Il manuale che Paul aveva estratto dallo zaino Fremen continuava a brillare debolmente sul pavimento della tenda. Lo prese in mano, guardò la pagina sulla quale era aperto, e lesse: «Manuale del Deserto Amico, questo luogo pieno di vita. Ecco l’ayat e il burhan della Vita. Credi, e al-Lat non ti consumerà mai».
Assomiglia al Libro di Azhar, pensò Jessica, ricordando i suoi studi dei Grandi Segreti. È forse possibile che Arrakis sia stato visitato da un Manipolatore di Religioni?
Paul tirò fuori dal sacco la parabussola, poi la cacciò dentro di nuovo e disse: «Pensa a tutti questi apparecchi Fremen e alle loro funzioni così precise. Sono l’indizio di una tecnologia ineguagliata, ammettilo. La cultura che ha prodotto questi oggetti tradisce una profondità insospettabile».
Esitando, ancora preoccupata dalla durezza della sua voce, Jessica ritornò al libro e studiò il disegno di una costellazione visibile da Arrakeen: «Muad’Dib: il Topo». La coda puntava a nord.
Paul si voltò nuovamente verso l’oscurità della tenda e osservò il profilo della madre appena delineato dalla debole luminosità del manuale. Ora è tempo di esaudire il desiderio di mio padre, pensò. Devo comunicarle il suo messaggio mentre ha ancora tempo per il dolore. Più tardi, il dolore ci sarebbe d’impaccio. Questa logica precisa lo colpì.
«Madre» disse.
«Sì?»
Jessica sentì che la sua voce era cambiata e una morsa gelida l’afferrò alle viscere. Non era mai stata testimone di un controllo così ferreo.
«Mio padre è morto» disse Paul.
Lei cercò nella sua mente di collegare i fatti tra loro… fatti su fatti, secondo la Via Bene Gesserit di valutare gli eventi. E la risposta era lì: la sensazione di una perdita terribile.
Annuì, incapace di parlare.
«Mio padre mi aveva incaricato di trasmetterti un messaggio» riprese Paul, «se gli fosse accaduto qualcosa. Temeva che tu potessi credere che non avesse fiducia in te.»
Quell’inutile sospetto, pensò Jessica.
«Voleva che tu sapessi che non ti ha mai sospettata» disse ancora Paul, e le spiegò l’inganno, aggiungendo: «Voleva assolutamente che tu sapessi che ha sempre avuto la più completa fiducia in te, che ti ha sempre amata e adorata. Ha detto che avrebbe diffidato piuttosto di se stesso che di te e che aveva un solo rimpianto: quello di non averti fatto la sua Duchessa».
Lei si asciugò le lagrime che le scorrevano sulle guance e pensò: Che stupido spreco di acqua! Ma valutò esattamente il pensiero: il tentativo di cancellare il dolore con la collera. Leto, mio Leto, pensò, quali cose orribili noi facciamo a quelli che amiamo! Con un gesto impulsivo spense il piccolo quadrante luminoso del manuale.
Cominciò a singhiozzare.
Paul percepì il dolore della madre, ma dentro di sé sentì il vuoto. Non provo alcun dolore, pensò. Perché, perché? La sua incapacità a provar dolore gli parve un terribile difetto.
«Un tempo per vincere, un tempo per essere sconfitti», pensò Jessica. Una frase della Bibbia Cattolica Orangista: «Un tempo per conservare, un tempo per gettar via; un tempo per l’amore e un tempo per l’odio; un tempo per la guerra, un tempo per la pace».
La mente di Paul continuò a funzionare, gelida, precisa. Vide le vie che si aprivano davanti a loro. Senza neppure l’aiuto del sogno, la sua prescienza gli rivelò, consapevolmente, quasi tutti i futuri possibili, ma con qualcosa in più, una frangia di mistero… come se la sua mente fosse sprofondata in qualche strato senza tempo, nella quale gli echi del futuro rimbalzavano confusi.
