In questo momento darebbe la vita per Paul, pensò Jessica. Come fanno gli Atreides a compiere cose simili così presto e così facilmente?
«So che voi siete sincero» disse Kynes. «Tuttavia, gli Harkonnen…»
La porta dietro a Paul si aprì con fracasso. Si voltò di scatto e vide un’esplosione di violenza, udì le urla, il cozzare dell’acciaio sull’acciaio, facce di cera che digrignavano nel passaggio.
Con sua madre al fianco, Paul balzò verso la porta. Idaho bloccava il passaggio; i suoi occhi simili a due pozze di sangue brillavano attraverso il confuso alone dello scudo. Numerose mani tentavano di afferrarlo, un turbinio di lame si accaniva inutilmente contro lo scudo. La scarica di uno storditore fu respinta. La spada di Idaho penetrava dovunque in quella massa, guizzando su e giù, grondante sangue.
Poi Kynes fu al fianco di Paul ed entrambi spinsero la porta con tutto il loro peso. Paul vide ancora per un attimo Idaho in piedi, davanti a un’orda di uniformi azzurre degli Harkonnen: barcollava. I suoi scatti erano ancora controllati, ma i suoi capelli neri, riccioluti, erano intrisi di un mortale fiore scarlatto. Poi la porta si chiuse, e Kynes la sbarrò.
«Sembra che io abbia fatto la mia scelta» dichiarò.
«Qualcuno ha scoperto i vostri macchinari prima che fossero spenti» disse Paul. Allontanò sua madre dalla porta, e lesse la disperazione nei suoi occhi.
«Avrei dovuto sospettarlo, quando il caffè non è arrivato» disse Kynes.
«C’è un’altra uscita. Possiamo usarla?»
Kynes respirò profondamente: «Questa porta dovrebbe resistere almeno venti minuti, a meno che non usino i laser».
«Non useranno i laser. Noi potremmo avere degli scudi.»
«Erano Sardaukar nelle uniformi degli Harkonnen» bisbigliò Jessica.
Ora potevano sentire che picchiavano contro la porta, in cadenza.
Kynes indicò i classificatori metallici sulla parete di destra, e disse: «Da questa parte».
Si avvicinò al primo classificatore, aprì un cassetto e azionò una leva all’interno.
L’intera parete si aprì, mostrando la nera imboccatura di un tunnel. «Anche questa porta è di plastacciaio» spiegò Kynes.
«Vi siete ben preparato» commentò Jessica.
«Siamo vissuti sotto gli Harkonnen per ottant’anni» replicò Kynes, e li sospinse verso il buio. Poi chiuse la porta alle loro spalle. Davanti a loro, sul pavimento, Jessica vide subito una freccia luminosa.
La voce di Kynes si fece udire dietro di loro: «Ci separiamo qui. Questa porta è molto più resistente. Ci vorrà almeno un’ora per abbatterla. Seguite le frecce come questa, sul pavimento. Esse si spegneranno dopo il vostro passaggio. Conducono attraverso un labirinto verso un’altra uscita, dove ho nascosto un ornitottero. C’è una tempesta sul deserto, questa notte. La vostra unica speranza è quella di arrivare in tempo per la tempesta: balzate in cima ad essa e cavalcatela. Così ha fatto il mio popolo per rubare gli ornitotteri. Se resterete in alto, sopra la tempesta, vi salverete».
«E voi?» chiese Paul.
«Io cercherò di fuggire da un’altra parte. Se vengo catturato… ebbene, io sono pur sempre il Planetologo Imperiale. Posso dire che ero vostro prigioniero.»
Fuggire come dei codardi, pensò Paul. Ma come potrei sopravvivere altrimenti, per vendicare mio padre? Nell’oscurità, si voltò verso la porta.
Jessica lo sentì muoversi. «Duncan è morto, Paul» gli disse. «Non hai visto la ferita? Non puoi fare più nulla, per lui.»
«Un giorno, gliela farò pagare per tutto questo.»
«No, a meno che non vi muoviate subito e in fretta» intervenne Kynes. Paul sentì la mano dell’uomo sulla sua spalla. «Manderò i Fremen a cercarvi. Il percorso della tempesta è noto. Affrettatevi ora, e che la Grande Madre vi dia velocità e fortuna.»
