«Corri!» gridò.
Le indicò il pendio della duna, oltre il quale spiccava una guglia rocciosa, smangiata dalla furia del vento e della sabbia.
Jessica balzò giù dall’ornitottero e corse via, inciampando e scivolando lungo la duna. Sentì Paul che la seguiva ansimando. Giunsero sulla cresta sabbiosa che proseguiva verso le rocce.
«Segui la cresta» le ordinò Paul. «Arriveremo prima.»
Arrancarono verso le rocce. La sabbia sembrava incollarsi ai piedi e risucchiarli.
Percepirono allora un altro suono: un bisbiglio muto, un sibilo, un raschiare ovattato.
«Un verme!» esclamò Paul.
Aumentò d’intensità.
«Più presto!» ansimò Paul.
Il primo scalino roccioso, come una spiaggia digradante nella sabbia, era a non più di dieci metri davanti a loro, quando alle loro spalle udirono un fracasso spaventoso e il frantumarsi del metallo. Paul si passò lo zaino sul braccio destro, afferrandolo per le cinghie. Gli batteva sul fianco, mentre correva. Afferrò la madre per un braccio: s’inerpicarono sul pendio roccioso, lungo una superficie cosparsa di ciottoli, dentro un canalone scavato dal vento. Il loro respiro, nella gola riarsa, divenne rauco e ansimante.
«Non ce la faccio più» balbettò Jessica.
Paul si fermò, la spinse in una spaccatura rocciosa, si voltò e guardò giù nel deserto. Al largo dell’isola di roccia, avanzava una duna; le increspature che si formavano sulla sabbia erano illuminate dalla luna, onde di sabbia, uno scavo sotterraneo la cui cresta, quasi allo stesso livello degli occhi di Paul, era visibile a un chilometro di distanza. Il corrugamento tra le dune formava una sola curva, un breve arco di circonferenza che intersecava il punto dove avevano lasciato l’ornitottero.
Non c’era più alcuna traccia del velivolo.
Il cumulo formato dal movimento sotterraneo si allontanò verso l’immensa distesa piatta, poi si voltò e ripercorse lo stesso cammino, come se cercasse qualcosa.
«È più grande di una nave della Gilda» bisbigliò Paul. «Mi avevano detto che i vermi erano giganteschi, nell’alto deserto, ma non mi ero reso conto…»
«Neanch’io» mormorò Jessica.
Ancora una volta la cosa si allontanò dalle rocce, descrivendo una grande curva, sempre più lontana, verso l’orizzonte. Restarono in ascolto, finché il rumore del suo passaggio si confuse col lieve fruscio della sabbia, intorno a loro.
Paul sospirò, fissò la scarpata illuminata dalla gelida luce della luna e citò una frase del Kitab al-Ibar. «Viaggia di notte e riposati all’ombra durante il giorno». Guardò sua madre. «Abbiamo ancora qualche ora, prima che sorga il sole. Puoi camminare ancora?»
«Fra un momento.»
Paul salì sul masso, si mise lo zaino in spalla, aggiustandone le cinghie. Restò un attimo immobile, consultando una parabussola.
«Appena sei pronta» disse.
Lei si avvicinò, camminando sulla roccia, e sentì che le forze le ritornavano. «Da che parte?»
«Fin dove conduce questa cresta.» E indicò la direzione.
«Nelle profondità del deserto.»
«Il deserto dei Fremen» mormorò Paul.
E si arrestò, ricordando nell’intimo le immagini che si erano stagliate chiaramente in una delle sue premonizioni su Caladan. Aveva visto questo deserto. Ma, nell’insieme, la visione era stata sottilmente diversa, un’immagine ottica scomparsa dalla sua coscienza dopo essere stata assorbita dalla memoria e che ora non riusciva più a sovrapporsi perfettamente alla scena reale. La visione sembrava essersi sfalsata, avvicinandosi da un’angolazione diversa, mentre lui restava lì, immobile.
