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«No!» disse. E ancora: «No, no, NO!»

Scoprì che stava tempestando di pugni il pavimento della tenda (quell’implacabile parte di lui stesso registrò tutto questo come un interessante dato emotivo, e l’integrò agli altri fattori).

«Paul!»

La madre era al suo fianco e gli aveva afferrato i polsi; il suo viso era una macchia grigia che lo scrutava, «Paul, che cosa c’è che non va?»

«Tu!»

«Sono qui, Paul» disse lei. «Tutto è a posto.»

«Che cosa mi hai fatto?» gridò Paul.

In un lampo di comprensione Jessica percepì le radici lontane della sua domanda. «Ti ho messo al mondo» rispose.

Il suo istinto e le sue conoscenze sottili le avevano detto che questa era la miglior risposta per calmarlo. Paul sentì le mani della madre che lo stringevano e cercò di mettere a fuoco il profilo confuso del suo viso. (Alcuni segni genetici, nella struttura del volto di lei, vennero esaminati sotto un nuovo angolo dalla sua mente in continua attività, le informazioni furono aggiunte agli altri dati, e come risultato finale giunse la risposta.)

«Lasciami» intimò lui.

Lei sentì la durezza tagliente della sua voce, e obbedì. «Vuoi dirmi che cosa c’è che non va, Paul?»

«Sapevi quello che facevi quando mi hai addestrato?»

Non c’è più alcuna traccia di fanciullezza nella sua voce, pensò Jessica. E rispose: «Avevo sperato quello che ogni genitore spera… che tu saresti stato superiore… diverso».

«Diverso?»

Lei percepì l’asprezza nella sua voce, e continuò: «Paul, io…»

«Tu non volevi un figlio!» ribatté lui. «Tu volevi uno Kwisatz Haderach! Tu volevi un maschio Bene Gesserit!»

Lei indietreggiò davanti a tanta amarezza. «Ma, Paul…»

«Ti sei mai consultata con mio padre, per questo?»

Lei rispose a bassa voce, anche a causa del suo recente dolore: «Qualsiasi cosa tu sia, Paul, la tua eredità ti viene sia da tuo padre che da me».

«Ma non l’addestramento! Non quelle cose che hanno risvegliato il… dormiente.»

«Il dormiente?»

«È qui.» Si mise una mano sulla testa, e poi sul petto. «In me. E continua, continua, e continua e continua e…»

«Paul!»

Lei capì che suo figlio era sull’orlo di un attacco isterico.

«Ascoltami» disse Paul. «Tu volevi che la Reverenda Madre sapesse dei miei sogni? Ora mi ascolterai al suo posto. Ho appena avuto un sogno da sveglio. Sai perché?»

«Calmati» disse Jessica. «Se c’è…»

«La spezia» l’interruppe Paul, vivacemente. «La spezia è dovunque, qui… l’aria, il suolo, il cibo. La spezia geriatrica. È come la droga delle Veridiche. È un veleno!»

Jessica s’irrigidì.

La voce di Paul si abbassò in un mormorio: «Un veleno» ripeté. «Un veleno così elusivo, insidioso… irreversibile. E non uccide, a meno che non si smetta di prenderlo. Non potremo mai più lasciare Arrakis, a meno che non portiamo un frammento di Arrakis con noi.»

La presenza terrificante della sua voce non tollerava repliche.

«Tu e la spezia» continuò Paul. «La spezia trasforma chiunque, anche a piccole dosi, ma, grazie a te, io ho vissuto questa trasformazione in perfetta coscienza. Non posso ricacciarla nell’inconscio, dove ogni sua intromissione può essere soffocata. Io posso vederla.»

«Paul, tu…»

«Io la vedo, ti dico!»

Lei percepì la follia nella sua voce; non sapeva più che fare.

Ma lui parlò di nuovo: il controllo ferreo riprese il sopravvento. «Siamo intrappolati qui.»

Siamo intrappolati qui. Jessica fu d’accordo.

