Leto represse un improvviso terrore, si precipitò in avanti e si accovacciò accanto alla figura strisciante. Era Mapes, la governante Fremen, i capelli scarmigliati intorno al volto, i vestiti in disordine. Una macchia scura dai riflessi opachi le gocciolava lungo la schiena fino ai fianchi. Leto le sfiorò una spalla e Mapes si sollevò sui gomiti, fissandolo coi suoi occhi simili a buie ombre di vuoto.
«V… voi» ansimò. «Uc… cisa guardia… mandato… cercare… Tuek… Fugga… M… mia Signora… lei… lei… qui… no…» rovesciò in avanti, la sua testa batté sulla pietra.
Leto le appoggiò le dita alla tempia: ogni battito era cessato. Considerò la macchia scura: Mapes era stata pugnalata alla schiena. Da chi? La sua mente era un turbine di pensieri. Voleva dire che qualcuno aveva ucciso la guardia? E Tuek… era stata Jessica a chiamarlo? Perché?
Fece per alzarsi: in quell’istante, un sesto senso lo avvertì: portò di scatto la mano allo scudo. Troppo tardi! Un colpo violento gli tramortì il braccio, che gli ricadde sul fianco. Sentì un vivo dolore: vide il dardo che gli sporgeva dalla manica. La paralisi cominciò a diffondersi: fece uno sforzo terribile per alzare la testa e ispezionare il corridoio.
Yueh era lì, immobile, davanti alla stanza del generatore. Sul suo viso si rifletteva la luce gialla dell’unica lampada sospesa sopra la porta. Dalla stanza, dietro di lui, non proveniva alcun suono… nessun brusio del generatore.
Yueh! il pensiero folgorò Leto. Ha sabotato i generatori della casa! Siamo senza difesa!
Yueh avanzò verso il Duca, infilando in tasca una pistola a dardi.
Leto scoprì che riusciva ancora a parlare, e rantolò: «Yueh! Com’è possibile?» Poi la paralisi lo raggiunse alle gambe e lo fece scivolare a terra, con la schiena appoggiata alla parete.
Il volto di Yueh era pieno di tristezza quando si curvò a toccare la fronte di Leto. Il Duca scoprì che riusciva a sentire il tocco, ma era qualcosa d’infinitamente remoto…
«Ho usato una droga selettiva» spiegò Yueh. «Potete parlare, ma non ve lo consiglio.» Lanciò un’occhiata lungo il corridoio e si curvò nuovamente su Leto. Estrasse il dardo e lo scagliò lontano. Il suono del dardo sul pavimento sembrò al Duca lontano, soffocato.
Non può essere stato Yueh, pensò Leto. È condizionato.
«Come?» bisbigliò.
«Desolato, mio caro Duca, ma vi sono cose molto più forti di questo» (si toccò il tatuaggio sulla fronte). «Anch’io lo trovo molto strano… una rivincita della mia coscienza piretica… ma desidero uccidere un uomo. Sì, lo desidero veramente. E niente potrà impedirmi di farlo.»
Guardò il Duca. «Oh, non voi, caro Duca. Il Barone Harkonnen. Io desidero uccidere il Barone.»
«Il Bar…one Har…»
«Per favore, state calmo, mio povero Duca. Non avete molto tempo. Quel dente posticcio che vi ho messo in bocca dopo la caduta, a Narcal… Quel dente va sostituito. Fra un attimo vi addormenterò e vi sostituirò quel dente.» Aprì la mano e guardò qualcosa. «Un esatto duplicato, e una perfetta contraffazione del nervo, al centro. Sfuggirà a tutti i normali rivelatori e perfino a un rapido esame. Ma se voi stringerete con violenza la mascella, l’involucro si frantumerà. Soffiando a viva forza l’aria dai polmoni voi diffonderete tutt’intorno un gas velenoso… mortale.»
Leto fissò Yueh: lesse la follia nei suoi occhi e vide il sudore che gli gocciolava dalla fronte e dal mento.
