Il Fremen gettò sulle spalle il cappuccio e la cuffia della tuta distillante, rivelando capigliatura e barba color sabbia. I capelli, pettinati all’indietro, sovrastavano una fronte alta e sottile. Aveva gli occhi completamente azzurri e insondabili dovuti alla spezia. La barba e i baffi erano macchiati, su un lato della bocca, per la pressione esercitata dal tubo che usciva dai tamponi del naso.
L’uomo si sfilò i tamponi e li aggiustò. Si sfregò una cicatrice accanto al naso.
«Se attraversate il sink, questa notte» disse, «non dovete usare gli scudi. C’è una breccia nella parete…» (si girò sui calcagni e puntò l’indice a sud) «…gli scudi potrebbero attirare un…» (esitò) «…un verme. Non vengono spesso da queste parti, ma uno scudo li attira, sempre.»
Ha detto verme, pensò Hawat. Stava per dire qualcos’altro. Che cosa? E che cosa vuole da noi?
Sospirò.
Non era mai stato così stanco. Provava in tutti i muscoli un dolore che nessuna pillola avrebbe placato.
Quei dannati Sardaukar!
Pieno di amarezza nei propri confronti, pensò a quei soldati fanatici e alla perfidia imperiale che essi rappresentavano. Ma, in quanto Mentat, un’attenta valutazione dei fatti gli aveva rivelato quanto fosse scarsa la possibilità di provare una simile perfidia davanti al Gran Consiglio del Landsraad. Mai sarebbe stata resa giustizia.
«Volete raggiungere i contrabbandieri?» domandò il Fremen.
«È possibile?»
«La strada è lunga.»
«Ai Fremen non piace dire di no» gli aveva detto Idaho, un giorno.
Hawat replicò: «Non mi hai ancora detto se il tuo popolo può aiutare i miei feriti».
«Sono feriti.»
Sempre questa maledetta risposta!
«Lo so, che sono feriti!» ribatté Hawat. «Non è…»
«Pace, amico» l’interruppe il Fremen. «Che cosa dicono i tuoi feriti? Vi sono alcuni di essi in grado di capire il bisogno d’acqua della tua tribù?»
«Non abbiamo parlato di acqua» disse Hawat. «Noi…»
«Posso capire la tua riluttanza» proseguì il Fremen. «Sono tuoi amici, della tua stessa tribù. Avete acqua?»
«Non abbastanza.»
Il Fremen fece un gesto verso l’uniforme di Hawat, sotto la quale si vedeva la pelle nuda: «Vi hanno sorpreso nel sietch senza le vostre tute distillanti. Devi prendere una decisione d’acqua, amico».
«Possiamo pagare il tuo aiuto?»
Il Fremen scrollò le spalle. «Non avete acqua.» Lanciò un’occhiata al gruppo dietro le spalle di Hawat. «Quanti dei tuoi feriti sei disposto a sacrificare?»
Hawat fissò l’uomo in silenzio. In quanto Mentat gli era fin troppo chiaro come la loro conversazione fosse fuori fase. Ogni parola, ogni frase suonavano estranee.
«Io sono Thufir Hawat» dichiarò. «E parlo in nome del mio Duca. Posso impegnarmi in questo preciso momento, in cambio del tuo aiuto. Voglio un aiuto limitato, quel tanto che basta a far sopravvivere i miei uomini e a giustiziare una traditrice che si crede al sicuro dalla vendetta.»
«Vuoi che mi unisca a te in una vendetta?»
«Io stesso mi occuperò della vendetta. Voglio soltanto essere sollevato dalla responsabilità dei miei feriti.»
Il Fremen si accigliò. «Come puoi essere responsabile dei tuoi feriti? Essi sono responsabili di se stessi. Il problema è l’acqua, Thufir Hawat. Vuoi che sia io a decidere?»
Afferrò l’impugnatura dell’arma nascosta sotto la sua veste. Un pensiero folgorò Hawat: Un nuovo tradimento?
«Che cosa temi?» chiese il Fremen.
Questa gente e la sua sconcertante franchezza! Hawat disse, cauto: «C’è una taglia sulla mia testa».
«Ahhh…» Il Fremen tolse la mano dall’impugnatura dell’arma. «Ci credi corrotti come i bizantini? Non ci conosci affatto. Gli Harkonnen non hanno acqua bastante a corrompere il più piccolo dei nostri fanciulli.»
