«Chiunque cerchi scampo in una caverna con una sola uscita merita di morire» dichiarò il Fremen.
«Perché mi hai chiesto di queste armi?»
«Liet vuol sapere.»
È questo che vuole da noi? si chiese Hawat. «Sei venuto a informarti sui cannoni?»
«Liet vuole esaminare una di queste armi.»
«Allora» lo schernì Hawat, «andate a prenderne una.»
«Sì» disse il Fremen, «ne abbiamo presa una. L’abbiamo nascosta dove Stilgar può studiarla per Liet e dove Liet può vederla coi suoi occhi, se lo desidera. Ma dubito che voglia farlo: l’arma non è molto buona. È mediocre, per Arrakis.»
«Voi… ne avete presa una?» si sbalordì Hawat.
«È stato un bel combattimento» disse il Fremen. «Abbiamo perduto due uomini, ma abbiamo versato l’acqua di più di duecento di loro.»
C’erano Sardaukar ad ogni cannone, pensò Hawat. E questo pazzo del deserto parla così tranquillamente di aver perduto soltanto due uomini contro i Sardaukar!
«Non avremmo perduto neppure quei due se non fosse stato per quegli altri che combattevano con gli Harkonnen» continuò il Fremen. «Alcuni di loro erano ottimi guerrieri.»
Uno degli uomini di Hawat si avvicinò zoppicando e fissò il Fremen accovacciato: «State parlando dei Sardaukar?»
«Sì, sta parlando dei Sardaukar» confermò Hawat.
«Sardaukar!» esclamò il Fremen, con un’intonazione gioiosa. «Ahhh, ecco quello che sono! Una magnifica notte! Sardaukar! Di quale legione? Lo sapete?»
«Noi… l’ignoriamo» disse Hawat.
«Sardaukar.» Il Fremen sembrò riflettere. «E tuttavia indossavano le uniformi degli Harkonnen. Non è strano?»
«L’Imperatore non vuole che si sappia che egli combatte contro una Grande Casa» replicò Hawat.
«Ma tu sai che sono Sardaukar!»
«Chi sono io?» fece Hawat, in tono amaro.
«Tu sei Thufir Hawat» ribatté il Fremen. «Beh, l’avremmo saputo comunque. Abbiamo inviato tre prigionieri agli uomini di Liet, perché li interrogassero.»
Il luogotenente di Hawat balbettò incredulo: «Voi… avete catturato alcuni Sardaukar?»
«Tre soltanto» disse il Fremen. «Si sono battuti bene.»
Se soltanto avessimo avuto il tempo di allearci a questi Fremen, pensò Hawat, e fu come un lamento nel suo spirito. Se avessimo potuto addestrarli e armarli… Grande Madre! Quale forza sarebbero stati, per noi!
«Forse è la tua preoccupazione per il Lisan al-Gaib che ti fa esitare» insistette il Fremen. «Se è realmente il Lisan al-Gaib nulla può toccarlo. Non perdere il tuo tempo per qualcosa che non è stato ancora provato.»
«Io servo il… Lisan al-Gaib» disse Hawat. «La sua sicurezza è la mia prima preoccupazione. Vi ho consacrato me stesso.»
«Ti sei consacrato alla sua acqua?»
Hawat lanciò un’occhiata al suo aiutante, che stava ancora fissando il Fremen, e rivolse nuovamente la sua attenzione alla figura accovacciata. «Sì, alla sua acqua.»
«Tu vuoi ritornare ad Arrakeen, il luogo della sua acqua?»
«Il… sì, il luogo della sua acqua.»
«Perché non hai detto subito che era una questione d’acqua?» Il Fremen si alzò e sistemò saldamente i tamponi sul naso.
Hawat accennò al suo luogotenente di raggiungere gli altri. Con una scrollata di spalle piena di stanchezza, l’uomo obbedì. Hawat li sentì mormorare.
Il Fremen disse: «C’è sempre una via per l’acqua».
Qualcuno imprecò. L’aiutante di Hawat chiamò: «Thufir! Arkie è morto».
Il Fremen si portò il pugno all’orecchio: «Il vincolo dell’acqua! È un segno!» Fissò Hawat: «C’è un luogo, qui vicino, per ricevere l’acqua. Devo chiamare i miei uomini?»
L’aiutante si avvicinò nuovamente: «Thufir, un paio di uomini hanno lasciato la moglie ad Arrakeen. Sono… ti puoi immaginare».
Il Fremen teneva ancora il pugno schiacciato sull’orecchio: «È il vincolo dell’acqua, Thufir Hawat?» chiese.
