Hawat chinò la testa, e la fissò con occhi socchiusi. Solo il più rigido controllo lo tratteneva dal chiamare le guardie. Il controllo… e ora il sospetto che quella donna avrebbe potuto impedirlo. Un brivido gli corse lungo la schiena, pensando al modo in cui lei l’aveva controllato. In quell’attimo di esitazione avrebbe potuto estrarre un’arma e ucciderlo!
È forse vero che ogni essere umano è vittima di questa cecità? si chiese. È possibile che ognuno di noi possa essere indotto ad agire prima di poter resistere? L’idea gli dette il capogiro. Chi potrebbe mai fermare una persona dotata di un simile potere?
«Hai intravisto il pugno nel guanto del Bene Gesserit» disse ancora Jessica. «Pochi, dopo averlo intravisto, sopravvivono. E quello che ho fatto è una cosa relativamente semplice, per noi. Non hai ancora sperimentato tutto il mio arsenale: pensaci.»
«Perché non distruggete i nemici del Duca?» chiese Hawat.
«Vorresti davvero che li distruggessi? Facendo così del Duca un debole, un uomo che dipenda da me, per sempre?»
«Ma un simile potere…»
«Il potere è un’arma a doppio taglio, Thufir» disse Jessica. «Tu pensi: ’Come dev’esser facile, per lei, crearsi uno strumento umano per poi affondarlo nelle viscere del nemico.’ È vero, Thufir, perfino nelle tue viscere. E tuttavia, che cosa otterrei? Se un certo numero di Bene Gesserit facesse questo, non diventerebbero sospette tutte le Bene Gesserit? Noi non lo vogliamo, Thuflr. Non desideriamo distruggere noi stesse» annuì: «Sì, è vero, noi esistiamo soltanto per servire».
«Non posso rispondervi» fece Thufir. «Voi lo sapete.»
«Non dirai a nessuno quello che è accaduto qui. Io ti conosco bene Thufir e sono sicura che non parlerai.»
«Mia Signora…» Il vecchio cercò ancora d’inghiottire, ma la sua gola era secca. E pensò: Ha grandi poteri, è vero. Ma non servirebbero forse a renderla uno strumento ancora più formidabile per gli Harkonnen?
«Il Duca potrebbe essere distrutto con uguale rapidità sia dai suoi amici che dai suoi nemici» disse Jessica. «Spero che ora esaminerai fino in fondo le ragioni di questo sospetto e lo cancellerai.»
«Se risulterà infondato.»
«Se» lo canzonò lei.
«Se» ripeté lui.
«Sei tenace.»
«Prudente» la corresse, «e consapevole della possibilità di un errore.»
«Allora ti farò un’altra domanda. Che cosa significa per te il fatto di trovarti di fronte a un altro essere umano, e che tu sia legato e senza possibilità di difesa, mentre l’altro ti tiene un coltello alla gola… e tuttavia egli non ti uccide, ti libera dai tuoi legami e ti offre il coltello perché tu lo usi a tuo piacimento?»
Jessica si alzò lentamente dalla poltrona, gli voltò le spalle e poi disse: «Ora puoi andare, Thufir».
Il vecchio Mentat si alzò a sua volta, esitò, le sue mani si mossero verso l’arma mortale nascosta nella tunica. Si ricordò dell’arena e del padre del Duca (che era stato un coraggioso, lasciando perdere i suoi difetti), e del lontano giorno della corrida: la bestia nera e feroce era rimasta immobile, con la testa piegata, confusa. Il Vecchio Duca aveva girato la schiena alle sue corna, con la cappa ripiegata audacemente sul braccio, mentre gli evviva tuonavano sulle tribune.
Io sono il toro e lei è il matador, pensò Hawat. Ritirò la mano dall’arma e considerò il sudore che luccicava sul palmo.
Seppe allora, qualunque cosa i fatti avessero dimostrato alla fine, che non avrebbe mai dimenticato questo istante e che la suprema ammirazione che provava per Lady Jessica non sarebbe mai venuta meno.
