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Leto acquistò coscienza, allora, di un grido simile al richiamo notturno di una rana: l’agonia di qualcuno.

«Abbiamo catturato uno dei tuoi uomini travestito da Fremen» spiegò il Barone. «Ci è stato facile scoprirlo: gli occhi, naturalmente. Egli insiste nel dire che è stato inviato tra i Fremen per spiarli. Ma io sono vissuto per un certo periodo su questo pianeta e so che non si spia questa feccia del deserto. Dimmi una cosa: hai forse comperato il loro aiuto? Hai mandato la tua donna e tuo figlio tra essi?»

Leto sentì la paura afferrarlo al petto. Se Yueh li ha mandati tra le genti del deserto… non smetteranno di cercarli finché non li avranno trovati.

«Avanti, avanti» disse il Barone, «non abbiamo molto tempo e il dolore è rapido. Per favore, non costringermi a questo, mio caro Duca.» Il Barone fissò Piter, che si trovava alle spalle del Duca. «Piter non ha sottomano tutti i suoi strumenti, ma sono convinto che saprebbe improvvisare.»

«Improvvisare a volte è meglio, Barone.»

Che voce insinuante e subdola! Leto l’aveva sentita sfiorargli l’orecchio.

«Tu avevi un piano d’emergenza» insistette il Barone. «Dove hai mandato la tua donna e il ragazzo?» Fissò la mano di Leto: «Non hai più l’anello. L’hai dato al ragazzo?»

Il Barone piantò gli occhi in faccia a Leto.

«Non rispondi?» ringhiò. «Vuoi forse costringermi a fare una cosa che odio? Piter userà dei metodi semplici e diretti. Sono d’accordo anch’io che a volte sono i migliori, ma non è bene, no, che tu sia sottoposto ad essi!»

«Sego bollente sulla schiena, forse, o sulle palpebre» disse Piter, «e su qualche altra parte del corpo. È particolarmente efficace, soprattutto quando il soggetto ignora in quale punto sarà versato la prossima volta. È un buon metodo, e c’è una sorta di bellezza nel disegno delle vesciche che si formano sulla pelle. Non è così, Barone?»

«Squisito» replicò il Barone, acido.

Quelle dita! Leto guardò le mani grassocce, i gioielli scintillanti sulle mani paffute da bambino… il modo in cui si muovevano continuamente.

L’urlo d’agonia che proveniva dalla stanza accanto penetrava i nervi del Duca. Chi avranno preso? si chiese. Idaho?

«Credimi, cher cousin» ripeté il Barone, «non voglio arrivare a questo.»

«Pensate ai messaggi nervosi, che corrono dalla zona toccata a chiedere un aiuto che non può venire…» disse Piter. «C’è dell’arte, in tutto questo!»

«Sei un grande artista» grugnì il Barone, «ma adesso abbi la decenza di star zitto!»

Leto improvvisamente si ricordò di una citazione che Gurney Halleck aveva ripetuto una volta, davanti a una fotografia del Barone: «Ed ero sulla spiaggia e vidi un mostro uscire dal mare… e sulle sue teste il nome dell’empietà».

«Stiamo sprecando tempo, Barone» disse Piter.

«Forse.»

Il Barone annuì. «Leto, mio caro, sai che alla fine ci dirai dove si trovano. A una certa intensità del dolore, parlerai anche tu.»

E probabilmente ha ragione, pensò Leto. Se non fosse per il dente… e per il fatto che in realtà io non so dove si trovino.

Il Barone afferrò una fetta di carne e se la cacciò in bocca, masticandola lentamente e inghiottendola. Dobbiamo provare una nuova tattica, pensò.

«Osserva questo prigioniero che nega di essere in vendita» disse. «Osservalo bene, Piter.»

E il Barone pensò: Sì, guardalo! Quest’uomo che crede di non poter essere comprato. Ed è qui prigioniero, mentre migliaia di suoi frammenti vengono venduti al dettaglio ad ogni istante della sua vita! Se ora lo afferrassimo e lo scuotessimo, risuonerebbe a vuoto! Venduto! Che differenza fa, se muore in un modo o in un altro?

Il rumore da rana, sullo sfondo, cessò.

Il Barone vide Umman Kudu, il capitano delle guardie, comparire sulla soglia e scuotere la testa. Il prigioniero non aveva dato l’informazione voluta. Un altro fallimento. Basta temporeggiare con questo idiota del Duca! Questo stupido, molle idiota il quale non si rende conto di quanto l’inferno sia vicino a lui… lo spessore di un nervo!

