraimi tentando di rendere misterioso un fatto banale.»

Lei lo fissò, pensando agli uomini del Duca che, nelle baracche, ruminavano sui loro guai, al punto che la tensione si percepiva, lì al castello, quasi come da un isolante bruciato. Stanno diventando come gli uomini delle leggende prima della Gilda, pensò. Come gli uomini di quel perduto esploratore stellare, Ampoliros… nauseati del loro viaggio, eternamente alla ricerca. Sempre preparati e mai pronti.

«Perché non hai mai voluto servirti completamente delle mie capacità nel tuo servizio per il Duca?» insistette lei. «Hai forse paura che una rivale metta in pericolo la tua posizione?»

Lui la fissò torvamente; i suoi vecchi occhi fiammeggiavano. «Conosco un po’ dell’addestramento che il Bene Gesserit dà a voi…» s’interruppe, accigliandosi.

«Continua, dillo» disse lei. «… a voi streghe.»

«Conosco un po’ del vero addestramento che ricevete» replicò Hawat. «Si è manifestato in Paul. Io non mi lascio ingannare da quello che le vostre Scuole dicono al pubblico, che voi esistete solo per servire.»

Lo shock dev’essere brutale, ed è quasi pronto per riceverlo, pensò Jessica.

«Tu mi hai sempre ascoltata con rispetto durante le sedute del Consiglio. E tuttavia molto raramente hai tenuto conto delle mie opinioni. Perché?»

«Non mi fido dei vostri moventi Bene Gesserit» disse lui. «Anche se voi credete di poter guardare nel cuore di un uomo, anche se siete convinta di spingere un uomo a fare esattamente quello che…»

«Thufir! Povero imbecille

Lui la fulminò con lo sguardo, gettandosi indietro sulla sedia.

«Qualsiasi diceria tu abbia udito sulle nostre Scuole» disse Jessica, «la verità è molto più grave. Se io volessi distruggere il Duca… o te, o qualsiasi altra persona vicino a me, tu non potresti fermarmi.»

E pensò: Perché permetto che l’orgoglio mi faccia dire cose simili? Non è questo il modo in cui sono stata addestrata. Non è così che posso colpirlo.

Hawat fece scivolare una mano sotto la tunica, dove nascondeva un piccolo proiettore di dardi avvelenati. Non porta scudo, pensò. Che stia soltanto vantandosi? Potrei uccìderla adesso… ma, ah… quali sarebbero le conseguenze se mi sbagliassi?

Jessica vide il gesto della sua mano e disse: «Preghiamo perché la violenza non sia mai necessaria fra noi».

«Preghiera lodevole.»

«Intanto il male si diffonde fra noi. Ti chiedo ancora: non è forse più ragionevole supporre che gli Harkonnen abbiano seminato i loro sospetti per metterci l’uno contro l’altra?»

«Siamo di nuovo in stallo» fece Hawat.

Lei sospirò, pensando: È quasi pronto.

«Il Duca e io siamo come il padre e la madre per il nostro popolo. La posizione…»

«Non vi ha sposata.»

Jessica si costrinse alla calma. Una buona risposta, pensò.

«Ma non sposerà nessun’altra» rispose. «Non finché io sarò viva. E, come ho detto, noi siamo come dei tutori. Spezzare quest’ordine naturale, disturbare, confonderci e dividerci… quale obiettivo più allettante per gli Harkonnen?»

Hawat indovinò a che cosa tendeva il suo discorso e socchiuse gli occhi come per intimidirla.

«Il Duca?» continuò Jessica. «Un bersaglio invitante, certo, ma nessuno, forse con l’unica eccezione di Paul, è meglio sorvegliato. Io? Senza dubbio li tento, ma sanno che le Bene Gesserit sono bersagli difficili. E c’è un bersaglio ancora migliore, una persona alla quale i doveri creano, necessariamente, una mostruosa cecità. Una persona per cui sospettare è naturale come respirare. Che trascorre l’intera sua vita tra le insinuazioni e i misteri.» Puntò la sua mano contro di lui: «Tu!»

Hawat quasi balzò dalla sedia.

«Non ti ho ancora congedato, Thufir!» gli intimò Jessica.

Il vecchio Mentat ricadde quasi di colpo sulla sedia, tanta fu la rapidità con cui i suoi muscoli lo tradirono.

Jessica sorrise senza gioia. «Adesso ti sei accorto del vero addestramento che ci vien dato.»

Hawat cercò d’inghiottire senza riuscirci. L’intimazione di Jessica era stata regale, perentoria: un tono, un modo irresistibili. Aveva sentito il proprio corpo obbedirle prima ancora di poter pensare. Niente avrebbe potuto impedirlo, né la logica, né il furore… niente. E tutto questo rivelava una conoscenza profonda, sensibile della persona alla quale si era rivolta, un controllo così completo che lui non l’avrebbe mai creduto possibile.

«Ti ho già detto, prima, che noi due dovremmo capirci» riprese Jessica. «Volevo dire che tu dovresti capire me. Io ti capisco già. E ora ti dico: la tua fedeltà al Duca è l’unica garanzia che tu hai con me.»

Lui la guardò, inumidendosi le labbra.

«Se io desiderassi un fantoccio, il Duca mi sposerebbe subito» continuò Jessica. «Potrebbe anche convincersi di averlo fatto di sua spontanea volontà.»