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Lo sfregiato (il sordo chiamato Kinet) prese posto davanti. Il portatore della lettiga, Czigo, girò intorno all’apparecchio e si sedette accanto a lui.

Kinet chiuse lo sportello dalla sua parte e si piegò sui controlli. L’ornitottero spiccò il volo con le ali ripiegate, dirigendosi a sud verso il Muro Scudo. Czigo batté una mano sulla spalla del compagno e gli disse: «Perché non ti volti e non tieni d’occhio quei due?»

«Sai la strada?» replicò Kinet, continuando a fissargli le labbra.

«Ho sentito anch’io il traditore, come te.»

Kinet fece ruotare il sedile. Jessica vide la luce delle stelle riflettersi sul laser che impugnava. I suoi occhi andavano abituandosi alla pallida luminosità dell’ornitottero, ma il volto dello sfregiato continuava a restare nell’ombra. Jessica saggiò la cinghia del suo sedile e scoprì che era allentata. Sentì che la cinghia era ruvida contro il suo braccio sinistro e si rese conto che era stata quasi completamente troncata e si sarebbe spezzata del tutto con uno strappo improvviso.

Qualcuno è stato in questa macchina e l’ha preparata per noi? si chiese. Chi? Lentamente allontanò i suoi piedi legati da Paul.

«È proprio un peccato sprecare una donna così bella» disse lo sfregiato. «Non te la sei mai fatta, una della nobiltà?» Si voltò a guardare il pilota.

«Le Bene Gesserit non sono tutte nobili» ribatté quest’ultimo.

«Ma hanno tutte un aspetto da nobili.»

Può distinguermi bene, pensò Jessica. Sollevò le gambe legate fino ad appoggiarle sul sedile, raggomitolandosi e fissando lo sfregiato.

«Veramente carina, no?» disse Kinet. S’inumidì le labbra. «È proprio un peccato.» Guardò Czigo.

«Stai pensando quello che penso io?» fece il pilota.

«Chi lo saprebbe mai? Dopo…» Kinet scrollò le spalle. «Non mi sono mai fatto una nobile. Forse non avrò mai più una possibilità come questa.»

«Se osi toccare mia madre…» ringhiò Paul e fulminò lo sfregiato con lo sguardo.

«Ehi!» scoppiò a ridere il pilota. «Il cucciolo abbaia. Ma non può mordere!»

Jessica pensò: Paul alza troppo la Voce. Ma potrebbe funzionare.

Continuarono a volare in silenzio.

Questi poveri idioti, pensò Jessica osservando le guardie e rievocando nella sua mente le parole del Barone. Saranno uccisi non appena avranno confermato il successo della loro missione. Il Barone non vuole testimoni.

L’ornitottero sorvolò l’orlo del Muro Scudo e Jessica distinse una distesa di ombre disegnate dalla luna sotto di loro.

«Qui dovrebbe essere abbastanza lontano» disse il pilota. «Il traditore ha detto di scaricarli sulla sabbia da qualsiasi parte vicino al Muro Scudo.» L’ornitottero si precipitò verso le dune, poi si arrestò sulla verticale.

Jessica vide che Paul applicava l’esercizio respiratorio per riacquistare il dominio di sé. Aveva chiuso gli occhi, ma li riaprì. Jessica lo fissò: non poteva aiutarlo. Non ha ancora il pieno controllo della voce, pensò. Se fallisce…

L’ornitottero rullò all’improvviso sulla sabbia e Jessica, guardando dietro di sé a nord verso il Muro Scudo, vide un’ombra alata che si adagiava lassù, nascondendosi.

Qualcuno ci segue, pensò. Chi? E ancora: Quelli che il Barone ha incaricato di sorvegliare questi due. E a sua volta qualcun altro li sorveglia.

Czigo bloccò i razzi e le ali. Il silenzio li avvolse.

Jessica girò la testa. Scorgeva all’esterno, oltre lo sfregiato, il debole riflesso di una luna che stava per sorgere all’orizzonte, una cresta rocciosa color del ghiaccio, solcata da dune sabbiose.

Paul si schiarì la gola.

Il pilota disse: «Adesso, Kinet?»

«Non lo so, Czigo.»

Czigo si voltò: «Ahhh, guarda». Tese la mano verso la gonna di Jessica.

«Toglile il bavaglio» ordinò Paul.