In silenzio, si voltò e uscì della stanza.
Jessica smise di osservarlo dal riflesso della finestra e si voltò a guardare la porta chiusa.
«Ora» bisbigliò, «pensiamo a qualche misura adeguata.»
Leto, in un piccolo studio della sua casa, studiava un messaggio alla luce di un’unica lampada sospesa. Mancava ancora qualche ora all’alba, ed era molto stanco. Un uomo dei Fremen lo aveva consegnato a una guardia, all’ingresso principale, pochi istanti prima, quando il Duca era appena ritornato dal quartier generale. Il messaggio diceva: «Una nube di fumo di giorno, una colonna di fuoco, la notte».
Non c’era firma.
Che cosa significa? si chiese.
Il messaggero si era dileguato senza aspettare la risposta, prima ancora che potessero interrogarlo. Era scomparso nella notte come un’ombra fumosa.
Leto infilò il pezzo di carta in una tasca della tunica, con l’intenzione di farlo vedere a Hawat. Rimosse una ciocca di capelli dalla fronte e sbadigliò, sospirando. L’effetto delle pillole antifatica cominciava a esaurirlo. Erano passati due lunghi giorni dal banchetto, e ancora di più da quando aveva dormito l’ultima volta.
E oltre ai problemi militari c’era stata quella penosa discussione con Hawat, e il rapporto del suo incontro con Jessica.
Devo forse svegliare Jessica? si chiese. Non c’è più alcuna ragione di giocare al segreto con lei. O forse sì?
Maledetto quel Duncan Idaho!
Scosse la testa: No, non Duncan. Sono io che ho sbagliato a non confidarmi con Jessica fin dall’inizio. Devo farlo ora, prima che nascano altri danni.
La decisione lo fece sentir meglio: attraversò la Grande Sala e s’incamminò lungo il corridoio, verso l’ala occupata dalla sua famiglia.
Alla svolta, dove il corridoio si biforcava con quello di servizio, si fermò: un rumore strano, come un miagolio, si fece udire in qualche punto del corridoio di servizio. Leto portò la mano sinistra all’interruttore della cintura scudo e fece scivolare il kindjal nella mano destra. Il coltello gli diede un senso di sicurezza. Quello strano lamento lo aveva fatto rabbrividire.
Silenziosamente il Duca s’inoltrò nel corridoio di servizio, maledicendo l’illuminazione inadeguata. Piccole lampade a sospensione erano state sistemate a intervalli di otto metri e regolate al minimo. Le cupe pareti assorbivano la luce.
Nella penombra, davanti a sé, Leto intravide una forma sul pavimento. Il Duca esitò: fu sul punto di attivare lo scudo, ma vi rinunciò perché avrebbe ostacolato i suoi movimenti, gli avrebbe impedito di sentire bene… e perché la cattura di quel carico di armi laser lo aveva riempito di dubbi.
Con passo leggero scivolò verso la forma oscura e vide che era un corpo umano, il volto schiacciato al suolo. Leto brandì il coltello e girò il corpo col piede e si curvò per distinguerne il volto alla fioca luce. Era il contrabbandiere Tuek, con una macchia umida sul petto. I suoi occhi senza vita erano vuoti e tenebrosi. Leto sfiorò la macchia: era ancora calda.
Com’è possibile che quest’uomo sia morto qui? si chiese Leto. Chi l’ha ucciso?
Lo strano lamento si ripeté, più forte, nell’oscurità. Proveniva dal corridoio laterale che conduceva ai locali, al centro della dimora, dov’era installato il generatore principale dello scudo che rivestiva l’intero edificio.
Sempre con una mano all’interruttore della cintura e impugnando con l’altra il kindjal, il Duca scavalcò il corpo e avanzò silenziosamente nel corridoio, scrutando oltre l’angolo, verso la stanza del generatore. Un’altra forma confusa giaceva sul pavimento a pochi passi di distanza: da essa proveniva il lamento. La forma strisciava verso di lui con penosa lentezza.