E accettò la verità delle sue parole. Nessuna pressione del Bene Gesserit, nessun artificio o inganno, avrebbe potuto costringerli a lasciare completamente Arrakis: la spezia era un tossico. Il suo corpo lo aveva saputo molto prima che la sua mente se ne accorgesse.

Così, siamo qui per passarvi l’intera nostra vita, concluse Jessica. Su questo pianeta infernale. Questo mondo è pronto per noi, se riusciremo a sfuggire agli Harkonnen. E non c’è alcun dubbio sulla mia funzione: una giumenta destinata a preservare un’importante linea genetica, per il Piano Bene Gesserit.

«Devo parlarti del mio sogno a occhi aperti» disse Paul. (Ora c’era del furore nella sua voce.) «Per esser certo che non dubiterai delle mie parole, ti dirò questo, prima di tutto: io so che darai alla luce una figlia, mia sorella, qui su Arrakis.»

Jessica appoggiò le mani al pavimento e si strinse contro la parete ricurva della tenda per calmare una fitta di paura. Nessuno avrebbe potuto sapere, ancora, che era incinta. Solo il suo addestramento Bene Gesserit le aveva permesso di leggere i primi deboli sintomi sul suo corpo e di avvertire la presenza di un embrione, di pochi giorni soltanto.

«’Solo per servire’» bisbigliò, ripetendo il motto delle Bene Gesserit. «Noi esistiamo solo per servire.»

«Troveremo una casa tra i Fremen» riprese Paul. «Dove la vostra Missionaria Protectiva ci ha creato un rifugio.»

Hanno aperto una strada per noi nel deserto, disse Jessica, tra sé, ma com’è possibile che lui sappia della Missionaria Protectiva? Le era sempre più difficile dominare il terrore davanti alla schiacciante diversità di suo figlio.

Paul studiò quell’ombra confusa che era sua madre e ne percepì ogni paura e ogni reazione con la sua nuova consapevolezza, come se si stagliassero contro una luce accecante. Cominciò a provare per lei una punta di compassione.

«Non posso ancora dirti quello che accadrà» continuò Paul. «Non posso dirlo neppure a me stesso, anche se l’ho visto. Questo senso del futuro… sembra che io non abbia alcun controllo su di esso. Si manifesta, ed è tutto. L’immediato futuro… diciamo, un anno… posso vederne una parte, una strada larga come la nostra Central Avenue, su Caladan. Ma altre cose non riesco a distinguerle, sono nell’ombra… come al di là di una collina…» (e di nuovo pensò alla superficie di un fazzoletto di garza rigonfiata dal vento) «…e vi sono ramificazioni…»

Tacque di colpo, mentre i ricordi di ciò che aveva visto lo travolgevano. Nessun sogno presciente, nessuna esperienza della sua vita passata lo avevano preparato a questo: ora ogni velo era stato strappato, totalmente, così rivelando il tempo in tutta la sua nudità.

Nel rivivere l’esperienza riconobbe il suo terribile scopo: l’irresistibile pressione della sua vita che si estendeva in una bolla sempre più immensa, mentre davanti ad essa il tempo si ritirava…

Jessica cercò il controllo della luce e l’azionò.

Una debole luce verde ricacciò le ombre calmando le sue paure. Fissò il volto di Paul, i suoi occhi… lo sguardo interiore. Seppe dove aveva visto un simile sguardo: le documentazioni dei disastri… il volto dei fanciulli che avevano conosciuto la fame o le più terribili ferite. Gli occhi: pozzi senza fondo; la bocca: una linea dura e diritta; le guance profondamente incavate.

Lo sguardo di chi ha visto cose terribili, pensò. Di chi affronta la certezza della sua mortalità.

Non era più un bambino.

I significati nascosti delle parole di Paul cominciarono a chiarirsi nella sua mente, cancellando ogni altra cosa. Paul aveva guardato in avanti, aveva visto una via di fuga!

«C’è un modo di sfuggire agli Harkonnen» disse Jessica.

«Gli Harkonnen!» la schernì suo figlio. «Scaccia dai tuoi pensieri quelle caricature d’esseri umani!» La fissò, studiando i contorni del suo viso alla debole luce della tenda. Quei contorni la tradivano.