Il cervello di Hawat lavorava furiosamente. Ora capiva il senso delle parole del Fremen, ma temeva la reazione degli uomini stremati, sotto lo spuntone roccioso, quando l’avessero saputo.
«Il vincolo dell’acqua» ripeté Hawat.
«Lascia che le nostre tribù si uniscano» disse il Fremen, e abbassò il pugno.
Come a un preciso segnale, quattro uomini si tuffarono giù dallo strapiombo. Giunsero sotto lo sperone roccioso, avvolsero il morto in un ampio mantello, lo sollevarono e corsero via, lungo la parete rocciosa alla loro destra, alzando una nuvola di polvere.
Tutto si era concluso prima che i soldati di Hawat si rendessero conto di quanto accadeva. I quattro uomini, col morto che ciondolava come un sacco nel mantello, erano già scomparsi dietro un macigno.
Qualcuno urlò: «Dove stanno andando con Arkie? Era…»
«Lo portano via per… seppellirlo» disse Hawat.
«I Fremen non seppelliscono i loro morti!» gridò l’altro. «Non cercare d’ingannarci, Thufir! Sappiamo quello che fanno. Arkie era un…»
«Il Paradiso è garantito a chi muore al servizio del Lisan al-Gaib» dichiarò il Fremen. «Se è vero che voi servite il Lisan al-Gaib, come hai detto, perché ti lamenti? Il ricordo di colui che è morto vivrà per sempre.»
Ma gli uomini di Hawat si erano avvicinati, frementi di collera. Uno di essi impugnava un laser.
«Fermi dove siete!» urlò Hawat. Combatté la nausea e la fatica che lo attanagliavano. «Questa gente ha il massimo rispetto per i nostri morti. I costumi sono diversi, ma il significato è lo stesso.»
«Sono andati a distillare Arkie per impadronirsi della sua acqua» ringhiò l’uomo col laser.
«Forse i tuoi uomini vogliono assistere alla cerimonia?» chiese il Fremen.
Non vede neppure il problema, pensò Hawat. L’ingenuità del Fremen gli faceva paura.
«Sono sconvolti per la morte del loro compagno» spiegò.
«Tratteremo il vostro compagno con lo stesso rispetto, come se fosse uno dei nostri» disse il Fremen. «Questo è il vincolo dell’acqua. Noi conosciamo il rito. La carne di un uomo appartiene a lui stesso, l’acqua appartiene alla tribù.»
L’uomo col laser fece un altro passo in avanti. Hawat intervenne rapidamente: «Ora siete disposti ad aiutare i nostri feriti?»
«Non si discute il vincolo» replicò il Fremen. «Faremo per voi quello che una tribù fa per i suoi stessi membri. Prima di tutto, daremo una tuta ad ognuno di voi e provvederemo alle vostre necessità.»
L’uomo col laser esitò.
L’aiutante di Hawat disse: «Stiamo forse comperando il loro aiuto… con l’acqua di Arkie?»
«Non comperiamo nulla» ribatté Hawat. «Noi ora facciamo parte di questa gente.»
«I costumi sono diversi» borbottò uno degli uomini.
Hawat cominciò a rilassarsi.
«E ci aiuteranno a raggiungere Arrakeen?»
«Noi uccideremo gli Harkonnen» dichiarò il Fremen, e sorrise. «E i Sardaukar.» Fece un passo indietro, mise le mani a coppa dietro le orecchie, rovesciò la testa e ascoltò. Poi abbassò le mani e disse: «Una macchina volante è in arrivo. Nascondetevi sotto la roccia e restate immobili».
A un gesto imperioso di Hawat gli uomini obbedirono.
Il Fremen afferrò Hawat per un braccio e lo spinse con gli altri: «Combatterai quando sarà il momento» gl’intimò. La sua mano scivolò dentro il vestito e uscì stringendo una piccola gabbia. Ne tirò fuori un animale.
Hawat riconobbe un minuscolo pipistrello. La bestiola girò la testa mostrando due occhi azzurri, completamente azzurri.
Il Fremen accarezzò il pipistrello per calmarlo, sussurrandogli qualcosa. Si piegò sulla testa dell’animale e lasciò che una goccia di saliva cadesse dalla sua lingua nella bocca aperta della creatura. Il pipistrello aprì le ali, ma non lasciò la mano del Fremen. L’uomo prese un piccolo tubo, l’appoggiò alla testa dell’animale e vi parlò dentro. Quindi sollevò la mano e scagliò la creatura nell’aria.