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«Stringo ancora la cinghia» disse.

Lentamente Paul immerse la mano nella sabbia, accanto alla sua, e trovò la cinghia.

«Ora, insieme» fece. «Tensione costante. Non dobbiamo spezzarla.»

Altra sabbia precipitò mentre tiravano lo zaino. Quando lo zaino comparve alla superficie, Paul si fermò e liberò sua madre dalla sabbia. Poi, insieme, finirono di estrarlo dalla trappola.

Qualche minuto dopo erano entrambi in piedi sul fondo del crepaccio, con lo zaino tra loro.

Paul guardò sua madre. La schiuma le macchiava il viso e la tuta ed era incrostata di sabbia nei punti in cui la schiuma si era asciugata. Sembrava che l’avessero bersagliata con palle di sabbia verde.

«Hai un aspetto ben poco dignitoso» le disse.

«Tu non sei molto meglio» ribatté Jessica.

Scoppiarono a ridere, poi si calmarono.

«Tutto questo non sarebbe dovuto accadere» dichiarò Paul. «Non ho fatto sufficiente attenzione.»

Jessica scrollò le spalle e sentì la sabbia rappresa che le cadeva dalla tuta.

«Alzerò la tenda» disse Paul. «È meglio che ti levi la tuta e la ripulisca.»

Si voltò e prese lo zaino.

Jessica annuì in silenzio, troppo stanca per parlare.

«Ci sono dei fori d’ancoraggio su questa roccia» annunciò Paul, «Qualcuno si è accampato qui prima di noi.»

Perché no? si chiese Jessica, mentre spazzolava la tuta. Era un luogo molto conveniente: protetto dalle pareti rocciose e di fronte a un altro strapiombo, a quattro chilometri. Era inoltre abbastanza alto sul deserto per evitare i vermi, e abbastanza vicino per arrivarvi rapidamente prima della traversata.

Si girò e vide che Paul aveva già rizzato la tenda distillante. Le nervature della sua cupola sembravano confondersi con le pareti rocciose. Paul venne avanti, col binocolo, ne regolò rapidamente la pressione interna e mise a fuoco le lenti a olio sull’altra roccia a picco che risplendeva rossodorata davanti a loro, in distanza, nel sole del mattino.

Jessica l’osservò mentre studiava l’apocalittico paesaggio, esplorando canyon e fiumi di sabbia.

«Cresce qualcosa dall’altra parte» disse Paul.

Jessica tirò fuori dal pacco l’altro binocolo e si rizzò in piedi accanto a Paul.

«Là» disse lui, stringendo il binocolo con una mano e indicando con l’altra.

«Saguaro» fece Jessica dopo aver guardato. «Erba secca.»

«Ci potrebbe essere qualcuno nelle vicinanze.»

«Potrebbero essere i resti di una stazione sperimentale botanica» l’avvertì lei.

«Qui siamo piuttosto lontani, verso il sud» obbiettò Paul. Abbassò il binocolo, grattandosi sotto il filtro. Le sue labbra erano secche e screpolate e sentì il gusto polveroso della sete nella sua bocca: «Sembra un luogo dei Fremen».

«Siamo sicuri che i Fremen ci siano amici?» chiese Jessica.

«Kynes ci ha promesso il loro aiuto.»

Ma questa gente del deserto è piena di disperazione, pensò Jessica. Io stessa oggi l’ho sentita. Gente disperata potrebbe ucciderci per impadronirsi della nostra acqua.

Chiuse gli occhi e, sullo sfondo di quel mondo arido e deserto, rievocò una scena di Caladan. Avevano fatto un viaggio di piacere una volta: lei, e il Duca Leto, prima della nascita di Paul. Avevano volato sulle giungle, a sud, sull’erba folta e selvaggia delle savane urlanti e sulle risaie del delta. E in tutto questo verde avevano visto lunghe file di formiche: uomini che trasportavano i loro carichi su sospensori ancorati ai bilancieri, di traverso sulle spalle. E sul mare, come bianchi petali, i trimarrani di sambuco.

Tutto finito.

Jessica riaprì gli occhi al silenzio del deserto, all’incombente calura del giorno. Gli inquieti demoni delle sabbie cominciavano a far tremolare l’aria sulla distesa piatta del deserto. Il lontano strapiombo, davanti a loro, sembrava avvolto nella nebbia.

