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Paul parlò senza voltarsi: «Mi piace la calma di questo luogo».

Come la mente si adegua all’ambiente! pensò Jessica. E ricordò un assioma Bene Gesserit: «Sotto l’effetto di uno sforzo, la mente va nell’una o nell’altra direzione: il positivo o il negativo, acceso o spento. Devi immaginarlo come uno spettro i cui estremi siano lo stato di incoscienza per il negativo, e l’ipercoscienza per il positivo. La direzione in cui si piega la mente sotto lo sforzo è fortemente influenzata dall’addestramento».

«Si potrebbe vivere bene, qui» continuò Paul.

Lei cercò di vedere il deserto attraverso i suoi occhi, cercando di afferrare in una sola volta tutti i rigori che Arrakis accettava come normali, e chiedendosi quali fossero i futuri possibili intravisti da Paul. Qui, pensò, si potrebbe viver soli, senza paura che qualcuno ti pugnali alle spalle, senza sentirsi braccati.

Passò davanti a Paul, prese il binocolo, regolò le lenti a olio e studiò la scarpata davanti a loro. Sì, saguaro e altra vegetazione spinosa nei canali… e un groviglio d’erba giallo verde nei punti in ombra.

«Tolgo il campo» disse Paul.

Jessica annuì, e uscì dalla spaccatura per avere una visione panoramica del deserto. Puntò il binocolo verso sinistra. Un pan salato col suo biancore accecante si stendeva su quel lato, macchiato d’ocra sui bordi: una distesa bianca, dove il bianco significava morte. Ma un pan salato voleva dire anche un’altra cosa: acqua. Un tempo questa distesa di sale scintillante era stata coperta d’acqua. Abbassò il binocolo, si aggiustò il burnus e ascoltò per un attimo i movimenti di Paul.

Il sole si avvicinò ancora di più all’orizzonte, le ombre si allungarono sul pan. Colori sfolgoranti si disegnarono nel cielo, scivolando sempre più nella tenebra dove sfioravano la sabbia. I colori e il fulmineo addensarsi della notte cancellarono il deserto.

Le stelle!

Jessica alzò gli occhi per guardarle, e sentì Paul avvicinarsi. La notte si consolidò sul deserto e le stelle parvero salire dalla sabbia. Il peso opprimente del giorno scivolava via. Per un attimo la brezza le accarezzò il viso.

«La prima luna sorgerà molto presto» disse Paul. «Lo zaino è pronto. Ho piantato il martellatore.

Potremmo perderci per sempre in questo posto infernale, pensò Jessica. E nessuno lo saprebbe.

Si levò il vento notturno e alzò spruzzi di sabbia che le sfiorarono il volto, portando con sé l’odore di cinnamomo. Una pioggia di odori nel buio.

«Senti il profumo?» chiese Paul.

«Lo sento perfino attraverso il filtro» disse Jessica. «Ricchezza. Ma come può procurarci l’acqua?» Indicò l’altro lato del bacino. «Non si vedono luci artificiali, laggiù.»

«I Fremen si nasconderanno in un sietch, dentro la roccia» replicò Paul.

Un disco d’argento si alzò sull’orizzonte, davanti a loro: la prima luna. Comparve lentamente; il profilo di una mano si distingueva chiaramente sulla sua superficie. Jessica fissò la sabbia che al chiaro di luna appariva anch’essa argentea.

«Ho piantato il martellatore nella parte più profonda del crepaccio» disse Paul. «Quando accenderò la miccia, avremo circa trenta minuti.»

«Trenta minuti?»

«Prima che cominci a chiamare un… un verme.»

«Oh. Sono pronta.»

Paul scivolò via e Jessica l’udì che risaliva la spaccatura.

La notte è un tunnel, pensò. Un buco al domani… sempre che ci sia un domani per noi. Scosse la testa. Perché questi pensieri morbosi? Dov’è finito il mio addestramento?

Paul ritornò, alzò lo zaino e aprì la strada verso la prima duna, dove si fermò ad ascoltare, mentre la madre lo raggiungeva. Sentì il suo soffice avanzare e il gelido irregolare crepitio dei granelli di sabbia. La lingua del deserto, la difesa dei suoi segreti.

