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«Come credi che io sia arrivato così lontano e in così breve tempo?» chiese il Barone. La sua voce era bassa, piena d’implicazioni innominabili. «Inoltre, Kynes non potrà mai lasciare Arrakis. Ti stai dimenticando che è intossicato dalla spezia.»

«Oh, sì!»

«Gli intossicati si guardano bene dal mettere in pericolo i propri rifornimenti» disse il Barone. «E Kynes, certamente, lo sa.»

«L’avevo dimenticato» fece Rabban.

Si fissarono in silenzio.

Quindi il Barone riprese: «Incidentalmente, una delle tue prime preoccupazioni sarà quella di garantirmene una buona scorta. Ne ho una discreta quantità nei magazzini, ma quell’incursione suicida degli uomini del Duca ha distrutto la maggior pane della spezia destinata alle vendite».

Rabban annuì: «Sì, mio Signore».

Il Barone sorrise. «E allora, domani mattina raccoglierai quanto resta dell’organizzazione di questo pianeta, e dirai loro: ’Il Nostro Sublime Imperatore Padiscià mi ha incaricato di prendere possesso di questo pianeta e di porre fine ad ogni disputa.’»

«Sì, mio Signore.»

«Sono sicuro che hai capito, questa volta. Domani discuteremo ogni cosa dettagliatamente. Ora lasciami, che voglio finire il mio sonnellino.»

Il Barone disattivò il campo della porta e seguì con lo sguardo il nipote che usciva: Un cervello come una spugna, pensò. Una mente muscolosa e un cervello che è una spugna. Saranno ridotti a una poltiglia sanguinante, quando avrà finito con loro. E quando manderò Feyd-Rautha a togliere il fardello dalle loro spalle, lo accoglieranno come il salvatore. L’amatissimo Feyd-Rautha, Feyd-Rautha il Benigno. L’eroe misericordioso che li salverà dalla bestia. Feyd-Rautha, un condottiero da seguire in capo al mondo, fino alla morte, se necessario. Quando il tempo sarà venuto, il ragazzo avrà imparato come opprimere garantendosi l’impunità. È lui che mi serve, sì. Imparerà. E ha un corpo così adorabile… Che adorabile ragazzo!

All’età di 15 anni aveva già imparato il silenzio.

dalla «Storia di Muad’Dib per bambini»,
della Principessa Irulan

Mentre lottava ai comandi dell’ornitottero, Paul si rese conto che stavano sfuggendo all’intricato groviglio della tempesta. La sua percezione, superiore a quella di un Mentat, gli consentiva di calcolare fulmineamente in base agli indizi più sottili le muraglie di polvere, le depressioni, i turbini più complessi, l’improvviso esplodere di nuovi vortici.

La cabina era come una scatola furiosamente sballottata, nella luminosità verde dei quadranti. Fuori, la polvere era un velo continuo, denso, color ocra, ma i suoi sensi interiori cominciarono a vedere attraverso quel velo.

Devo incontrare il vortice giusto, pensò.

Già da tempo aveva sentito che la violenza della tempesta si attenuava, anche se li scuoteva ancora selvaggiamente. Aspettò un’altra raffica.

Il turbine si scatenò all’improvviso, agitando freneticamente l’apparecchio. Paul scacciò ogni paura, e inclinò l’ornitottero a sinistra.

Jessica si accorse della manovra sull’altimetro.

«Paul!» gridò.

Il vortice si rovesciò, scagliandoli da ogni parte, trascinando con sé l’ornitottero come una foglia su un geyser, sbattendoli su e giù: un granello alato in un’immensa nube di polvere urlante illuminata dalla seconda luna.

Paul guardò in basso, e vide le colonne ascendenti di vento caldo sature di polvere che li avevano inghiottiti e poi rivomitati, vide la tempesta morente che si allontanava come un fiume asciutto nel deserto: un nastro, grigio nel riflesso lunare, che diventava sempre più piccolo sotto di loro mentre salivano sempre più in alto.

«Ne siamo usciti» bisbigliò Jessica.

Paul fece scivolare l’ornitottero fuori della polvere, accelerando all’improvviso, mentre scrutava il cielo notturno.

«Siamo sfuggiti al nemico» disse.

