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«È assai improbabile che le trovino» disse Jessica, «là dove le abbiamo nascoste.»

«Niente dev’essere lasciato al caso.»

Jessica pensò: Usare la minaccia delle atomiche di famiglia! Una minaccia all’intero pianeta e alla spezia, ecco quello che ha in mente! Ma in questo caso può sperare soltanto nella fuga e nella vita senza nome di un rinnegato.

Le parole di sua madre avevano suscitato un altro pensiero in Pauclass="underline" in quanto Duca, si preoccupava per tutta la gente che si era sperduta quella notte nel deserto. Una Grande Casa ha la sua forza nella sua gente, pensò Paul. E ricordò le parole di Hawat: È triste separarsi dalla gente: un luogo è soltanto un luogo.

«Si servono dei Sardaukar» disse Jessica. «Bisognerà aspettare che i Sardaukar siano partiti.»

«Credono di averci in trappola tra il deserto e i Sardaukar» replicò Paul. «Vogliono che non sopravviva uno solo degli Atreides… Sterminio totale! Non devi far conto sul fatto che qualcuno dei nostri riesca a salvarsi.»

«Ma non potranno continuare per molto, esponendo così l’Imperatore in questo affare.»

«Davvero?»

«Alcuni dei nostri riusciranno a fuggire.»

«Davvero?»

Jessica girò il capo, spaventata dall’amarezza e dalla durezza di suo figlio, avvertendo l’intenso lavorio della sua mente per il calcolo di ogni probabilità. Seppe che la mente di Paul aveva distanziato la sua; Paul, ora, vedeva più lontano di lei. Lei stessa aveva contribuito ad addestrare l’intelligenza che gli consentiva di farlo, ma scoprì di averne paura. I suoi pensieri cercarono allora, disperatamente, il riparo perduto che per lei era stato il Duca, e le lagrime le bruciarono gli occhi.

Così doveva essere, Leto, disse tra sé. «Un tempo per l’amore e un tempo per il dolore.» Si accarezzò il ventre, acutamente conscia dell’embrione che portava in sé. Ho la figlia degli Atreides che mi è stato ordinato di generare, ma la Reverenda Madre si sbagliava: una figlia non avrebbe salvato il mio Leto. Questa bambina è soltanto la vita che si prolunga verso il futuro, in una realtà di morte. L’ho concepita d’istinto e non per obbedienza.

«Prova ancora il comunicatore» disse Paul.

La mente continua a lavorare, qualsiasi cosa si faccia per trattenerla, pensò Jessica.

Afferrò la piccola ricevente che Idaho aveva lasciato e fece scattare l’interruttore col pollice. Una luce verde si accese sul davanti dello strumento. Scricchiolii metallici uscirono dall’altoparlante. Ridusse il volume, variando la sintonia. Una voce che parlava il linguaggio di battaglia degli Atreides risuonò nella tenda:

«…indietro, e raggruppatevi sulla cresta. Fedor a rapporto: nessun sopravvissuto a Carthag, la Banca della Gilda è stata saccheggiata».

Carthag, pensò Jessica. Un feudo degli Harkonnen!

«Sono i Sardaukar… State attenti ai Sardaukar vestiti con le uniformi Atreides. Sono…»

Qualcosa rimbombò nell’altoparlante, poi, silenzio.

«Prova le altre frequenze» disse Paul.

«Capisci cosa vuol dire?» chiese Jessica.

«Me l’aspettavo. Vogliono che la Gilda ci consideri responsabili del saccheggio della banca. Con la Gilda contro di noi, siamo intrappolati su Arrakis. Prova le altre frequenze.

Jessica soppesò le parole: «Me l’aspettavo». Che cos’era accaduto a suo figlio? Lentamente, Jessica ritornò alla ricevente, intercettando sprazzi di violenza, le poche voci che ancora gridavano nel linguaggio da battaglia degli Atreides: «… ritiratevi!… cercate di riunirvi a… bloccati in una grotta sul…»

Non c’era alcun dubbio, invece, sull’esultanza vittoriosa degli Harkonnen che si rovesciava fuori dalle altre frequenze. Ordini secchi, rapporti di battaglie. Non ce n’era abbastanza perché Jessica potesse registrare e decodificare la lingua, ma il tono era ovvio.

