Il pipistrello sfrecciò lungo le rocce e scomparve.
Il Fremen piegò la gabbia e l’infilò nel vestito. Di nuovo rovesciò la testa e ascoltò: «Stanno perlustrando le terre alte» disse. «C’è da chiedersi che cosa stiano cercando lassù.»
«Sanno che ci siamo ritirati in questa direzione.»
«Non bisogna mai presumere di essere gli unici a cui danno la caccia» sentenziò il Fremen. «Guarda sull’altro lato del bacino. Vedrai qualcosa.»
Passò del tempo.
Alcuni degli uomini di Hawat cominciarono ad agitarsi, a mormorare.
«Restate in silenzio come animali spaventati» sibilò il Fremen.
Hawat riuscì a distinguere qualcosa che si muoveva lungo le rocce in lontananza. Macchie confuse, dello stesso colore della sabbia.
«Il mio piccolo amico ha portato il messaggio» annunciò il Fremen. «È un bravo messaggero, di giorno e di notte. Mi dispiacerebbe perderlo.»
Il movimento, sull’altro lato del sink, cessò. Sull’intera distesa di sabbia, quattro o cinque chilometri, non rimase più nulla, a parte il calore sempre più soffocante e il pulsare dell’aria torrida.
«Ora… il massimo silenzio» bisbigliò il Fremen.
Una lunga fila di figure indistinte emerse da una spaccatura della roccia e faticosamente s’inoltrò nel sink. Ad Hawat parvero dei Fremen, ma curiosamente impacciati. Contò sei uomini che si muovevano con passo incerto tra le dune.
Il battito delle ali di un ornitottero si udì più in alto, a destra, dietro il gruppo di Hawat. Il velivolo spuntò dalla parete di roccia sulle loro teste: un ornitottero degli Atreides con i colori da battaglia degli Harkonnen dipinti frettolosamente. L’ornitottero calò in picchiata verso gli uomini che stavano attraversando il bacino.
Il gruppo si arrestò in cima a una duna, agitando le mani.
L’ornitottero descrisse una curva e tornò indietro, per toccar terra davanti ai Fremen in una nuvola di polvere. Cinque uomini si precipitarono fuori dall’apparecchio, e Hawat vide il luccichio degli scudi che respingevano la sabbia. I loro movimenti rivelavano!a spietata efficienza dei Sardaukar.
«Ah! Usano quei loro stupidi scudi» bisbigliò il Fremen al fianco di Hawat. Lanciò un’occhiata alla spaccatura nella roccia, sul lato sud del sink.
«Sono Sardaukar» mormorò Hawat.
«Bene.»
I Sardaukar si avvicinavano adesso, in semicerchio, al piccolo gruppo dei Fremen in attesa. Il sole scintillò sulle lame che impugnavano. I Fremen non si mossero, quasi indifferenti.
All’improvviso le sabbie intorno ai due gruppi vomitarono Fremen. In un attimo furono intorno all’ornitottero e poi dentro. Dove i due gruppi si erano incontrati, in cima alla duna, una nuvola di polvere oscurava la violenta battaglia.
Qualche istante dopo la polvere si depositò. Soltanto i Fremen erano ancora in piedi.
«C’erano soltanto tre uomini nell’ornitottero» disse il Fremen, al fianco di Hawat. «Abbiamo avuto fortuna. L’abbiamo catturato senza danneggiarlo.»
«Sardaukar! Erano dei Sardaukar!» bisbigliò uno degli uomini di Hawat.
«Avete visto come combattevano bene?» chiese il Fremen.
Hawat respirò profondamente. Sentì la polvere riarsa, intorno a lui, il calore intenso, l’arsura. Con voce rauca, perfettamente intonata all’ambiente, disse: «Sì, combattevano bene».
L’ornitottero catturato si alzò in volo con un improvviso pulsare, s’impennò verso l’alto e virò a sud fulmineo, ripiegando le ali.
Così, questi Fremen sono anche capaci di guidare un ornitottero, pensò Hawat.
Su una duna lontana un Fremen agitò un quadrato di stoffa verde: una… due volte.