Idaho era con noi, in quella visione, ricordò. Ma ora Idaho è morto.
«Sai dove andare?» gli chiese Jessica, male interpretando la sua esitazione.
«No» disse lui, «ma andremo lo stesso.»
Si assicurò più saldamente lo zaino sulle spalle e s’incamminò decisamente in un cunicolo scavato dalla sabbia nella roccia. Il solco si apriva su un tavolato roccioso illuminato dalla luna, che s’innalzava verso sud in una serie di terrazze.
Paul si avvicinò al primo gradino roccioso e si arrampicò sopra di esso. Jessica lo seguì. Si rese conto ben presto che il loro cammino esigeva una continua improvvisazione, le sacche di sabbia fra le rocce che rallentavano i loro passi, le creste affilate dal vento che tagliavano le mani, i macigni disseminati qua e là che obbligavano a una scelta: scalarli o aggirarli? Il terreno imponeva il proprio ritmo. Parlavano solo quand’era necessario, con voci rauche per lo sforzo.
«Fai attenzione, qui. La sabbia è scivolosa.»
«Quella sporgenza rocciosa… Giù la testa!»
«Passa sotto a quella cresta: abbiamo la luna alle spalle e chiunque là fuori potrebbe vederci.»
Paul si fermò in una rientranza della roccia, appoggiando lo zaino a una stretta sporgenza. Jessica si appoggiò accanto a lui, felice per quell’istante di riposo. Sentì che Paul aspirava dal tubo della sua tuta distillante, e anche lei sorseggiò qualche goccia dell’acqua rigenerata. Aveva un gusto insipido e si ricordò delle acque di Caladan: un’alta fontana che racchiudeva nel suo zampillo un’intera curva di cielo, una tale ricchezza d’acqua che si distingueva di essa soltanto la forma, o i riflessi, o il suono, fermandosi accanto.
Fermarsi, pensò. Fermarsi… fermarsi davvero.
La vera felicità, si accorse, era questa: la possibilità di fermarsi, sia pure per un istante. Non c’era alcuna felicità, altrimenti.
Paul si allontanò dalla sporgenza rocciosa, si voltò e si arrampicò lungo una superficie inclinata. Jessica lo seguì sospirando.
Scivolarono giù su un’ampia piattaforma che costeggiava, aggirandola, una parete rocciosa a picco. Di nuovo ripresero ad avanzare irregolarmente sul terreno accidentato.
Jessica percepì nella notte le differenti dimensioni delle sostanze sotto i piedi e le mani: macigni, o ghiaia, o roccia frantumata, o sabbia, e ancora sabbia, e polvere grossolana, o un velo sottile, impalpabile.
La polvere ostruiva i filtri del naso e bisognava soffiare per cacciarla via. La sabbia grossolana e la ghiaia slittavano sulla dura superficie delle rocce, e facevano scivolare gli ignari. Le schegge rocciose tagliavano.
E le chiazze di sabbia, onnipresenti, appesantivano i piedi.
Paul si arrestò sulla piattaforma rocciosa, sorreggendo sua madre perché non inciampasse su di lui.
Indicò qualcosa a sinistra. Jessica seguì con lo sguardo il suo braccio e vide che si trovavano sull’orlo di uno strapiombo: duecento metri più in basso il deserto si stendeva come un mare. Giaceva immobile, la superficie solcata da innumerevoli onde argentee sotto il chiaro di luna… ombre taglienti che sfumavano in curve, mentre, in distanza, s’intravedeva in un grigiore opaco e confuso un’altra scarpata.
«Deserto aperto» disse Jessica.
«Ci vorrà molto tempo ad attraversarlo» fece Paul, e la sua voce suonò soffocata dal filtro.
Jessica scrutò a destra e a sinistra: sotto non c’era altro che sabbia.
Paul aguzzò gli occhi oltre le dune, seguendo il movimento delle ombre al passaggio della luna. «È largo tre o quattro chilometri» disse.