Gli Harkonnen avevano vinto.

Paul afferrò lo zaino appoggiato accanto a lui e lo scosse: sentì il rumore gorgogliante dei due literjon pieni d’acqua. Respirò profondamente, alzò lo sguardo verso il lato trasparente della tenda, sulla scarpata rocciosa che si delineava contro le stelle. Con la sinistra saggiò la chiusura a sfintere all’ingresso della tenda. «Sarà l’alba tra poco» disse. «Possiamo aspettare tutto il giorno Idaho, ma non un’altra notte. Nel deserto bisogna viaggiare di notte e riposare all’ombra quando il sole è alto.»

Le antiche prescrizioni s’insinuarono nella mente di Jessica: Senza una tuta distillante un uomo seduto all’ombra, nel deserto, ha bisogno di cinque litri d’acqua al giorno per mantener costante il peso del suo corpo. Percepì la superficie liscia ed elastica della tuta distillante sulla sua pelle e pensò che la loro vita dipendeva completamente da quell’indumento.

«Se ce ne andiamo di qui, Idaho non ci troverà più.»

«Ci sono troppi modi per far parlare un uomo» replicò Paul. «Se Idaho non sarà ritornato prima dell’alba, dobbiamo considerare la possibilità che l’abbiano catturato. Quanto credi che riuscirebbe a resistere?»

La domanda non aveva bisogno di risposta e Jessica tacque.

Paul dissigillò la borsa e ne estrasse un micromanuale munito di un quadrante luminoso e di una lente, Lettere verdi e arancione gli balzarono agli occhi: Literjon, tende distillanti, capsule energetiche, tubi recupero, boccaglio da sabbia, binocoli, pezzi di ricambio per tute distillanti, pistole a tinta, carte sink, tamponi, parabussola, ami da creatore, martellatori, zaino, colonne di fuoco…

Tante cose, per sopravvivere nel deserto!

Qualche istante dopo, mise il micromanuale da parte, sul pavimento.

«Dove possiamo andare?» chiese Jessica.

«Mio padre parlava di potere del deserto» rispose Paul. «Gli Harkonnen non possono governare questo pianeta senza di esso. Non hanno mai governato questo pianeta né lo faranno mai. Neppure con diecimila legioni di Sardaukar.»

«Paul, tu non puoi veramente pensare.»

«Abbiamo tutte le prove» ribatté Paul. «Proprio qui, in questa tenda: la tenda stessa, questa borsa e il suo contenuto, queste tute distillanti. Sappiamo che la Gilda esige un prezzo proibitivo per i satelliti meteorologici. Sappiamo che…»

«Che cosa hanno a che fare i satelliti meteorologici con tutto questo?» disse Jessica. «Non possono…»

S’interruppe.

Paul percepì le sue reazioni, con la mente ipersensibile, e valutò ogni più piccolo dettaglio. «Vedi» riprese. «I satelliti osservano il suolo sottostante. Vi sono cose nelle profondità del deserto che non devono venire osservate.»

«Sospetti che la Gilda controlli questo pianeta?»

Era così lenta…

«No!» esclamò Paul. «I Fremen! Pagano la Gilda per poter operare in tutta segretezza, con una moneta che è liberamente a disposizione di chiunque abbia il potere del deserto… la spezia! E non è una ipotesi di seconda approssimazione, ma l’unica possibile soluzione. Fidati.»

«Paul» disse Jessica, «non sei ancora un Mentat, non puoi sapere…»

«Non sarò mai un Mentat» replicò Paul. «Sono qualcos’altro… un capriccio di natura.»

«Paul! Come puoi…»

«Lasciami solo!»

Le girò le spalle, fissando la notte. Perché non posso piangere? pensò. Sentì ogni fibra del suo essere anelare a quello sfogo, ma gli sarebbe stato negato per sempre.

Jessica non aveva mai percepito un’angoscia così profonda nella voce del figlio. Avrebbe voluto capirlo, stringerlo fra le braccia, confortarlo, aiutarlo… ma nel medesimo istante sapeva che non avrebbe potuto far nulla. Doveva risolvere i suoi problemi da solo.