Improvvisamente, come se avesse trovato la chiave indispensabile, la mente di Paul salì un altro gradino sulla scala della consapevolezza. Sentì che stava avvinghiandosi a questo nuovo livello, a questo precario sostegno, guardandosi intorno. Gli parve di trovarsi al centro di una sfera, da cui le strade s’irradiavano in tutte le direzioni… ma questa era soltanto una pallida immagine delle sue sensazioni.
Si ricordò di aver visto, una volta, un fazzoletto di garza gonfiato dal vento, e percepiva il futuro così, il contorcersi di una superficie gonfia e flessibile come quella del fazzoletto.
Vide della gente.
Sperimentò il calore e il freddo d’infinite probabilità.
Riconosceva i nomi e i luoghi, provava innumerevoli emozioni, innumerevoli notizie gli giungevano dalle fonti più oscure e inesplorate. C’era tutto il tempo per esplorarle, saggiarle, toccarle, ma non per rimodellarle.
Il tutto era uno spettro di possibilità, dal passato più remoto al futuro più lontano… dal quasi certo al più improbabile. Vide la propria morte in un numero infinito di modi. Vide nuovi pianeti, nuove civiltà.
Gente.
E ancora gente.
Moltitudini impossibili a numerarsi e tuttavia la sua mente ne percepiva chiaramente l’esistenza.
Perfino gli uomini della Gilda.
E pensò: La Gilda… questa è forse una strada per noi. Lì la mia diversità sarebbe accettata come qualcosa di prezioso, di familiare… sempre a condizione di poter disporre di una scorta della cosa essenziale: la spezia.
Ma lo spaventò l’idea di trascorrere l’intera vita con la mente brancolante in quel groviglio dei possibili futuri che serviva a guidare le navi spaziali. Era un modo, tuttavia. E, affrontando questo futuro possibile con gli uomini della Gilda, riconobbe la natura della sua diversità. Ho un’altra vista. Vedo un altro paesaggio, un altro mondo, tutte le infinite vie possibili.
Questo pensiero lo rassicurò e lo spaventò insieme. Troppe vie, in quel suo modo diverso di vedere, continuavano a sprofondare o a dileguarsi.
Così, rapida com’era venuta, la sensazione lo abbandonò e si rese conto che l’intera esperienza era durata un battito del suo cuore.
E tuttavia, la sua coscienza ne era stata sconvolta, abbagliata come da una luce terrificante. Si guardò intorno.
La notte avvolgeva ancora la tenda distillante, circondata dalle rocce. Percepì ancora, acuto, il dolore di sua madre.
E anche l’assoluta mancanza di dolore dentro di lui… Come una cavità profonda, la sua mente, separata dal resto, continuava implacabile, sempre uguale, a ricevere i dati, a valutarli, a calcolarli, ponendosi le domande e risolvendole quasi come un Mentat.
Ma erano pochi i Mentat che avessero accumulato una simile abbondanza di dati. E non per questo la profonda cavità della sua mente era più sopportabile. Sentì che qualcosa doveva spezzarsi. Era come se il meccanismo a orologeria di una bomba avesse cominciato a ticchettare dentro di lui e continuasse a farlo senza alcun riguardo per i suoi desideri. Captò le impercettibili variazioni intorno a sé… un leggero aumento dell’umidità, la temperatura più bassa di una frazione di grado, il lento avanzare di un insetto sulla tenda distillante, il solenne ingresso dell’alba in quell’angolo di cielo stellato visibile attraverso il lato trasparente della tenda.
Il vuoto era insopportabile. Il fatto di sapere come il meccanismo a orologeria fosse stato messo in moto non faceva alcuna differenza. Poteva guardare al proprio passato e vederne l’inizio: l’addestramento, l’affinarsi dei talenti, la sollecitazione perfettamente graduata delle discipline più sofisticate, perfino la scoperta della Bibbia Cattolica Orangista in un momento critico… e infine, la spezia. E poteva anche guardare avanti a sé (la direzione più terrificante), e vedere dove tutto ciò conduceva.
Sono un mostro! gridò dentro di sé. Un capriccio di natura!