Jessica sentì il cuore balzarle in gola. Si sforzò di calmarsi, e guardò ancora la tempesta che scompariva in lontananza. Il suo senso del tempo le diceva che avevano cavalcato in quella furia cieca di forze primordiali per quasi quattro ore, ma a una parte della sua mente sembrava che fosse trascorsa tutta una vita. Le sembrò di rinascere.

È stato come nella litania, pensò. L’abbiamo affrontata senza far resistenza, e la tempesta è passata attraverso a noi, intorno a noi. È scomparsa, ma noi restiamo.

«Non mi piace il rumore che fanno le ali» disse Paul. «La tempesta le ha danneggiate.»

Gli bastò saggiare i comandi; il velivolo sussultava e raschiava. Erano sfuggiti alla tempesta, ma lui non aveva ancora riacquistato la preveggenza. E tuttavia, si erano salvati. Paul tremò sulla soglia di una rivelazione.

Rabbrividì.

Una sensazione ipnotica, terrificante. Perché? si chiese. Perché questa tremante consapevolezza? Parte di essa era senz’altro dovuta ai cibi saturi di spezia di Arrakis. Ma si convinse che un’altra parte era dovuta alla litania, quasi che le parole avessero un proprio potere.

Non avrò paura…

Causa ed effetto: era vivo nonostante le forze maligne, e si avvicinava a una nuova percezione grazie al potere magico della litania.

Le parole della Bibbia Cattolica Orangista gli risuonarono nella memoria: «Non ci manca forse un senso per vedere e udire un altro mondo, dovunque intorno a noi?»

«Siamo circondati dalle rocce» disse Jessica.

Paul si concentrò sulla guida dell’ornitottero. Scosse la testa per schiarirsi le idee e si guardò intorno. Vide sulla destra nere forme rocciose che emergevano dalla sabbia. Sentì il vento accarezzargli le caviglie, un turbinio di polvere. La tempesta aveva perforato in qualche punto la cabina.

«Meglio atterrare sulla sabbia» disse ancora Jessica. «Le ali rischiano di fracassarsi a una frenata brusca.»

Paul accennò con la testa ad alcune rocce davanti a loro, che sporgevano oltre le dune, alla luce della luna. «Toccheremo terra laggiù. Controlla la cintura.»

Lei obbedì, pensando: Abbiamo acqua e tute distillanti. Se troviamo cibo possiamo sopravvivere a lungo nel deserto. I Fremen vivono qui. Quello che fanno i Fremen possiamo farlo anche noi.

«Nell’istante in cui ci fermiamo, corri verso quelle rocce» disse Paul. «Io porterò lo zaino Fremen.»

«Correre verso…» Tacque e annuì. «I vermi.»

«I nostri amici, i vermi» la corresse Paul. «Si mangeranno l’ornitottero. Non resterà nessuna traccia del nostro atterraggio.»

Coni’è diretta la sua logica, pensò Jessica.

Scivolarono verso il deserto, sempre più in basso…

La lunga planata sembrò animare ogni cosa al loro passaggio: le ombre confuse delle dune, le rocce come isole nella sabbia. L’ornitottero toccò la cima di una duna con un fruscio di seta e balzò verso la duna successiva.

Smorza la nostra velocità sulla sabbia, pensò ancora Jessica, e ammirò la sua abilità.

«Aggrappati forte!» esclamò Paul.

Azionò i comandi delle ali, le aprì lentamente, poi le spalancò. Sentì che facevano presa sull’aria, mentre il vento urlava sempre più forte tra le fessure e le nervature.

Improvvisamente, un debole rollio: l’ala sinistra, indebolita dalla tempesta, si torse verso l’alto e piombò all’indietro, cozzando contro il fianco dell’ornitottero. Il velivolo scivolò lungo la cresta di una duna, inclinandosi a sinistra, rotolò sul lato opposto e si conficcò sulla duna successiva, in un turbine di sabbia. Giacquero immobili sul fianco, sul lato dell’ala spezzata, mentre l’ala intatta puntava verso le stelle. Paul sganciò la cintura di sicurezza, scivolò oltre sua madre, verso l’alto, e spinse con violenza il portello. La sabbia si precipitò dentro la cabina, portando con sé un odore asciutto di pietra focaia. Paul afferrò lo zaino dal sedile posteriore e controllò che sua madre si fosse liberata dalla cintura di sicurezza. Jessica uscì, appoggiandosi al rivestimento metallico dell’ornitottero, e Paul la seguì trascinando lo zaino.