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Avanzò faticosamente sulla distesa sabbiosa che sprofondava sotto i suoi piedi, al fianco di Paul.

Suo figlio fissava a nord una lontana barriera rocciosa.

Il profilo di queste rocce assomigliava a un’antica nave da battaglia stagliata contro le stelle. Un’onda invisibile sembrava scandire il risucchio sotto di essa, il ritmico ronzio delle antenne rotanti, le ciminiere ripiegate all’indietro, una torretta a forma di «P» sulla poppa.

Un lampo arancione esplose sopra il profilo roccioso e un’accecante scia purpurea precipitò verso il bagliore.

Un’altra scia purpurea!

E un altro lampo arancione schizzò verso l’alto!

Era come un’antica battaglia navale, il ricordo di un duello di artiglierie. Lo spettacolo li affascinò.

«Colonne di fuoco» mormorò Paul.

Un anello di occhi rossi s’innalzò su quelle rocce lontane. Strisce color porpora s’intrecciavano nel cielo.

«Getti di razzi e scariche laser» disse Jessica.

La prima luna di Arrakis si alzò sull’orizzonte, alla loro sinistra, rossa attraverso un velo di polvere, e alla sua luce videro il sentiero tracciato dalla tempesta: un nastro in movimento sopra il deserto.

«Sono gli ornitotteri degli Harkonnen che ci danno la caccia» disse Paul. «Il modo in cui stanno spazzando il deserto… Vogliono essere sicuri di cancellare qualsiasi cosa vi si trovi… Come noi distruggeremmo un nido d’insetti.»

«O un nido di Atreides» aggiunse Jessica.

«Dobbiamo trovare un rifugio. Dobbiamo dirigerci a sud, al riparo delle rocce. Se dovessero coglierci all’aperto…» Paul si voltò, sistemandosi lo zaino sulle spalle. «Uccidono qualsiasi cosa si muova.»

Fece un passo sulla sporgenza rocciosa e in quell’attimo sentì un sibilo attutito: forme oscure di ornitotteri planavano sopra le loro teste.

Una volta mio padre mi disse che il rispetto per la verità è quasi il fondamento di ogni morale. «Niente esce dal niente» mi disse. Questo è senz’altro un pensiero profondo, quando si pensi fino a qual punto la «verità» può essere instabile.

da «Conversazioni con Muad’Dib», della Principessa Irulan

«Mi sono sempre vantato di vedere le cose come sono realmente» dichiarò Thufir Hawat. «È la maledizione di noi Mentat. Non possiamo mai impedirci di analizzare i dati.»

Il vecchio volto coriaceo appariva calmo e composto nell’oscurità che precedeva l’alba, mentre parlava. Le sue labbra macchiate del sapho erano tese in una linea diritta, da cui s’irradiavano rughe verticali.

Un uomo avvolto in un’ampia tunica era accovacciato sulla sabbia davanti ad Hawat, silenzioso e in apparenza insensibile alle sue parole.

I due si trovavano sotto uno spuntone roccioso rivolto verso un’ampia depressione. La luminosità dell’alba si diffondeva al di sopra delle rocce frastagliate, tingendo di rosa tutto il bacino. Faceva freddo, sotto quello spuntone: un brivido asciutto e penetrante in ricordo della notte appena trascorsa. Poco prima dell’alba vi erano state alcune raffiche di un vento caldo, ma ora faceva freddo. I pochi soldati alle spalle di Hawat, l’ultimo sparuto residuo delle sue forze, battevano i denti.

L’uomo accovacciato davanti a Hawat era un Fremen e li aveva raggiunti alle prime luci dell’alba attraversando il bacino, letteralmente scivolando sulla sabbia, dissimulandosi fra le dune al punto da risultare praticamente invisibile.

Il Fremen tese un dito sulla sabbia e disegnò una figura. Somigliava a una coppa, e ne usciva una freccia. «Vi sono molte pattuglie Harkonnen» disse. Alzò il dito e lo puntò in alto, verso le rocce dalle quali Hawat e i suoi uomini erano discesi.

