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Halleck esitò, poiché sentiva che Tuek era saggio e che provava simpatia nei suoi confronti. E tuttavia era inquieto, e non sapeva perché.

«Fidatevi delle vostre capacità» riprese il contrabbandiere. «Quali decisioni vi hanno consentito di sopravvivere in battaglia? Le vostre. E allora, decidete.»

«Già…» fece Halleck. «Il Duca e suo figlio sono morti?»

«Gli Harkonnen lo credono. E in queste cose io sono propenso a credere agli Harkonnen.» Un fosco sorriso si disegnò sul suo volto. «Soltanto in queste, beninteso.»

«Allora dev’essere così» ripeté Halleck. Tese la mano destra, il palmo in su e il pollice ripiegato su di esso nel gesto tradizionale: «Vi do la mia spada».

«Accetto.»

«Volete che convinca i miei uomini?»

«Li lascereste decidere da soli?»

«Mi hanno seguito fin qui, ma per la maggior parte sono nativi di Caladan. Arrakis non è il pianeta che s’immaginavano. Qui hanno perduto tutto, fuorché la vita. Preferirei che decidessero da soli.»

«Ora non è il momento di esitare» replicò Tuek. «Vi hanno seguito fin qui.»

«Voi avete bisogno di loro, no?»

«Noi abbiamo sempre bisogno di combattenti addestrati… E ora più che mai.»

«Voi avete accettato la mia spada. Volete che li convinca?»

«Penso che vi seguiranno, Gurney Halleck.»

«È da sperarsi.»

«Sì.»

«Dunque, tocca a me decidere?»

«Tocca a voi.»

Halleck si sollevò a fatica dal sedile: anche quel piccolo sforzo gli costava molta energia. «Per ora, voglio garantirmi che siano bene alloggiati» disse.

«Consultatevi col mio intendente» replicò Tuek. «Si chiama Drisq. Ditegli che il mio più vivo desiderio è che vi sia riservata ogni cortesia. Vi raggiungerò io stesso, fra poco. Prima, devo spedire un carico di spezia.»

«La fortuna passa dovunque» commentò Halleck.

«Dovunque» confermò Tuek. «Le rivoluzioni sono una rara opportunità per i nostri affari.»

Halleck annuì. Avvertì un debole sussurrio e uno spostamento d’aria, mentre la camera d’equilibrio si apriva accanto a lui. Si girò, chinò la testa per passare e uscì dall’ufficio.

Si trovò nella grande sala delle adunate, dove lui e i suoi uomini erano stati condotti dagli aiutanti di Tuek. Era una cavità lunga e stretta direttamente scavata nella roccia: le sue pareti lisce rivelavano l’uso della lama laser. Il soffitto si perdeva in lontananza: era abbastanza alto da sostenere la roccia e garantire la libera circolazione dell’aria. Lungo le pareti si allineavano rastrelliere e armadi per le armi.

Halleck notò con orgoglio che la maggior parte dei suoi uomini validi era ancora in piedi. Per loro non c’era riposo nella stanchezza e nella sconfitta. I medici dei contrabbandieri si stavano occupando dei feriti. Alcune lettighe si trovavano più avanti, a sinistra: ogni ferito aveva accanto a sé uno dei suoi.

L’addestramento degli Atreides: «Noi vegliamo sui nostri uomini!» era ancora un nocciolo indistruttibile dentro di essi.

Uno dei suoi luogotenenti si precipitò verso di lui col baliset. Lo tolse dalla custodia, scattò sull’attenti e disse: «Signore, i dottori dicono che non c’è più speranza per Mattai. Qui non hanno banche degli organi e neppure delle ossa… solo medicamenti d’emergenza. Mattai non vivrà a lungo e ha una richiesta da farvi».

«Quale?»

Il luogotenente gli porse il baliset: «Mattai vi chiede una canzone per addolcire la sua morte, capo. Dice che voi sapete… ve l’ha chiesta tante volte». Il luogotenente deglutì. «È quella intitolata ’La mia donna’, signore. Se voi…»

«Sì.» Halleck prese il baliset, staccò il multiplettro dal fermaglio, sulla tastiera, toccò una delle corde sottili dello strumento e capì che qualcuno l’aveva già accordato. Sentì un bruciore agli occhi, ma ricacciò ogni altro pensiero mentre avanzava, provando qualche accordo e sforzandosi di sorridere.

