Dobbiamo adattarci, pensò il Barone. Dovrò mettere Rabban un altra volta al governo di questo maledetto pianeta. Senza limitazioni: dovrò usare il mio stesso sangue Harkonnen per mettere Arrakis nelle condizioni di accettare Feyd-Rautha. Maledetto Piter! Si è fatto uccidere prima che io avessi finito di usarlo!
Il Barone sospirò.
Devo mandar subito qualcuno su Tleilax per avere un Mentat. Non c’è dubbio che ne avranno già uno nuovo, pronto per me.
Una delle guardie accanto a lui tossì.
Il Barone si voltò: «Ho fame».
«Sì, mio Signore.»
«E voglio divertirmi, mentre voi ripulite la stanza e studiate tutti i suoi segreti per me!» gridò, infuriato.
La guardia abbassò gli occhi: «Quale divertimento desidera il mio Signore?»
«Sarò nella mia camera da letto» disse il Barone. «Portami quel giovane che abbiamo comperato su Gamont, quello con gli occhi adorabili… Drogalo, soprattutto. Non ho voglia di fare la lotta.»
«Sì, mio Signore.»
Il Barone si voltò, e cominciò a spostarsi saltellando sui suoi sospensori, verso le sue stanze. Sì, pensò, quello con gli occhi così adorabili, quello che assomiglia tanto al giovane Paul Atreides…
Paul sentì che tutto il suo passato, tutta la sua vita prima di quella notte, erano diventati come la sabbia che scivola in una clessidra. Sedeva accanto a sua madre, stringendosi le ginocchia, all’interno di una specie di tenda di tessuto e plastica: una tenda distillante che avevano trovato insieme con le tute Fremen (subito indossate) nello zaino estratto dall’ornitottero.
Non c’era alcun dubbio, nella mente di Paul, su chi aveva nascosto lo zaino stabilendo con cura la rotta dell’ornitottero che li aveva trasportati fin laggiù.
Yueh.
Il dottore, il traditore li aveva spediti direttamente nelle mani di Idaho. Paul guardò fuori, attraverso il lato trasparente della tenda distillante, le rocce illuminate dalla luce della luna che circondavano il rifugio dove Duncan Idaho li aveva nascosti.
Mi nascondo come un ragazzo, io che ora sono il Duca, pensò Paul. Questo pensiero lo rodeva interiormente, ma non poteva negare che nascondersi era la cosa più saggia.
Qualcosa era accaduto alla sua percezione, quella notte: vedeva con assoluta chiarezza tutte le circostanze e gli avvenimenti intorno a lui. Si sentì incapace di arginare quel flusso di dati. Con fredda precisione, ogni nuovo elemento si addizionava alla sua conoscenza, e i calcoli sembravano concentrarsi nel punto focale della sua coscienza. Aveva i poteri di un Mentat, e più ancora.
Paul ripensò all’istante di rabbia impotente, quando quell’ornitottero sconosciuto era sbucato fuori dalla notte precipitandosi su di loro, calandosi come un falco gigantesco sopra il deserto, mentre il vento sibilava fra le sue ali. Qualcosa aveva folgorato il suo spirito. L’ornitottero era scivolato sulla sabbia, dritto su di loro, giù per un’immensa duna, enorme al confronto delle due figure che correvano: sua madre e lui. Paul ricordò l’odore di zolfo bruciato causato dal violento attrito dei pattini del veicolo sulla sabbia crepitante.
Sua madre, lui lo sapeva, si era voltata, convinta di dover affrontare un laser nelle mani dei mercenari Harkonnen, e aveva invece riconosciuto Duncan Idaho che si sporgeva fuori dallo sportello dell’ornitottero, urlando: «Muovetevi! C’è un segno del verme a sud!»
Ma Paul aveva indovinato fin dal primo momento chi pilotava l’ornitottero. Tanti piccoli dettagli sul modo di guida, l’atterraggio fulmineo: indicazioni così impercettibili che neppure sua madre le aveva notate, ma che avevano fornito a Paul l’esatta consapevolezza di chi sedeva ai comandi.
