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«Pronta?» chiese.

«Sì.»

Toccò il comando a distanza per le luci.

Le tenebre li avvolsero.

La sua mano era un’ombra contro i quadranti luminosi, mentre premeva il pulsante del controllo a distanza della porta. Si udì un rumore stridente davanti a loro. Una cascata di sabbia precipitò all’interno con un tonfo, poi di nuovo il silenzio. Una brezza polverosa sfiorò le guance di Paul. Sbatté lo sportello dalla sua parte. Subito si ristabilì la pressione interna.

Un ampio poligono di cielo stellato, offuscato dalla polvere, era comparso dove prima si trovava la parete. Una sporgenza rocciosa si stagliava più avanti, contro le stelle ammiccanti tra turbini di sabbia.

Paul premette il pulsante luminoso per la sequenza automatica del decollo. Le ali cominciarono a battere, proiettando l’ornitottero fuori del nido. L’energia scaturì rombando dai jet, mentre le ali si bloccavano nella posizione di ascesa.

Le mani di Jessica scivolarono leggere sul duplicato dei comandi, imitando i gesti decisi di suo figlio. Era spaventata, e tuttavia esilarata: Ora, pensò, l’addestramento di Paul è la nostra unica speranza, con la sua giovinezza e la sua vitalità.

Paul diede ancora energia alle capsule dei jet. L’ornitottero s’inclinò rapidamente su un lato, schiacciandoli sui loro sedili, mentre una parete oscura si stagliava contro le stelle davanti a loro. Paul impresse al velivolo ancora più potenza, dispiegando le ali. Un altro battito e balzarono più in altro delle rocce, il cui profilo dentato color del ghiaccio sporgeva dal suolo con le angolazioni più bizzarre. La seconda luna, arrossata dalla polvere, spuntò all’orizzonte alla loro destra, illuminando la scia della tempesta.

Le mani di Paul danzarono sopra i comandi. Le ali rientrarono fino a trasformarsi nei moncherini di uno scarabeo. L’accelerazione schiacciò ancora il loro corpo, mentre il velivolo s’inclinava in un’altra curva.

«Fiamme di jet alle nostre spalle!» esclamò Jessica.

«Le ho viste.»

Abbassò del tutto la leva dell’energia.

L’ornitottero balzò in avanti come un animale spaventato, innalzandosi verso sudovest, in direzione della tempesta e della grande curva del deserto. Non molto lontano, Paul scorse delle ombre spezzate che indicavano dove finiva la linea delle rocce, sprofondando sotto la sabbia. Più oltre, sotto la luna, un’immensa distesa di ombre ad artiglio: le dune.

Sopra l’orizzonte imperversava la tempesta, come una muraglia bruna contro le stelle.

L’ornitottero sobbalzò violentemente.

«Proiettili esplosivi!» esclamò Jessica. «Ci bombardano con un cannone!»

Un sogghigno selvaggio si disegnò sul volto di Pauclass="underline" «Non osano più bersagliarci coi laser!»

«Ma noi non abbiamo scudi!»

«E loro come fanno a saperlo?»

L’ornitottero sobbalzò una seconda volta.

Paul lanciò un’occhiata dietro la spalla: «Solo uno degli apparecchi sembra abbastanza veloce per inseguirci».

Rivolse nuovamente l’attenzione ai comandi, mentre la tempesta s’innalzava sempre più sopra di loro, dall’apparenza sempre più solida e invalicabile.

«Armi da fuoco, missili, tutto l’antico armamentario: ecco che cosa daremo ai Fremen» mormorò Paul.

«La tempesta» disse Jessica. «Non sarebbe meglio tornare indietro?»

«E l’ornitottero alle nostre spalle?»

«Sta virando.»

Paul ritirò bruscamente le ali e virò strettamente verso il ribollire lento e ingannatore della tempesta. Paul sentì le sue guance infossarsi per la violenta accelerazione.

Gli parve di sprofondare in una nuvola di polvere che si faceva via via più densa. Il deserto e la luna scomparvero. L’ornitottero fu soltanto un lungo bisbigliare che volava, orizzontale, nelle tenebre, illuminato unicamente dal riflesso verde dei comandi.