Molti dei suoi uomini e un medico dei contrabbandieri erano curvi su una lettiga. Uno degli uomini cominciò a cantare a bassa voce, mentre Halleck si avvicinava, con la facilità di una lunga consuetudine:

«La mia donna è affacciata alla finestra, dolce profilo nel riquadro di vetro. Nel crepuscolo rosso e dorato Si piega verso di me, mi porge le braccia… Vieni a me… Vieni a me, innamorata dalle dolci braccia. Per me… Per me, innamorata dalle dolci braccia».

Il cantore s’interruppe, allungò il braccio bendato e chiuse gli occhi all’uomo sulla lettiga.

Halleck trasse un ultimo accordo dal baliset e pensò: Ora siamo settantatré.

Per molta gente è difficile capire la vita familiare dell’Harem Reale, ma io cercherò di darvene una visione condensata. Mio padre, ne sono convinta, aveva un solo, vero amico: il Conte Hasimir Fenring, l’eunuco genetico, uno dei più temibili guerrieri dell’impero. Il Conte, un uomo piccolo, brutto e vivace, presentò un giorno a mio padre una nuova schiava concubina, e io fui mandata da mia madre a spiare la cerimonia. Noi tutte spiavamo mio padre, per proteggerci. Certo, una schiava concubina concessa a mio padre in base all’accordo fra il Bene Gesserit e la Gilda non poteva generare un Successore Reale, ma i loro intrighi continuavano instancabili, ossessionanti e sempre uguali. Mia madre, le mie sorelle e io ci eravamo ormai abituate a evitare i più sottili strumenti di morte. Può sembrare orribile a dirsi, ma non sono sicura che mio padre fosse del tutto estraneo a questi tentativi di morte. Una Famiglia Reale è diversa dalle altre. Dunque, dicevo, c’era questa nuova schiava concubina, snella, graziosa, rossa di capelli come mio padre. Aveva i muscoli di una danzatrice, e certamente la neuroseduzione faceva parte del suo addestramento. Era in piedi, davanti a mio padre, nuda, e lui la guardò a lungo, prima di dichiarare: «È troppo bella. La riserveremo per un dono». Non avete idea della costernazione che questa sua decisione creò nell’Harem Reale. L’astuzia e l’autocontrollo non erano, forse, minacce mortali per noi tutte?

da «Nella mia casa paterna», della Principessa Irulan

Nel tardo pomeriggio, Paul era in piedi, fuori della tenda distillante. Il crepaccio dove si erano accampati era immerso nelle tenebre. Fissò l’ampia distesa del deserto e il lontano strapiombo, incerto se svegliare sua madre che dormiva ancora.

Piega dopo piega, le dune si stendevano davanti al loro rifugio, sotto il sole declinante, disegnando ombre nere e dense come la notte.

Tutto era così piatto.

La sua mente cercò avidamente qualcosa di alto in quel paesaggio. Ma non c’era nulla, da un orizzonte all’altro, che si elevasse in modo convincente nell’aria surriscaldata. Nessun fiore, nessuna pianta che si agitasse alla brezza… soltanto dune e rocce lontane, sotto un cielo d’argento brunito.

E se non ci fosse una stazione sperimentale abbandonata? si chiese. E se non ci fossero neppure i Fremen? Se le piante che vediamo fossero soltanto un caso?

Dentro la tenda, Jessica si svegliò, si girò sulla schiena e guardò il figlio attraverso il lato trasparente. Paul le voltava la schiena, e qualcosa del suo portamento le ricordò suo padre. In fondo al suo spirito, ritrovò allora la voragine oscura del suo dolore, e distolse lo sguardo.

Qualche minuto dopo sistemò la tuta distillante, si rinfrescò con l’acqua della tasca di raccolta della tenda, scivolò fuori e si alzò in piedi, scacciando il sonno dai muscoli.