«In ogni caso voi siete condannato, mio povero Duca» disse Yueh. «Ma voi avvicinerete il Barone, prima di morire. Il Barone crederà che voi siate istupidito dalle droghe e che sia impossibile un qualsiasi attacco da parte vostra. E voi, effettivamente, sarete drogato e legato. Ma un attacco può assumere le forme più strane. Voi vi ricorderete del dente. Il dente, Duca Leto Atreides. Vi ricorderete del dente.»
Il vecchio dottore si curvò lentamente su di lui fin quasi a sfiorarlo, finché il suo volto e i suoi baffi spioventi campeggiarono davanti agli occhi sempre più offuscati del Duca.
«Il dente» mormorò Yueh.
«Perché?» bisbigliò Leto.
Yueh appoggiò un ginocchio sul pavimento: «Ho concluso un patto di Shaitan col Barone. E devo esser certo che abbia rispettato il suo impegno. Quando lo vedrò, lo saprò. Quando guarderò in faccia il Barone, saprò! Ma non potrei mai presentarmi a lui senza il mio riscatto. Voi siete il mio riscatto, povero Duca. E lo saprò non appena l’avrò visto. La mia povera Wanna mi ha insegnato molte cose, e una di queste è la certezza della verità, oltre ogni dubbio, quando la tensione è più forte. Non sempre è possibile, ma quando vedrò il Barone… lo saprò!»
Leto cercò di vedere il dente sul palmo di Yueh. Tutta la situazione sembrava un incubo. Era impossibile!
Le labbra purpuree di Yueh si contrassero in un sogghigno: «A me non sarà consentito avvicinarmi al Barone, poiché in tal caso lo farei io stesso. No, mi terranno a una distanza di sicurezza. Ma voi… ah, voi, la mia arma adorata! Il Barone vorrà vedervi da vicino… per goderne, per vantarsi un po’».
Leto era quasi ipnotizzato da un muscolo sul lato sinistro della mascella di Yueh. Il muscolo si contorceva ogni qualvolta l’uomo apriva la bocca.
Yueh gli si avvicinò ancora di più. «E voi, mio caro Duca, mio prezioso Duca, voi dovete ricordarvi di questo dente.» Glielo fece vedere, stringendolo tra il pollice e l’indice: «Sarà l’unica cosa che vi rimarrà».
La bocca di Leto si mosse senza emettere alcun suono. Poi: «Rifiuto».
«Ah, no! Voi non dovete rifiutare, poiché in cambio di questo piccolo servigio io farò una cosa per voi. Io salverò vostro figlio e la vostra donna. Nessun altro è in grado di farlo. Saranno condotti dove nessun Harkonnen potrà raggiungerli.»
«Come… loro… salvi?» bisbigliò Leto.
«Facendoli credere morti e trasportandoli segretamente tra genti che estraggono il coltello al solo nome degli Harkonnen, che odiano gli Harkonnen al punto che brucerebbero una sedia dove si sia seduto un Harkonnen, o spargerebbero il sale dove ha camminato un Harkonnen.» Sfiorò la guancia di Leto: «Sentite qualcosa sulla guancia?»
Il Duca scoprì di non poter rispondere. Percepì una lontana sensazione, come di qualcosa che veniva tirato via. Vide le mani di Yueh ricomparire stringendo fra le dita l’anello col sigillo ducale.
«Per Paul» disse Yueh. «Tra poco voi perderete i sensi. Addio, mio povero Duca. Quando c’incontreremo la prossima volta non avremo il tempo di conversare.»
Un freddo glaciale salì dalla mascella del Duca verso le guance. L’oscurità del corridoio sembrò concentrarsi in un punto, al centro del quale vi erano soltanto le labbra purpuree di Yueh.
«Il dente!» sussurrò Yueh. «Ricordate il dente!»
Dovrebbe esistere una scienza dell’infelicità. La gente ha bisogno di tempi difficili e di oppressione per sviluppare i propri muscoli psichici.
Jessica si svegliò al buio, con una vaga premonizione nella calma assoluta che la circondava. Non riuscì a capire come mai la sua mente e il suo corpo fossero così intorpiditi. La sua pelle si aggricciava dalla paura; le vibravano i nervi. Pensò di mettersi a sedere e di accendere la luce, ma qualcosa la trattenne. C’era un sapore… strano nella sua bocca.