Hawat annuì.

Molte pattuglie. Sì.

E tuttavia, ancora non sapeva cosa volesse il Fremen. E questo l’insospettiva. L’addestramento Mentat avrebbe dovuto consentirgli di scoprire le sue motivazioni.

Quella notte era stata la peggiore di tutta la vita di Hawat. Quando erano arrivati i primi rapporti sull’attacco si trovava a Timpso, un villaggio di guarnigione, uno degli avamposti della vecchia capitale, Carthag. Sulle prime aveva pensato: È soltanto un’incursione. Gli Harkonnen ci stanno saggiando.

Ma altri rapporti erano giunti, sempre più rapidi.

Due legioni erano sbarcate a Carthag.

Cinque legioni… cinquanta brigate!… attaccavano la base principale del Duca, ad Arrakeen.

Una legione ad Arsunt.

Due gruppi da combattimento alla Roccia Spezzata.

Poi i rapporti si erano fatti più dettagliati: vi erano dei Sardaukar Imperiali fra gli aggressori… forse due legioni. E fu chiaro che gli invasori sapevano in quali punti attaccare. Esattamente. Magnifico spionaggio.

Il furore di Hawat era esploso fin quasi a minacciare le sue capacità di Mentat. La vastità dell’attacco aveva colpito la sua mente con la violenza di un colpo fisico.

Ora si nascondeva dietro uno spuntone di roccia, nel deserto, e scuoteva la testa, tentando invano d’isolarsi dal freddo avvolgendosi nell’uniforme strappata.

La vastità dell’attacco.

Si era convinto che i nemici avrebbero noleggiato un trasporto leggero della Gilda per qualche incursione preliminare. Era un comportamento normale in una guerra fra due Case. I trasporti leggeri atterravano e partivano da Arrakis regolarmente per trasportare la spezia degli Atreides. Hawat aveva preso le sue precauzioni contro le scorrerie compiute da falsi trasporti leggeri. E anche per un attacco in massa non si era mai aspettato più di dieci brigate.

Ma secondo gli ultimi calcoli c’erano più di duemila navi su Arrakis: non soltanto trasporti leggeri, ma anche fregate, ricognitori, corazzate, incrociatori pesanti, trasporti per le truppe e navi da carico…

Più di cento brigate… dieci legioni!

L’intero reddito della spezia di Arrakis, per cinquant’anni, avrebbe pagato a stento un’impresa del genere.

Avrebbe.

Ho sottovalutato quello che il Barone era disposto a spendere per attaccarci, pensò Hawat amaramente. Ho tradito la fiducia del mio Duca.

E c’era poi la traditrice.

Vivrò per vederla strangolata! si disse. Avrei dovuto uccidere quella strega Bene Gesserit quando ne ho avuta l’occasione.

Non c’era il più piccolo dubbio nella sua mente: Lady Jessica li aveva traditi. Coincideva con tutti i dati a sua disposizione.

«Il tuo uomo, Gurney Halleck, e una parte delle sue truppe sono al sicuro presso i nostri amici contrabbandieri» disse il Fremen.

«Bene.»

Così Gurney potrà scamparla da questo infernale pianeta. Non siamo tutti finiti.

Hawat si voltò verso i suoi uomini. Erano trecento all’inizio della notte, tra i migliori. Ne restavano appena venti, una buona metà feriti. Alcuni dormivano letteralmente in piedi appoggiati alla roccia, o distesi sulla sabbia al riparo. Il loro ultimo ornitottero, che avevano usato come un veicolo terrestre per trasportare i feriti, aveva cessato di funzionare poco prima dell’alba. L’avevano tagliato a pezzi coi laser, nascondendo ogni più piccolo frammento, poi erano riusciti a marciare fino a questo rifugio, sull’orlo del bacino.

Hawat aveva soltanto una vaga idea della loro posizione: circa duecento chilometri a sudest di Arrakeen. Le piste più battute dalle comunità sietch del Muro Scudo correvano da qualche parte più a sud.