Una pioggia di sabbia, per un attimo, formò un’impalpabile cortina all’estremità della spaccatura. La sabbia scricchiolava da ogni parte, dispersa dalla brezza del mattino, dai falchi che cominciavano a volar via dalla cima dello strapiombo. Quando la sabbia tornò a depositarsi le sembrò ancora di udirne il sibilo, che divenne più forte: un suono che, udito una volta, non si poteva più dimenticare.

«Un verme» mormorò Paul.

Comparve sulla loro destra e sfilò davanti a loro con noncurante maestosità. Un cumulo di sabbia in movimento che tagliava le dune in linea retta, vibrando. A un certo punto il cumulo s’impennò, sollevando baffi di sabbia come la prua di una nave. Poi cambiò direzione e si allontanò sulla sinistra.

Il suono diminuì e si estinse.

«Ho visto fregate spaziali più piccole» mormorò Paul.

Lei annuì, continuando a guardare attraverso il deserto. Là, dov’era passato il verme, rimaneva quella scia sconvolgente, un solco senza fine davanti a loro, che s’incurvava sotto l’orizzonte come piegato dal contorno del cielo.

«Quando ci saremo riposati» disse Jessica «riprenderemo le tue lezioni.»

Paul dominò una rabbia improvvisa, e replicò: «Madre, non credi che potremmo farne a…»

«Oggi ti sei lasciato prendere dal panico» continuò lei. «Tu conosci la tua mente e il tuo sistema nervoso bindu forse meglio di me, ma hai ancora molto da imparare sulla muscolatura prana. Il corpo agisce da solo a volte, Paul, e io posso insegnarti qualcosa in proposito. Devi imparare a controllare ogni muscolo, ogni fibra del corpo. Le tue mani, per esempio… Cominceremo dai muscoli delle dita, i tendini e la sensibilità dei polpastrelli.» Si voltò. «Entra nella tenda, adesso.»

Paul fletté più volte le dita della mano sinistra, guardando sua madre che strisciava attraverso l’apertura della valvola a sfintere, sapendo che niente sarebbe riuscito a distoglierla da questa sua determinazione… e che lui avrebbe dovuto acconsentire.

Qualunque cosa mi sia fatta, disse tra sé, io mi sono prestato.

Le mani!

Si guardò le mani. Sembravano così insufficienti, paragonate a creature come il verme.

Siamo venuti da Caladan: un mondo paradisiaco per la nostra forma di vita. Non c’era alcun bisogno, su Caladan, di costruire un paradiso fisico, o uno per la mente… lo vedevamo intorno a noi. E il prezzo che abbiamo pagato è il prezzo che gli uomini hanno sempre pagato nell’ottenere un paradiso in questa vita: diventammo rammolliti, perdemmo la nostra tempra.

da «Conversazioni con Muad’Dib», della Principessa Irulan

«Così, voi siete il grande Gurney Halleck» disse l’uomo.

Halleck era in piedi e fissava, all’opposta estremità della grande caverna ufficio, il contrabbandiere seduto alla scrivania metallica. L’uomo indossava la tuta dei Fremen e l’azzurro troppo chiaro dei suoi occhi indicava che, almeno in parte, si nutriva di cibi importati. L’ufficio era un duplicato del centro di controllo di una fregata spaziale: trasmettitore e schermi per circa trenta gradi della parete curva, controlli a distanza di strumenti e di armi. Anche la scrivania si protendeva in fuori come un’escrescenza della parete.

«Io sono Staban Tuek, figlio di Esmar Tuek» disse il contrabbandiere.

«Allora siete voi la persona che devo ringraziare per l’aiuto ricevuto» dichiarò Halleck.

«Ah… gratitudine» esclamò il contrabbandiere. «Sedete.»

Un sedile di tipo astronautico a forma di coppa emerse dalla parete accanto agli schermi. Halleck vi sprofondò con un sospiro. Era stanco; scorse il proprio riflesso sulla liscia superficie scura, accanto al contrabbandiere, e aggrottò le sopracciglia nel cogliere i segni della fatica sul viso rugoso. La cicatrice della liana indelebilis si contorse sulla sua mascella mentre corrugava la fronte.