Questo pensiero calmò il Barone, vincendo la sua riluttanza a sottoporre un nobile alla tortura. Si vide improvvisamente nelle vesti di un chirurgo che stesse per praticare infinite dissezioni col suo agile bisturi… tagliando via la maschera agli idioti e rivelando l’inferno sottostante.

Conigli, tutti conigli!

E come si acquattavano tremando, non appena vedevano un carnivoro!

Leto tenne lo sguardo fisso attraverso la tavola, chiedendosi che cosa aspettasse. Il dente avrebbe posto fine a tutto molto rapidamente. Ma, nell’insieme, la sua vita era stata bella. Gli ritornò alla memoria un aquilone sospeso nel cielo azzurro mare di Caladan e Paul che rideva di gioia guardandolo. E il sole all’alba, qui su Arrakis… e i colori cangianti del Muro Scudo soffusi nell’alone di polvere.

«Tanto peggio» borbottò il Barone. Si spinse indietro, si alzò con leggerezza, spinto dai sospensori, ed esitò, notando un cambiamento nell’espressione del Duca. Vide che Leto aveva respirato profondamente e che la sua mascella si era irrigidita. Un muscolo fremette e il Duca chiuse la bocca.

Quanta paura! pensò il Barone.

Terrorizzato all’idea che il Barone potesse sfuggirgli, Leto morse con violenza la capsula celata nel dente e la sentì spezzarsi. Aprì la bocca ed espulse il vapore pungente che già sentiva formarsi sulla sua lingua. Il Barone sembrò diventare più piccolo, come una figura vista in un tunnel che si restringesse. Leto percepì un respiro affannoso accanto al suo orecchio… La voce insinuante: Piter.

Ho preso anche lui!

«Piter, che cosa succede?»

La voce rimbombò lontana.

Leto scivolò rapido attraverso i ricordi… simili all’antico brontolio delle vecchie sdentate. La stanza, il tavolo, il Barone, due occhi atterriti… azzurri nell’azzurro… tutto si schiacciò intorno a lui in una simmetrica distruzione.

C’era un uomo col mento simile alla punta di uno stivale, un pupazzo che cadeva. Il pupazzo aveva il naso storto a sinistra: un metronomo, immobilizzato per sempre all’inizio della sua risalita. Leto sentì l’acciottolio delle stoviglie… così lontano… un rombo nelle sue orecchie. La sua mente era un pozzo senza fondo, che raccoglieva tutto. Tutto quello che era sempre esistito: ogni urlo, ogni bisbiglio, ogni… silenzio.

Gli rimaneva un unico pensiero. Leto lo percepì come qualcosa senza forma, un groviglio di luce nera: Il giorno modella la carne, la carne modella il giorno. Il pensiero lo colpì con un senso di completezza che, lo sapeva, non sarebbe mai riuscito a spiegare.

Silenzio.

Il Barone era in piedi, schiacciato con la schiena contro la sua porta privata, nel piccolo vestibolo dietro la tavola. L’aveva chiusa dietro di sé con un tonfo e sprangata su una stanza piena di morti. I suoi sensi gli dicevano che le guardie stavano accorrendo da ogni parte. L’ho respirato? si chiese. Qualsiasi cosa fosse, ha raggiunto anche me?

Riuscì nuovamente a percepire i suoni… e ricominciò a ragionare. Sentì qualcuno che gridava degli ordini: maschere antigas… tenete le porte chiuse… azionate i ventilatori.

Sono crollati subito! pensò. Io sono ancora in piedi. Respiro ancora. Per l’inferno! C’è mancato poco!

Ora poteva analizzare l’accaduto. Il suo scudo era in funzione, regolato al minimo ma sempre a sufficienza per rallentare lo scambio molecolare attraverso la barriera energetica. E si stava scostando dalla tavola… quello, e il singhiozzo di Piter che aveva spinto il capitano delle guardie a balzare in avanti, verso la morte. Il caso, e l’avvertimento nel rantolo del morente… Questo gli aveva salvato la vita. Il Barone non provò alcuna gratitudine per Piter. Quell’idiota si era lasciato uccidere. E quello stupido capitano delle guardie! Aveva garantito di aver perquisito tutti, prima di condurli alla presenza del Barone! Com’era stato possibile che il Duca…? Nessun avvertimento, neppure il rivelatore di veleni sopra la tavola… finché non era stato troppo tardi. Ma come?