Jessica sentì le parole rimbalzare nell’aria. Il tono, l’intensità erano eccellenti… taglienti, imperativi. Un tono un po’ meno acuto sarebbe stato ancora migliore, comunque avrebbe colpito ugualmente lo spettro uditivo dell’uomo.

Czigo allungò una mano verso il bavaglio stretto intorno alla bocca di Jessica e cominciò a districarlo.

«Fermo!» gli ordinò Kinet.

«Ah, chiudi il becco!» ribatté Czigo. «Ha le mani legate.» Sciolse il nodo e il legaccio ricadde al suolo. I suoi occhi luccicarono mentre esaminava Jessica.

Kinet lo afferrò per un braccio: «Senti, Czigo, non c’è bisogno di…»

Jessica torse il collo e sputò fuori il bavaglio. Parlò a bassa voce, in tono intimo: «Signori, non c’è bisogno di battersi per me». E allo stesso tempo si contorceva tutta a beneficio di Kinet.

Vide che la tensione fra i due aumentava e sapeva che in quel preciso istante si erano convinti dell’assoluta necessità di battersi per averla. Il loro disaccordo non aveva bisogno di altre motivazioni. Nelle loro menti stavano già battendosi per averla.

Offrendo il viso alla luce degli strumenti per essere ben sicura che Kinet le leggesse le labbra, disse ancora: «Non dovete litigare». I due si staccarono ancora di più l’uno dall’altro, guardandosi con fare sospetto. «Vale forse la pena battersi per una donna?» lei concluse.

Per il solo fatto di aver parlato e di esser lì presente, essa era la causa vivente della loro disputa.

Paul strinse le labbra, sforzandosi di stare zitto. Aveva sfruttato la sua unica possibilità, la Voce. Ora… tutto dipendeva da sua madre, la cui esperienza era talmente più grande della sua.

«Già» disse lo sfregiato, «non c’è alcun bisogno di battersi per…»

La sua mano guizzò verso il collo del pilota, ma il colpo fu parato da un lampo metallico che intercettò il braccio e proseguì il movimento, conficcandosi con violenza nel petto di Kinet.

Lo sfregiato lanciò un grido soffocato e si accasciò contro lo sportello.

«Mi credevi così stupido da non conoscere questo trucco?» disse Czigo. Sollevò la mano e la lama di un pugnale scintillò alla luce della luna.

«Ora il cucciolo» disse ancora, curvandosi verso Paul.

«Non c’è bisogno di farlo» mormorò Jessica.

Czigo esitò.

«Non preferisci che io lo faccia spontaneamente?» chiese Jessica. «Dai una possibilità al ragazzo.» Le sue labbra si piegarono in un sorriso, come se lo schernisse: «Non avrà molte speranze là fuori, sulla sabbia. Dagli soltanto questa possibilità e…» (sorrise ancora) «… potresti scoprire che ne è valsa la pena.»

Czigo si guardò a destra e a sinistra e riportò la sua attenzione su Jessica. «Ho sentito quello che accade a un uomo nel deserto» fece. «Il ragazzo potrebbe preferire il pugnale.»

«Chiedo troppo?» implorò Jessica.

«Stai cercando d’ingannarmi?» disse Czigo.

«Non voglio veder morire mio figlio» replicò Jessica. «È un inganno, questo?»

Czigo si rialzò, fece scattare la serratura dello sportello, afferrò Paul e lo trascinò sopra il sedile, spingendolo per metà all’esterno. Impugnò il coltello, pronto a usarlo: «Che cosa farai, cucciolo, se ti taglierò le corde?»

«Si allontanerà di corsa verso quelle rocce, laggiù» disse Jessica.

«Lo farai, cucciolo?» chiese Czigo.

La voce di Paul era sufficientemente ringhiosa: «Sì».

L’uomo abbassò il coltello e troncò i legami delle gambe. Paul sentì la mano sulla schiena che lo spingeva giù, verso la sabbia: finse di urtare contro lo stipite e di muovere istintivamente le braccia legate, si girò, come per sostenersi, e scalciò violentemente.

L’alluce era puntato con estrema precisione, frutto di lunghi anni di esercizio, come se tutto il suo addestramento fosse concentrato in quell’attimo. Quasi ogni muscolo del suo corpo cooperò per piazzarlo al punto giusto. L’alluce colpì l’addome di Czigo, sotto lo sterno, e proseguì verso l’alto, sopra il fegato, penetrando con forza tremenda nel diaframma e fracassando il ventricolo destro del cuore.