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«Mio Signore?»

«Profitto.»

«Profitto?»

«Hai nessuna idea, Rabban, di quanto abbiamo speso per scatenare una simile armata contro gli Atreides? E non sai quanto esige la Gilda per il trasporto di un esercito?»

«Costoso, non è vero?»

«Costosissimo!»

Il Barone puntò il dito grassoccio contro Rabban: «Se spremerai da Arrakis ogni centesimo per i prossimi sessant’anni, questo servirà appena a ripagarci!»

Rabban aprì la bocca, e la richiuse senza dir parola.

«Costosissimo…» sogghignò il Barone. «Quel dannato monopolio spaziale della Gilda ci avrebbe rovinato, se non avessi previsto questa spesa molto tempo fa. Devi sapere, Rabban, che noi ne abbiamo sostenuto tutto il peso. Abbiamo perfino pagato il trasporto dei Sardaukar.»

E il Barone si chiese (non era la prima volta) se mai sarebbe giunto il giorno in cui avrebbe potuto aggirare la Gilda. Erano perfidi: ti toglievano il sangue quel tanto che bastava per impedire che tu facessi obiezioni, fino al giorno in cui ti avevano in pugno e ti costringevano a pagare, a pagare, a pagare.

E come sempre, i costi più esorbitanti toccavano alle spedizioni militari. «La tariffa del rischio» spiegavano gli untuosi agenti della Gilda. E per un solo uomo che riuscivi a infilare dentro alla Banca della Gilda, loro te ne piazzavano due nella tua organizzazione.

Intollerabile!

«Profitto, allora» ripeté Rabban.

Il Barone abbassò il dito e strinse il pugno. «Devi spremere!»

«E potrò fare tutto quello che voglio, finché continuerò a spremere?»

«Tutto quello che vuoi.»

«I cannoni che hai portato» fece Rabban. «Potrei…»

«Li porterò via» disse il Barone.

«Ma…»

«Non hai bisogno di quei giocattoli. Erano un’innovazione tutta speciale, ma ora sono inutili. Ci serve il metallo. Non possono essere usati contro uno scudo, Rabban. È stata un’arma a sorpresa. Era prevedibile che gli uomini del Duca si sarebbero ritirati nelle caverne, fra i dirupi di questo abominevole pianeta. I nostri cannoni sono serviti soltanto a sigillarli dentro.»

«I Fremen non usano scudi.»

«Potrai tenere qualche laser, se lo desideri.»

«Sì, mio Signore. E avrò mano libera?»

«Finché continuerai a spremere.»

Il sorriso di Rabban era carico di cupidigia. «Capisco perfettamente, mio Signore.»

«Non capisci niente perfettamente» grugnì il Barone. «Sia ben chiaro: quello che tu devi capire, è come eseguire i miei ordini. Ti sei mai reso conto, Nipote, che ci sono più di cinque milioni di persone su questo pianeta?»

«Il mio Signore si è forse dimenticato che io ero il suo reggente siridar, qui? E se il mio Signore mi perdona… la tua valutazione potrebbe essere inferiore alla realtà. È difficile contare una popolazione sparsa tra i sink e le depressioni. E se si tien conto dei Fremen che…»

«Non vale la pena tener conto dei Fremen!»

«Scusami, mio Signore, ma i Sardaukar la pensano altrimenti.»

Il Barone esitò, fissando suo nipote. «Sai qualcosa?»

«Il mio Signore si era ritirato, quando sono arrivato la notte scorsa. Io… mi son preso la libertà di prendere contatto con alcuni dei miei luogotenenti di… ah, prima. Hanno fatto da guida ai Sardaukar. E mi hanno riferito che una banda di Fremen ha teso un’imboscata a un gruppo di Sardaukar, in qualche punto a sudest di qui, e l’ha massacrato.»

«Massacrato un gruppo di Sardaukar?»

«Sì, mio Signore.»

«Impossibile!»

Rabban scrollò le spalle.

«Fremen che massacrano dei Sardaukar…» lo canzonò il Barone.

«Ripeto soltanto quello che mi hanno detto» ribatté Rabban. «In più, questi Fremen avevano già messo le mani su quel temibile uomo del Duca, Thufir Hawat.»

«Ah…» fece il Barone, con un sorriso.