Sentirono che si allontanava a tentoni, nel buio.
Jessica trovò la mano di Paul e lo attirò a sé, dolcemente: «Non dobbiamo separarci».
«No.»
Lasciò che lei superasse la prima freccia e vide che questa si spegneva mentre la toccavano. Un’altra freccia indicò la via davanti a loro.
La superarono e la freccia si estinse, mentre una terza si accese.
Ora stavano correndo.
Piani nei piani nei piani, pensò Jessica. Siamo forse parte del piano di qualcun altro?
Le frecce li guidarono di curva in curva, sfiorando ingressi laterali appena intravisti nella debole luminescenza. La galleria continuò a sprofondare, finché a un certo punto cominciò a risalire. Alla fine raggiunsero dei gradini. Un’ultima svolta e si trovarono davanti a una parete luminescente con una maniglia nera, ben visibile, al centro.
Paul premette la maniglia.
La parete si allontanò da loro. Una luce si accese rivelando ai loro occhi una caverna intagliata nella roccia e un ornitottero accovacciato al centro. Una parete grigia e piatta era al di là del velivolo, col segno appena visibile di una porta.
«Dov’è Kynes?» chiese Jessica.
«Ha fatto quello che ogni buon capo di guerriglieri farebbe» disse Paul. «Ci ha diviso in due gruppi, e ha fatto in modo che gli fosse impossibile rivelare dove siamo, se fosse catturato. Infatti, egli non lo sa.»
Paul la fece entrare nella caverna e osservò che i loro passi sollevavano fitte nubi di polvere.
«Nessuno è stato qui da molto tempo» disse.
«Sembrava assai fiducioso che i Fremen potranno trovarci» replicò Jessica.
«Condivido la sua fiducia.»
Paul le lasciò la sua mano e si avvicinò allo sportello sinistro dell’ornitottero; lo aprì e infilò dentro lo zaino Fremen, al sicuro, sul sedile posteriore. «Questo ornitottero non rivelerà la sua presenza» disse Paul. «Ha una mascheratura completa. Il quadro di comando controlla a distanza le porte e le luci. Ottant’anni sotto gli Harkonnen hanno insegnato qualcosa.»
Jessica si appoggiò sull’altro lato del velivolo per riprender fiato.
«Gli Harkonnen non sono stupidi» replicò. «Essi avranno disposto una forza aerea su tutta la zona.» Consultò il suo senso dell’orientamento e puntò la mano verso destra: «La tempesta è in quella direzione».
Paul annuì, lottando contro un’improvvisa ripugnanza a muoversi. Ne conosceva la causa, ma questa conoscenza non gli era di alcuna utilità. Quella notte, a un certo momento, aveva superato un nesso decisivo, puntando verso il grande ignoto. Conosceva ormai la regione temporale che lo circondava, ma il qui e l’adesso restavano un mistero. Era come se avesse visto se stesso, da lontano, scomparire in una valle. Fra gli innumerevoli sentieri che uscivano dalla valle, alcuni avrebbero riportato alla sua vista un Paul Atreides, altri no.
«Più aspettiamo, più si saranno organizzati» disse Jessica.
«Entra e allacciati la cintura.»
Paul la raggiunse nell’ornitottero, lottando ancora col pensiero che questa era una regione oscura, una regione che non aveva mai visto nelle sue precognizioni. E all’improvviso capì che si era sempre più affidato ai suoi poteri di preveggenza, e che ora veniva colto impreparato in un momento decisivo.
«Se ti affidi soltanto al tuo sguardo, gli altri tuoi sensi s’indeboliranno» questo era un assioma Bene Gesserit. Ora lo fece suo, giurando a se stesso di non cadere mai più in quella trappola… se fosse sopravvissuto.
Paul si allacciò le cinghie, si assicurò che sua madre fosse a posto, controllò il velivolo. Le ali erano completamente dispiegate, in posizione di riposo. Azionò le leve e vide le ali che si ripiegavano per la spinta iniziale dei jet, nel modo in cui Gurney Halleck gli aveva insegnato. Il contatto per l’accensione si muoveva senza difficoltà. I quadranti s’illuminarono mentre i serbatoi dei jet si caricavano.