Poi, al chiaro di luna, seguì con lo sguardo il primo dei velivoli, dal modo in cui le sue ali si aprivano per frenare per l’atterraggio, riconobbe il temerario che era alla guida.
«È Idaho» bisbigliò.
Gli ornitotteri si adagiarono nel bacino come uno stormo di uccelli ritornati al nido. Idaho balzò fuori dal suo apparecchio e si precipitò verso di loro ancora prima che la sabbia si adagiasse al suolo. Due figure vestite come i Fremen lo seguirono. Paul ne riconobbe una, la più alta: la barba inconfondibile di Kynes.
«Di qua!» gridò Kynes, e deviò verso destra.
Dietro di lui altri Fremen lanciavano teloni sugli ornitotteri. Gli apparecchi divennero una fila di basse dune.
Idaho si arrestò davanti a Paul e salutò: «Signore, i Fremen hanno un rifugio, qui vicino, e noi…»
«E quello che accade lassù?»
Paul indicò il turbinio confuso sulle rocce lontane: le fiamme dei jet, i raggi purpurei dei laser che s’intrecciavano sul deserto.
Raramente Paul aveva visto un simile sorriso sul volto largo e placido di Idaho: «Signore… Ho preparato loro una piccola sor…»
Un lampo abbagliante riempì il deserto, più intenso del sole, proiettando le loro ombre sulla roccia. Fulmineamente Idaho afferrò il braccio di Paul e la spalla di Jessica, e si precipitò con loro nel bacino sottostante. Il boato dell’esplosione li schiacciò sulla sabbia. L’onda d’urto sbriciolò il bordo della sporgenza rocciosa che avevano abbandonato un istante prima.
Idaho si raddrizzò, scrollandosi la sabbia di dosso.
«Non le atomiche di famiglia!» gridò Jessica. «Io credevo…»
«Hai sistemato uno scudo, laggiù» disse Paul.
«Uno dei più grandi, acceso a pieno regime» spiegò Idaho. «Il raggio di un laser lo ha toccato, e…» Scrollò le spalle.
«Fusione subatomica» disse Jessica. «È un’arma pericolosa.»
«Non un’arma, mia Signora, una difesa. Quelle canaglie ci penseranno due volte, adesso, prima di usare di nuovo un laser.»
Gli altri Fremen li circondarono. «Dobbiamo metterci al sicuro, amici» mormorò uno di essi.
Paul si alzò e Idaho aiutò Jessica.
«Quell’esplosione attirerà molta attenzione, mio Signore» disse Idaho.
Mio Signore, pensò Paul.
Le parole avevano un suono così strano, indirizzate a lui. Mio Signore era sempre stato suo padre.
Per un attimo il suo potere lo sfiorò e si vide in preda a questa selvaggia coscienza collettiva che trascinava l’universo degli uomini verso il caos. La visione lo sconvolse e lasciò che Idaho lo conducesse lungo l’orlo del bacino, fino a una protuberanza rocciosa. Lì i Fremen si aprivano un cammino nella sabbia con un compressore statico.
«Posso portare il vostro zaino, mio Signore?» chiese Idaho.
«Non è pesante, Duncan.»
«Voi non avete scudo» disse Idaho. «Volete il mio?» Guardò le rocce lontane: «È improbabile che usino ancora i laser».
«Tieni il tuo scudo, Duncan. Il tuo braccio è uno scudo sufficiente per me.»
Jessica vide gli effetti della lode, il modo in cui Idaho si fece più vicino a Paul, e pensò: Mio figlio sa come trattare i suoi!
I Fremen tolsero un blocco di roccia che nascondeva un passaggio, giù verso l’antichissimo basamento della montagna. La roccia era stata tagliata su misura per mimetizzare l’apertura.
«Da questa parte» disse uno di loro, e li condusse giù per una scala intagliata nella roccia, verso le tenebre.
Dietro di loro il macigno fu ricollocato al suo posto, cancellando il chiaro di luna. Un debole bagliore verde comparve davanti a loro, rivelando gradini e pareti rocciose che si curvavano verso sinistra. Fremen che indossavano tute distillanti li circondarono da ogni parte, spingendoli in avanti. Girato l’angolo, s’infilarono in un altro passaggio che s’ingolfava ancora verso il basso e uscirono infine in una cavità sotterranea dalle pareti grossolanamente sbozzate.
