«Non ho mai avuto fiducia in un traditore» disse. «Neanche in un traditore creato da me.»
Guardò fuori dell’oblò, nelle tenebre della notte. Quell’immenso, tranquillo sacco di carbone là fuori era suo. Il Barone lo sapeva. Non si udiva più il martellare dell’artiglieria contro le caverne del Muro Scudo: le bocche delle tane erano state sigillate. All’improvviso la mente del Barone non riuscì a concepire niente di più bello del nero assoluto, come là fuori. A meno che non fosse bianco su nero. Bianco lucido. Bianco porcellana.
Ma c’era ancora quella sensazione di dubbio.
Che cosa intendeva dire quell’idiota di dottore? Naturalmente poteva già aspettarsi che cosa gli sarebbe accaduto, alla fine. Ma quella frase… Voi credete di avermi sconfitto.
Cos’aveva voluto dire?
Il Duca Leto Atreides entrò. Le sue braccia erano legate con catene, il suo volto d’aquila era imbrattato di polvere. La sua uniforme era strappata là dove qualcuno gli aveva tolto l’insegna. C’erano altri strappi lungo la cintura, là dove lo scudo era stato tolto senza allentare prima i legacci dell’uniforme. Gli occhi del Duca erano vitrei, lo sguardo di un pazzo.
«Ooooh!» disse il Barone. Esitò, respirando a fondo. Sapeva di aver parlato a voce troppo alta. L’incontro, atteso da tanto tempo, aveva perduto molto del suo sapore.
Maledetto quel dottore, per tutta l’eternità!
«Credo che il nostro buon Duca sia drogato» disse Piter. «È così che Yueh ce l’ha consegnato.» Piter si voltò verso il Duca: «Non siete forse drogato, mio caro Duca?»
La voce era lontanissima. Leto poteva sentire le catene, il dolore ai muscoli, le labbra screpolate, le guance ardenti, l’aspro sapore della sete che risuonava come una sfida nella sua bocca. Ma era sordo, e i suoni gli giungevano come attraverso una coperta.
«Che cosa è accaduto alla donna e al ragazzo, Piter?» chiese il Barone. «Niente ancora?»
La lingua di Piter guizzò sulle sue labbra,
«Tu hai sentito qualcosa!» l’interpellò bruscamente il Barone. «Che cosa?»
Piter lanciò una rapida occhiata al capitano delle guardie, poi guardò di nuovo il Barone: «Gli uomini incaricati del lavoro, mio Signore, sono stati… ehm… trovati…»
«Bene, riferiscono che tutto si è svolto in modo soddisfacente?»
«Sono morti, mio Signore.»
«Certo che sono morti! Quello che voglio sapere è…»
«Li abbiamo trovati morti, mio Signore.»
Il volto del Barone divenne livido: «E la donna e il ragazzo?»
«Nessuna traccia, mio Signore, ma c’era un verme. È arrivato mentre stavamo ispezionando la zona. Forse è andata proprio come volevamo, un incidente. È possibile che…»
«Non viviamo di possibilità, Piter. Che cosa è successo a quell’ornitottero scomparso? Questo non suggerisce nulla al mio Mentat?»
«Uno degli uomini del Duca è ovviamente fuggito con esso, mio Signore. Ha ucciso il nostro pilota ed è fuggito.»
«Quale uomo del Duca?»
«È stata un’uccisione pulita, silenziosa, mio Signore. Hawat, forse, o Halleck. Possibilmente Idaho. O uno qualunque dei primi luogotenenti.»
«Possibilità» borbottò il Barone. Guardò la figura oscillante e drogata del Duca.
«La situazione è sotto controllo, mio Signore» insistette Piter.
«No, non lo è! Dov’è quello stupido planetologo? Dov’è l’uomo chiamato Kynes?»
«Abbiamo ricevuto informazioni su dove trovarlo e l’abbiamo mandato a chiamare, mio Signore.»
«Non mi piace il modo in cui il servo dell’imperatore ci aiuta» mormorò il Barone.