Tutti gli avvertimenti che aveva udito a proposito di queste tempeste passarono in un lampo nella mente di Jessica: esse tagliavano il metallo come burro, corrodevano la carne fino alle ossa, e dissolvevano anche queste. Densi vortici di polvere schiaffeggiavano il velivolo, facendolo roteare mentre Paul lottava ai comandi. Tolse l’energia all’ornitottero e questo s’impennò. Il metallo intorno a loro crepitò e gemette.

«Sabbia!» urlò Jessica.

Vide il cenno negativo di Paul alla debole luce dei quadranti: «Non c’è sabbia a quest’altezza!»

Ma Jessica sentì che s’immergevano sempre più profondamente nel turbinìo.

Paul proiettò all’esterno le ali al massimo: scricchiolarono per lo sforzo. Tenne gli occhi fissi sugli strumenti, pilotando il velivolo istintivamente, lottando per non perdere quota.

Lo stridio intorno a loro diminuì.

L’ornitottero deviò a sinistra e Paul si concentrò sul punto luminoso dell’altimetro, manovrando disperatamente per raddrizzarlo e riportarlo sulla linea di volo. Jessica ebbe l’orribile impressione che il velivolo si fosse fermato e che tutti i movimenti avvenissero all’esterno. Solo la polvere rossiccia che spazzava i finestrini, il rimbombo continuo e il lacerante crepitio le ricordarono le forze che si scatenavano intorno a loro.

Il vento raggiunge senz’altro la velocità di settecento chilometri all’ora, pensò, e percepì il morso dell’adrenalina. Non devo aver paura, si disse, e intonò la litania Bene Gesserit: La paura uccide la mente.

Lentamente i suoi lunghi anni di addestramento fecero sentire il loro effetto e la calma ritornò in lei.

«Stiamo cavalcando la tigre» mormorò Paul. «Non possiamo discendere, non possiamo atterrare… e non credo che riuscirei a schizzar fuori dall’alto. Dobbiamo galoppare con la tempesta fino in fondo.»

La calma l’abbandonò di nuovo. Jessica sentì i denti battere e li strinse con forza. Poi udì la voce di Paul, bassa e controllata, che recitava la litania:

«Non devo aver paura. La paura uccide la mente. La paura è la piccola morte che porta con sé l’annullamento totale. Guarderò in faccia la mia paura. Permetterò che mi calpesti e mi attraversi. E quando sarà passata, aprirò il mio occhio interiore e ne scruterò il percorso. Là dove andrà la paura non ci sarà più nulla. Soltanto io ci sarò».

Che cosa disprezzi? È da questo che ti si conosce veramente.

dal «Manuale di Muad’Dib», della Principessa Irulan

«Sono morti, Barone» dichiarò Iakin Nefud, il nuovo capitano delle guardie. «Sono certamente morti, il ragazzo e la donna.»

Il Barone Vladimir Harkonnen sollevò dal letto il proprio corpo avvolto nei sospensori, nel suo appartamento privato. Tutto intorno a lui, al di là dell’appartamento, si stendeva come un uovo dai molti gusci il trasporto spaziale che lo aveva portato su Arrakis. Qui, tuttavia, nel suo appartamento, il nudo metallo della nave era ricoperto di tappezzerie, imbottiture e oggetti rari e raffinati.

«È una certezza» ripeté il capitano delle guardie. «Sono morti.»

Il Barone spostò il suo corpo avvolto nei sospensori e concentrò l’attenzione su una statua di legno mimetico, in una nicchia, che raffigurava un ragazzo colto nell’atto di saltare. Si svegliò completamente. Raddrizzò i sospensori sotto le grasse pieghe del collo, e, al di là dell’unico globo luminoso della stanza, occhieggiò sulla soglia il capitano Nefud, in piedi, immobilizzato dal pentascudo.

«Sono morti, Barone» insistette l’uomo.

Il Barone colse nello sguardo vago dell’uomo i sintomi della semuta. Era fin troppo chiaro che Nefud era sprofondato nella droga, quando aveva ricevuto il rapporto e aveva assorbito l’antidoto prima di precipitarsi verso la sua camera.