«Io credo a quel rapporto» insistette Rabban. «Tu non hai la minima idea di quale problema fossero i Fremen.»

«Forse. Ma quelli visti dai tuoi luogotenenti non erano Fremen: erano uomini degli Atreides addestrati da Hawat e travestiti da Fremen. È l’unica spiegazione possibile.»

Rabban scrollò le spalle una seconda volta: «Ebbene, i Sardaukar sono convinti che fossero Fremen, e hanno già scatenato un pogrom per eliminarli tutti!»

«Benissimo.»

«Ma…»

«Servirà a tenere occupati i Sardaukar. E noi avremo subito Hawat. Lo so! Lo sento! Ah, questa sì che è stata una giornata! I Sardaukar là fuori che danno la caccia a qualche banda di straccioni, mentre noi c’impadroniamo del vero bottino!»

«Mio Signore…» Rabban esitò. «Ho sempre avuto l’impressione che noi sottovalutiamo i Fremen, sia in numero che in…»

«Ignorali, ragazzo! Sono feccia. Le metropoli, le città e i villaggi, ecco quello che c’interessa! C’è moltissima gente, lì, non è vero?»

«Sì, mio Signore.»

«Mi preoccupano, Rabban.»

«Ti preoccupano?»

«Oh… il novanta per cento non mi preoccupa. Ma c’è sempre qualcuno, le Case Minori… gente ambiziosa che potrebbe tentare qualcosa di rischioso. Se qualcuno di loro dovesse lasciare Arrakis con qualche storia spiacevole di quanto è accaduto qui, sarei molto dispiaciuto… Non t’immagini quanto, Rabban?»

Rabban deglutì.

«Prendi misure immediate. Un ostaggio per ciascuna delle Case Minori» disse il Barone. «Fuori di Arrakis, tutti devono credere che questa sia stata soltanto una lotta tra due Case. I Sardaukar non c’entrano, capisci? Il Duca si è visto offrire la grazia e l’esilio, come di consueto, ma è morto in uno sfortunato incidente prima che potesse accettare. Stava per accettare, tuttavia. Questa sarà la storia. E qualunque voce che qui c’erano dei Sardaukar dev’essere fonte di riso.»

«Come l’Imperatore desidera» fece Rabban.

«Come l’Imperatore desidera.»

«E i contrabbandieri?»

«Nessuno crede ai contrabbandieri, Rabban. Sono tollerati, ma non creduti. In ogni caso, un po’ di corruzione… e altre precauzioni alle quali, ne sono convinto, penserai da solo…»

«Sì, mio Signore.»

«Mi aspetto due cose, allora, da Arrakis: profitto e uno spietato pugno di ferro. Non devi mostrare nessuna clemenza, qui. Pensa a questi idioti, a quello che sono veramente: schiavi invidiosi dei loro padroni, che aspettano la prima occasione per ribellarsi. Non devi mostrare la più piccola traccia di pietà o di clemenza.»

«È possibile sterminare un intero pianeta?» chiese Rabban.

«Sterminare?» Il Barone, stupito, si girò di scatto a guardarlo. «Chi ha mai parlato di sterminare?»

«Beh, ho pensato che tu avessi intenzione d’importare un nuovo stock di…»

«Ho detto spremere, non sterminare. Non sprecare la popolazione; limitati a sottometterla totalmente. Tu devi essere un autentico carnivoro, ragazzo mio.» Sorrise, un’espressione da bambino su quel viso pieno di fossette. «Un carnivoro non si arresta. Nessuna clemenza. Non fermarti mai. La clemenza è una chimera. Lo stomaco che gorgoglia affamato, la gola assetata che brama la tua acqua possono sconfiggerla… Tu devi sempre avere fame e sete.» Il Barone accarezzò i suoi rotoli di grasso sotto i sospensori. «Come me.»

«Capisco, mio Signore.»

Rabban lanciava occhiate a destra e a sinistra.

«Allora, è tutto chiaro, Rabban?»

«Sì, tutto. Fuorché una cosa, Zio. Il Planetologo Kynes.»

«Ah, sì. Kynes.»

«È l’uomo dell’Imperatore, mio Signore. Può andare e venire come gli aggrada. Ed è molto vicino ai Fremen… Ne ha sposata una.»

«Kynes sarà morto prima di domani sera.»

«È molto pericoloso, Zio, uccidere un servo dell’Imperatore.»