«Ne arrivano ancora!» gridò il Fremen al fianco di Hawat. «Tenetevi pronti. Speravo di poterci allontanare senza essere ancora disturbati.»
Disturbati! pensò Hawat.
Altri due ornitotteri spuntarono da ovest, ad altissima quota, precipitandosi giù in picchiata verso il bacino, dal quale era improvvisamente scomparsa ogni traccia di Fremen. Solo otto macchie azzurre (i corpi dei Sardaukar nelle uniformi degli Harkonnen) contrassegnavano il campo di battaglia.
Un altro ornitottero sorvolò la roccia, sopra la testa di Hawat. Gli si mozzò il fiato quando lo vide: un grosso trasporto truppe. Volava lentamente ad ali spiegate, rivelando la pesantezza del carico… come un uccello gigantesco che ritornasse al nido.
In distanza il dito purpureo di un laser guizzò da uno degli ornitotteri in picchiata. Scivolò sulla sabbia alzando ciuffi di polvere oscura.
«Vigliacchi!» ringhiò il Fremen accanto ad Hawat.
Il pesante trasporto si adagiò sulla sabbia a poca distanza dai corpi vestiti di azzurro. Le sue ali si spalancarono del tutto, per una rapida frenata.
Il sole lampeggiò a sud, riflettendosi su una superficie metallica. Hawat vide un ornitottero tuffarsi in picchiata con tutta la forza dei suoi motori, le ali ripiegate sui fianchi. I jet fiammeggiarono dorati contro il grigio argento del cielo. Schizzò come una freccia contro il trasporto truppe, il cui scudo era inattivo a causa dei laser in funzione tutto intorno.
Una fiammata accecante e un’esplosione che scosse tutto il bacino. Blocchi di roccia si staccarono dalle pareti, un geyser verde arancio sprizzò verso il cielo dal punto dov’erano atterrati il trasporto e gli altri ornitotteri. Tutto bruciò nel gigantesco rogo.
Il Fremen che era a bordo, quello volato via con l’ornitottero catturato, pensò Hawat, si è deliberatamente sacrificato per distruggere il trasporto… Grande Madre! Che cosa sono questi Fremen?
«Un ragionevole scambio» esclamò il Fremen al fianco di Hawat. «Dovevano esserci almeno trecento uomini in quel trasporto. Ora dobbiamo occuparci della loro acqua e fare dei piani per impadronirci di un altro velivolo.» Si mosse per uscire dal nascondiglio tra le rocce.
Una pioggia di uniformi azzurre piombò su di loro dalle rocce sovrastanti; uomini che cadevano davanti a loro con la lentezza dei sospensori tenuti al minimo. Bastò un attimo ad Hawat per accorgersi che erano Sardaukar, i volti spietati illuminati dalla frenesia della lotta. Non avevano scudi e ognuno di loro impugnava un coltello con una mano e uno storditore con l’altra.
Uno di essi lanciò un coltello che si conficcò nella gola del Fremen accanto ad Hawat, scagliandolo all’indietro, il viso contorto da un’orribile smorfia. Hawat fece appena in tempo a estrarre il coltello e poi perse i sensi abbattuto dal proiettile di uno storditore.
Muad’Dib poteva veramente vedere il futuro, ma il suo potere aveva dei limiti. Pensate alla vista: voi avete gli occhi, ma non potete vedere senza luce. Se vi trovate sul fondo di una valle, non potete vedere oltre i monti. Nello stesso modo Muad’Dib non poteva guardare sempre nel misterioso territorio dell’avvenire. Egli ci dice che una singola, oscura decisione profetica, forse la scelta di una parola invece di un’altra, potrebbe cambiare l’intero futuro. Ci dice anche: «La visione del tempo è immensa, ma, quando l’attraversate, il tempo diventa una porta mollo stretta». Egli sempre fuggiva la tentazione di scegliere una via chiara e sicura, e ammoniva: «Questo sentiero conduce ineluttabilmente alla stagnazione».
Nell’istante in cui gli ornitotteri comparvero nel cielo notturno sulle loro teste, Paul afferrò Jessica per un braccio e le intimò: «Non muoverti!»