«Dobbiamo procedere senza ritmo» disse Paul, e richiamò alla memoria i ricordi di uomini che camminavano sulla sabbia… sia la memoria reale che quella presciente.

«Guardami» disse ancora. «È così che un Fremen cammina sulla sabbia.»

Fece un passo avanti sul lato anteriore della duna, seguendone la curva, trascinando il piede.

Jessica studiò il modo in cui avanzava e lo seguì imitandolo. Ne capì il senso: dovevano produrre suoni simili agli spostamenti naturali della sabbia… come il vento, per esempio. Ma i muscoli protestavano a questo movimento spezzato, innaturale: un passo… una scivolata… una scivolata… un passo… un passo… sosta… scivolata… passo.

Il tempo si dilatava intorno a loro. La scarpata rocciosa di fronte a loro sembrava non avvicinarsi mai. Quella alle loro spalle incombeva altissima.

«Bum! Bum! Bum! Bum!»

Il ritmico pulsare s’innalzò dalla roccia, alle loro spalle.

«Il martellatore» disse Paul.

Il battito continuò e ambedue trovarono difficile evitare il suo ritmo, mentre avanzavano.

«Bum!… Bum!… Bum!… Bum!…»

Si muovevano in una conca rocciosa illuminata dalla luna, perseguitati dal cupo martellare, su e giù per le dune, arrancando: passo… scivolata… sosta… passo… passo… La sabbia agglomerata rotolava sotto i loro piedi: scivolata… sosta… passo…

E non cessavano un solo istante di ascoltare, pronti a cogliere quel sibilo particolare.

Il suono, quando arrivò, fu così lieve all’inizio che il fruscio della sabbia lo mascherò. Ma divenne più intenso… sempre più intenso… da ovest.

«Bum!… Bum!… Bum!… Bum!…» continuava il martellatore.

Il sibilo si estese, si sparse attraverso la notte alle loro spalle. Volsero la testa, camminando, e videro l’onda del verme precipitarsi in avanti.

«Continua!» bisbigliò Paul. «Non voltarti.»

Un fracasso terrificante, furioso, esplose tra le rocce che avevano lasciato. Una valanga assordante li sferzò.

«Continua!» disse ancora Paul. «Avanti!»

Avevano raggiunto il punto ideale dal quale ambedue le scarpate rocciose, quella alle loro spalle e quella davanti a loro, sembravano ugualmente distanti.

E sempre, dietro di loro, il frastuono di rocce frantumate dominava la notte.

Continuarono a camminare avanti, sempre avanti… Il dolore dei muscoli divenne qualcosa di meccanico che sembrò allungarsi all’infinito. Ma Paul vedeva che l’invitante dirupo, davanti a loro, era diventato più alto.

Jessica si muoveva in un vuoto assoluto, conscia che soltanto una volontà disperata la spingeva in avanti. La sua bocca disseccata era un’unica piaga, ma il fracasso alle spalle le toglieva ogni speranza di potersi fermare, anche per una sola sorsata dalla tasca di raccolta della tuta.

«Bum… Bum… Bum…»

E un nuovo parossismo furioso eruppe dalla lontana scarpata, soffocando ogni martellio.

Silenzio!

«Più presto!» bisbigliò Paul.

Jessica annuì, pur sapendo che lui non poteva vedere il suo gesto. Ma aveva bisogno di farlo, per esigere ancora di più dai muscoli stremati. Quei movimenti innaturali…

La parete di roccia (e la sicurezza che essa rappresentava) s’innalzava sempre più davanti a loro, cancellando le stelle. Paul vide un ripiano sabbioso prolungarsi in fuori dalla base. Vi montò sopra, inciampando per la fatica, e si raddrizzò con un movimento istintivo.

Un rimbombo si elevò dalla sabbia circostante.

Paul fece due passi, barcollando.

«Boom! Boom!»

«Un tamburo delle sabbie» sibilò Jessica.

Paul ritrovò l’equilibrio. Con uno sguardo valutò la distesa di sabbia intorno a loro: la scarpata di roccia distava circa duecento metri.