Ma hanno pagato alla Gilda il trasporto di duemila navi da battaglia, pensò Hawat. E ancora vacillò all’idea di quella spesa.
«Entrambi combattiamo gli Harkonnen» disse Hawat. «Non dovremmo forse dividerci i problemi e i mezzi per affrontarli in battaglia?»
«Li dividiamo già» replicò il Fremen. «Vi ho visto combattere gli Harkonnen. Siete in gamba. In certi momenti avrei molto apprezzato le vostre armi al mio fianco.»
«Dimmi solo in qual modo possiamo aiutarti» insistette Hawat.
«Chi lo sa?» disse il Fremen. «Gli Harkonnen sono dovunque. Ma tu non hai ancora preso la decisione d’acqua e neppure hai chiesto ai tuoi uomini di prenderla.»
Prudenza, si disse Hawat. C’è qualcosa, qui, che non capisco.
«Vuoi mostrarmi le vostre regole?» riprese. «Quelle di Arrakis?»
«Il modo di pensare degli stranieri» disse il Fremen con un vago disprezzo. Puntò il dito a nordovest, oltre la cresta rocciosa. «Vi abbiamo osservato questa notte, quando avete attraversato la sabbia.» Abbassò il braccio. «Hai fatto marciare i tuoi uomini sul lato friabile delle dune. Male. Non avete tute distillanti, non avete acqua. Non durerete a lungo.»
«Non è facile abituarsi ad Arrakis» replicò Hawat.
«È vero. Ma noi abbiamo ucciso gli Harkonnen.»
«Che cosa fate dei vostri feriti?»
«Forse un uomo non sa quando vale la pena di salvarlo?» chiese il Fremen. «I tuoi feriti sanno che non avete acqua.» Piegò la testa e lanciò un’occhiata obliqua a Hawat. «È chiaro che questo è il momento di prendere la decisione d’acqua. Feriti e non feriti devono pensare al futuro della tribù.»
Il futuro della tribù, pensò Hawat. La tribù degli Atreides. C’è un senso in tutto questo. E fece uno sforzo per fare la domanda che aveva evitato fino a quel momento:
«Avete notizie del Duca o di suo figlio?»
Gli occhi azzurri, inscrutabili, lo fissarono: «Notizie?»
«La loro sorte!» gridò Hawat.
«La sorte è uguale per tutti» disse il Fremen. «Si dice che il tuo Duca abbia incontrato la sua sorte. Per quanto riguarda il Lisan al-Gaib, suo figlio, tutto è nelle mani di Liet. E Liet non ha detto nulla.»
Sapevo la risposta anche senza fare la domanda, pensò Hawat.
Guardò i suoi uomini. Erano tutti svegli, adesso. Avevano ascoltato e fissavano la distesa di sabbia. Si leggeva la rassegnazione sui loro volti: non avrebbero mai più rivisto Caladan, e ora avevano perduto anche Arrakis.
Hawat si voltò nuovamente verso il Fremen: «Hai notizie di Duncan Idaho?»
«Era nella grande casa quando lo scudo è caduto» rispose il Fremen. «Questo ho sentito dire… e nient’altro.»
È stata lei a disattivare lo scudo e a far entrare gli Harkonnen! pensò Hawat. Sono stato io, questa volta, a voltare la schiena alla porta. Ma come ha potuto farlo? Agire contro suo figlio? Ma… chi sa mai cosa pensa una strega Bene Gesserit? Se pure pensa…
Nuovamente cercò d’inghiottire, ma aveva la gola secca. «Quando avrai notizie del ragazzo?»
«Sappiamo poco di quanto è accaduto ad Arrakeen» replicò il Fremen. Alzò le spalle. «Chi lo sa?»
«Hai qualche modo per scoprirlo?»
«Forse.» Il Fremen si sfregò nuovamente la cicatrice al naso. «Dimmi, Thufir Hawat, che cosa ne sai di queste armi pesanti degli Harkonnen?»
L’artiglieria, pensò Hawat, con amarezza. Chi avrebbe mai pensato che avrebbero impiegato l’artiglieria nell’epoca degli scudi?
«Tu parli dell’artiglieria che hanno usato per imprigionare i nostri uomini nelle caverne?» disse. «Io ho… una conoscenza teorica di queste armi esplosive.»