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«Ancora nessun segno di Duncan?»

«Niente.»

Sfiorò distrattamente l’anello ducale col sigillo che teneva al pollice, e cominciò a tremare per un improvviso accesso di rabbia contro l’essenza stessa del pianeta che aveva contribuito a uccidere suo padre.

«Ho sentito arrivare la tempesta» disse Jessica.

Queste parole vuote, inutili, l’aiutarono a calmarsi un poco. La sua mente si concentrò sulla tempesta, come l’aveva vista precipitarsi su di loro attraverso la parete trasparente della tenda distillante: vortici di polvere ghiacciata avevano attraversato il bacino, poi fiumi e cateratte di sabbia avevano cancellato il cielo. Stava rissando un pinnacolo roccioso, e questo, investito dal turbine, si era trasformato davanti ai suoi occhi in un cuneo mozzato color giallo sporco. La nube danzava come impazzita, il cielo era diventato rosso cupo, poi la sabbia aveva ricoperto la tenda, tagliandoli fuori da ogni luce esterna.

«Prova un’altra volta col ricevitore» disse Jessica.

«Non serve.»

Cercò il tubo della sua tuta distillante fissato al collo e inghiottì un sorso d’acqua. Paul pensò che in quell’attimo lui diventava realmente un uomo di Arrakis vivendo dell’umidità del proprio corpo, del proprio respiro. L’acqua era insipida, ma gli calmò l’arsura.

Jessica lo sentì bere. Sfiorò con le mani la superficie elastica della tuta distillante che le aderiva al corpo, ma rifiutò di ammettere di essere assetata. Riconoscerlo, avrebbe significato per lei la piena consapevolezza delle terribili necessità di Arrakis, dove ogni infinitesima traccia di umidità doveva essere difesa, accumulando ogni goccia nella tasca di raccolta della tenda, rimpiangendo ogni respiro sprecato all’aria aperta.

Era molto più facile addormentarsi di nuovo.

Ma mentre dormiva, quel giorno, aveva sognato qualcosa al cui ricordo ancora rabbrividiva. Nel sogno lei tuffava le mani nella sabbia sulla quale era scritto un nome: Duca Leto Atreides. La sabbia cancellava il nome e lei tentava di scriverlo ancora, ma la prima lettera era già piena di sabbia quando ancora non aveva finito di tracciare l’ultima.

La sabbia continuava a scivolare.

Il suo sogno divenne un lamento, sempre più alto. Che assurdità! Una parte della sua mente si era resa conto che il sogno era la sua voce di quand’era bambina, quasi ancora in fasce. L’immagine di una donna, che la sua memoria afferrava molto vagamente, si stava allontanando.

La mia sconosciuta madre, pensò Jessica. La Bene Gesserit che mi ha generato e che mi affidò alle Sorelle, come le era stato ordinato. È stato forse un sollievo, per lei, sbarazzarsi così di una figlia degli Harkonnen?

«È nella spezia, dunque, che bisogna colpirli!» esclamò Paul.

Come può pensare ad attaccarli in un momento come questo? pensò Jessica.

«Un intero pianeta pieno di spezia» disse. «Come puoi sperare di colpirli?

Sentì che Paul si muoveva, trascinando lo zaino sul pavimento della tenda.

«Su Caladan» replicò Paul, «era il potere del mare e dell’aria. Qui, è il potere del deserto. E i Fremen ne sono la chiave.»

La sua voce proveniva dall’ingresso a sfintere della tenda. L’addestramento Bene Gesserit rivelò nuovamente a Jessica quel vago tono di amarezza che suo figlio provava nei suoi confronti.

Per tutta la sua vita gli è stato insegnato a odiare gli Harkonnen, pensò. Ora ha scoperto che anche lui è un Harkonnen… per colpa mia. Come mi conosce poco! Io sono stata l’unica donna del mio Duca. Ho accettato la sua vita e i suoi valori, anche se essi sfidavano gli ordini del Bene Gesserit.

Al tocco di Paul il pannello luminoso della tenda si accese, riempiendo il piccolo rifugio di un’intensa luce verde. Paul si accovacciò accanto allo sfintere, il cappuccio della sua tuta distillante regolato per l’uscita nel deserto, stretta la fascia frontale, il filtro al suo posto davanti alla bocca, i tamponi infilati nel naso. Soltanto i suoi occhi scuri erano visibili: una minuscola frazione del suo viso che girò per un attimo verso sua madre.