Erano come parole filtrate attraverso uno strato di cotone, ma alcune di esse fiammeggiavano nella mente di Leto. La donna e il ragazzo… nessuna traccia. Paul e Jessica erano fuggiti. E il destino di Hawat, Halleck e Idaho restava un’incognita. C’era ancora speranza.
«Dov’è l’anello col sigillo ducale?» domandò il Barone. «Non ha niente al dito.»
«Il Sardaukar ha detto che non l’aveva quando è stato catturato, mio Signore» dichiarò il capitano delle guardie.
«Hai ucciso il dottore troppo presto» disse il Barone. «È stato un errore. Avresti dovuto avvertirmi, Piter. Ti sei mosso troppo precipitosamente, compromettendo il successo della nostra operazione.» Aggrottò le sopracciglia. «Possibilità!»
Il pensiero continuò a vibrare nella mente di Leto: Paul e Jessica erano fuggiti! E c’era qualcos’altro nella sua memoria: un patto. Poteva quasi ricordarlo…
Il dente!
Cominciò a ricordare: una capsula di gas mortale a forma di dente.
Qualcuno gli aveva ingiunto di ricordare il dente. Il dente era nella sua bocca. Poteva sentirne la forma con la lingua. Tutto quello che doveva fare era morderlo con forza.
Non ancora!
Qualcuno gli aveva detto di aspettare finché non fosse stato vicino al Barone. Chi era stato a dirglielo? Non riusciva a ricordare.
«Quanto tempo resterà drogato così?» chiese il Barone.
«Forse un’altra ora, mio Signore.»
«Forse» borbottò il Barone. Di nuovo si voltò verso l’oblò e l’oscurità della notte. «Ho fame» disse.
Quella forma grigia e confusa, laggiù, è il Barone, pensò Leto. La forma sembrava danzare avanti e indietro, insieme con la stanza. E la stanza si espandeva e si contraeva. La luce aumentava e diminuiva. Poi scomparve del tutto.
Il tempo, per il Duca, era una successione di strati. Li stava risalendo uno a uno. Devo aspettare.
C’era un tavolo. Leto lo vide molto chiaramente. E un uomo enormemente grasso sull’altro lato del tavolo e i resti di un pasto davanti a lui. Leto capì di essere seduto dalla parte opposta dell’uomo grasso, sentì le catene, le cinghie che legavano il suo corpo alla sedia e un formicolio che l’invadeva. Capì che era passato del tempo, ma quanto?
«Credo che si stia svegliando, Barone.»
Una voce insinuante… Piter.
«Lo vedo, Piter.»
Un brontolio di basso: il Barone.
Leto sentì che quanto lo circondava si faceva più netto. La sedia sotto di lui divenne più solida, i legami più taglienti.
Ora vedeva chiaramente il Barone. Osservò i movimenti della sua mano: un tocco sforzato… orlo di un piatto… il manico di un cucchiaio, un dito che seguiva la piega di una guancia.
Leto fissò affascinato la mano che si muoveva.
«Voi mi potete sentire, Duca Leto» disse il Barone. «So che mi potete sentire. Voglio sapere dov’è la vostra concubina e quel ragazzo che vi ha generato.»
Nessun gesto sfuggiva a Leto, ma le parole lo attraversarono come una lenta risacca. È vero, allora. Non hanno né lui né Jessica.
«Qui non stiamo giocando!» urlò il Barone. «Tu lo sai!» Si curvò verso Leto, studiandone il viso. Dispiaceva molto al Barone non poter trattare la faccenda in forma privata, fra loro due soltanto. Mostrare un nobile in queste condizioni creava un pessimo precedente.
Leto sentì che riacquistava le forze. Ora il ricordo di quel dente falso risplendeva nella sua mente come un faro luminoso nella notte. La capsula a forma di nervo all’interno del dente… il gas venefico… ora ricordò chi aveva inserito quell’arma mortale nella sua bocca.
Yueh.
Il ricordo offuscato di un corpo inerte, trascinato sotto i suoi occhi fuori da quella stanza, aleggiò nella sua mente. Era il corpo di Yueh, lo sapeva.
«Senti quel rumore, Duca Leto?» chiese il Barone.