Kynes era in piedi davanti a loro. Il cappuccio gli ricadeva sulle spalle e il collo della tuta distillante luccicava alla luce verde. I lunghi capelli e la barba erano arruffati. Gli occhi azzurri sull’azzurro erano due pozzi d’ombra sotto le folte ciglia.
In quell’istante Kynes pensò: Perché mai sto aiutando questa gente? È la cosa più pericolosa che io abbia mai fatto. Potrebbe significare la mia fine, insieme con la loro.
Poi alzò gli occhi su Paul, schiettamente, e vide che il ragazzo aveva assunto il suo fardello di adulto, nascondendo il suo dolore e ogni altra cosa, fuorché il ruolo che ora assumeva: era il Duca. E Kynes capì in quel momento che il Ducato esisteva ancora, grazie a questo ragazzo. E non era da prendersi alla leggera.
Jessica si guardò intorno ancora una volta, registrando l’ambiente con tutti i suoi sensi, nel modo Bene Gesserit. Un laboratorio, un luogo pieno d’angoli e di spigoli all’antica maniera.
«Questa è dunque una delle Stazioni Ecologiche Sperimentali dell’Impero, che mio padre voleva come basi avanzate» disse Paul.
Che suo padre voleva! pensò Kynes.
E ancora una volta si chiese: Sono forse pazzo ad aiutare questi fuggitivi? Perché mai lo faccio? Sarebbe così facile catturarli, ora, e pagarmi con essi la fiducia degli Harkonnen.
Paul, come sua madre, ispezionò la stanza con lo sguardo, registrandola: vide il banco da lavoro lungo una parete, i muri rozzamente squadrati. Vi erano strumenti allineati sul banco: quadranti luminosi, separatori elettrostatici tubolari dai quali uscivano steli di vetro scanalato. Percepì un forte odore di ozono.
Alcuni Fremen si muovevano intorno a un angolo dissimulato della stanza: ne uscivano diversi rumori, il sordo pulsare di una macchina, cigolio di cinghie e di ruote.
Sulla parete di fondo Paul vide alcune piccole gabbie che contenevano animali.
«Avete perfettamente identificato questo luogo» disse Kynes. «Per quale scopo lo utilizzereste, Paul Atreides?»
«Per rendere questo pianeta abitabile dagli uomini.»
Forse è per questo che li aiuto, pensò Kynes.
Improvvisamente il pulsare della macchina divenne un fievole ronzio e si arrestò. Nel silenzio che ne seguì, un animale strillò, in una delle gabbie, ma subito s’interruppe, come imbarazzato.
Paul rivolse nuovamente la sua attenzione alle gabbie: gli animali erano pipistrelli dalle ali brune. Un alimentatore automatico si prolungava accanto alle gabbie lungo tutta la parete.
Un Fremen uscì dall’angolo nascosto e disse a Kynes: «Liet, il generatore di campo non funziona. Non posso più nascondere la nostra presenza ai rivelatori di prossimità».
«Puoi ripararlo?» chiese Kynes.
«Non subito. I pezzi di ricambio…» Il Fremen alzò le spalle.
«Sì» disse Kynes. «E allora ce la caveremo senza macchine. Collega alla superficie una pompa a mano per l’aria.»
«Subito.» L’uomo si allontanò in fretta.
Kynes si rivolse di nuovo a Pauclass="underline" «Mi piace la vostra risposta» dichiarò.
Jessica notò il timbro sonoro e morbido della sua voce. Una voce regale, abituata a comandare. E l’uomo l’aveva chiamato Liet. Liet era l’alter ego Fremen, l’altra faccia del tranquillo planetologo.
«Vi siamo molto grati per il vostro aiuto, dottor Kynes» gli disse.
«Mmmm… vedremo» rispose Kynes. Accennò a uno degli uomini: «Caffè di spezia nel mio alloggio, Shamir».
«Subito, Liet» disse l’uomo.
Kynes indicò un’apertura ad arco su una parete laterale della stanza: «Qui, per favore».
Jessica annuì regalmente, prima di seguirlo. Vide Paul fare un gesto a Idaho, invitandolo a montare la guardia.