«Preparati a uscire» le disse. La sua voce era smorzata dal filtro.

Jessica si applicò il filtro alla bocca e sistemò il cappuccio, mentre osservava suo figlio che dissigillava l’entrata della tenda.

Lo sfintere si aprì: con un’intenso stridio la sabbia si rovesciò nella tenda in una nuvola soffocante prima che Paul potesse bloccarla col compressore statico. Ma quando l’azionò, un foro comparve nella muraglia di sabbia e si allargò man mano lo strumento schiacciava i grani gli uni sugli altri. Paul scivolò all’esterno e Jessica ascoltò la sua lenta progressione verso la superficie.

Che cosa troveremo là fuori? si chiese. I soldati Harkonnen e i Sardaukar… questi sono i pericoli che ci aspettiamo. Ma gli altri?

Pensò al compressore statico e agli altri strani strumenti contenuti nel sacco. Nel suo spirito ciascuno di essi corrispondeva a qualche misterioso pericolo.

Una brezza calda, proveniente dalle sabbie della superficie, le sfiorò le guance dov’erano esposte, sopra il filtro.

«Passami lo zaino.» Era la voce di Paul, bassa e prudente.

Obbedì prontamente. Mentre sollevava il pacco dal pavimento, sentì l’acqua gorgogliare nei literjon. Guardò in alto e vide Paul stagliarsi contro le stelle.

«Ecco» disse Paul. Allungò il braccio e afferrò il sacco.

Un istante dopo Jessica vide soltanto un cerchio di stelle. Erano come tante punte aguzze rivolte contro di lei. Una pioggia di meteoriti attraversò quel frammento di cielo, quasi un avvertimento, come i segni lasciati dagli artigli di una tigre, o ferite luminose dalle quali zampillasse il suo sangue. Rabbrividì al pensiero della taglia sulle loro teste.

«Muoviti» disse Paul. «Voglio ripiegare la tenda.»

Un rivolo di sabbia le piovve dalla superficie sulla mano sinistra. Quanta sabbia potrei stringere nel pugno? si chiese.

«Devo aiutarti?» fece Paul.

«No.»

La sua gola era secca, quando s’infilò nel buco. La sabbia compressa le graffiò le mani. Paul l’afferrò per un braccio e la tirò fuori: si trovò accanto a lui, su una striscia di deserto piatto illuminata dalle stelle. Si guardò intorno: la sabbia aveva riempito quasi completamente il bacino in cui si trovavano e ne sporgeva tutto intorno un sottilissimo bordo di roccia. Guardò più lontano, nel buio, sondando la notte con i suoi sensi addestrati.

Un brusio di piccoli animali.

Uccelli.

La sabbia che franava e i deboli tonfi di una creatura dentro di essa. Paul stava sgonfiando la tenda e la spingeva fuori dal buco.

La luce delle stelle dava alla notte una lieve luminosità, sufficiente a creare ombre cariche di minaccia. Jessica aguzzò gli occhi nelle tenebre più profonde.

Le tenebre, pensò. Un ricordo cieco. Aguzzi le orecchie alla ricerca dell’orda selvaggia, delle urla di coloro che hanno dato la caccia ai tuoi antenati in un passato così antico che soltanto le nostre cellule più primitive lo ricordano. Le orecchie vedono, le narici vedono.

Qualche istante dopo Paul la raggiunse: «Duncan mi ha promesso che, se lo avessero catturato, avrebbe potuto resistere… fino ad ora. Dobbiamo fuggire da qui, adesso». Si caricò sulla spalla lo zaino Fremen, attraversò il bacino sabbioso fino all’orlo di roccia e salì su una sporgenza che si protendeva sull’immenso deserto sottostante.

Jessica lo seguì istintivamente, cosciente di vivere ormai nell’orbita di suo figlio.

Poiché ora il mio dolore è più pesante delle sabbie del mare, pensò. Questo mondo mi ha svuotata di tutto, fuorché del più antico degli scopi: la vita di domani. Ora io vivo soltanto per il mio Giovane Duca e per mia figlia che non è ancora nata.