Sull’altro lato della tenda distillante, Jessica si mosse, e disse: «Ci può essere un’unica spiegazione. Gli Harkonnen si erano impadroniti della moglie di Yueh. Lui odiava gli Harkonnen! Non posso sbagliarmi su questo. Hai letto il suo messaggio. Ma perché ci ha salvati dal massacro?»
L’indovina soltanto adesso, e con difficoltà, pensò Paul. E questo pensiero fu uno shock per lui. Paul aveva capito ogni cosa con perfetta naturalezza, semplicemente leggendo il messaggio che aveva accompagnato l’anello ducale col sigillo.
«Non cercate di perdonarmi», aveva scritto Yueh. «Non voglio alcun perdono. Il mio fardello è già abbastanza grave. Ho agito senza animosità e senza alcuna speranza di comprensione. È stato il mio tahaddi al-burhan, la mia prova suprema. Vi lascio il sigillo ducale degli Atreides come testimonianza che dico il vero: quando leggerete questo messaggio, il Duca Leto sarà morto. Possa consolarvi la mia dichiarazione che non è morto da solo; colui che odiamo più di tutti è morto con lui.»
Non c’era firma, ma non c’erano dubbi su quella calligrafia familiare: Yueh.
Ricordando il messaggio, Paul rivisse l’improvvisa angoscia che lo aveva colpito: qualcosa di strano, di acuto, che sembrava manifestarsi al di fuori della sua nuova agilità mentale. Aveva letto che suo padre era morto, riconoscendo l’autenticità di quelle parole, ma le aveva percepite come una pura informazione da incasellare nella sua mente per usarla in seguito.
Ho amato mio padre, pensò Paul, e seppe che era vero. Dovrei piangerne la scomparsa. Dovrei sentire qualcosa.
Ma non sentiva nulla, fuorché: È una notizia importante.
Era soltanto un fatto, come gli altri.
Per tutto quel tempo la sua mente aveva continuato ad accumulare impressioni sensorie, estrapolando e calcolando.
Le parole di Halleck gli ritornarono alla mente: L’umore va bene per le bestie o per fare all’amore. Non è fatto per chi combatte.
Forse e proprio così, disse Paul tra sé. Piangerò la morte di mio padre più tardi… quando ne avrò il tempo.
Ma la fredda decisione del suo essere non rivelò alcuna flessione. Intuì che la sua nuova consapevolezza era soltanto un inizio e che sarebbe aumentata. L’impressione di uno scopo terribile, che aveva sperimentato per la prima volta durante la sua ordalia con la Reverenda Madre Gaius Helen Mohiam, tornò ad afferrarlo. La mano destra, la mano che ricordava il dolore, gli prudeva e pulsava.
Significa forse, questo, essere lo Kwisatz Haderach? s’interrogò.
«Ho creduto per un attimo che Hawat avesse commesso un altro errore» disse Jessica. «Ho pensato che Yueh non fosse un dottore Suk.»
«Era come lo pensavamo… e qualcosa di più» replicò Paul, e pensò: Perché è così lenta nel vedere le cose? E continuò: «Se Idaho non riuscirà a raggiungere Kynes, noi saremo…»
«Non è la nostra unica speranza» ribatté Jessica.
«Non intendevo questo» disse Paul.
Lei percepì la metallica durezza della sua voce, il tono imperioso, e lo scrutò nel cupo grigiore della tenda distillante. Paul era un profilo stagliato contro le rocce inondate dai raggi della luna, che spiccavano al di là del lato trasparente della tenda.
«Altri uomini di tuo padre saranno fuggiti» riprese Jessica. «Dobbiamo riunirli, trovare…»
«Dobbiamo cavarcela da soli» ribatté Paul. «La nostra prima preoccupazione saranno le atomiche di famiglia. Dobbiamo riaverle, prima che gli Harkonnen comincino a cercarle.»