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Dietro si udì un risucchio… un turbine di vento, un ribollire della marea dove non c’era acqua.

«Corri!» urlò Jessica. «Paul, corri!»

Si precipitarono in avanti.

Il rullio del tamburo rimbalzava sotto i loro piedi. Poi finalmente cessò, e proseguirono calpestando ghiaia grossolana. Per qualche istante fu un sollievo per i loro muscoli doloranti a causa dell’assurda marcia attraverso il deserto. Ritrovarono il ritmo, l’abitudine. Ma la sabbia e la ghiaia li impacciavano. E il soffio del verme s’innalzava alle loro spalle come una tempesta.

Jessica inciampò e cadde sulle ginocchia. Riuscì soltanto a pensare alla fatica, al fracasso e al terrore.

Paul impetuosamente la rialzò e ripresero a correre mano nella mano.

Un palo sottile spuntò tra la sabbia davanti a loro. Lo superarono e ne videro un altro.

La mente di Jessica non se ne accorse finché non li ebbero superati.

Un altro palo: uno spuntone corroso dal vento che s’innalzava da una spaccatura della roccia.

Un altro ancora.

Roccia!

La sentì sotto i piedi: l’impatto di una superficie che non rallentava i movimenti. Raddoppiò il vigore su quel terreno più solido.

Una profonda spaccatura proiettava un’ombra verticale nella parete rocciosa, davanti a loro. Balzarono verso di essa e si schiacciarono nello stretto pertugio.

Alle loro spalle il soffio del verme cessò.

Jessica e Paul si voltarono, frugando il deserto con lo sguardo.

Dove s’iniziavano le dune, a una cinquantina di metri di distanza, ai piedi di una spiaggia rocciosa, una cupola grigio argento si sollevò nel deserto, scagliando zampilli di sabbia e polvere tutto intorno. Salì sempre più in alto fino a delinearsi in una enorme bocca spalancata. Un foro tondo e nero i cui contorni luccicavano al chiaro di luna.

La bocca si contorse verso la stretta fessura in cui Paul e Jessica si erano rifugiati. Il sentore di cinnamomo rischiò di soffocarli. Il riflesso dei raggi lunari scintillò sui denti di cristallo.

La grande bocca ondeggiava avanti e indietro.

Paul trattenne il respiro.

Jessica, raggomitolata su se stessa, guardò affascinata.

Le furono necessari tutta la sua concentrazione e l’addestramento Bene Gesserit per respingere il terrore primordiale, per trionfare sulla paura ancestrale che minacciava di travolgerle la mente.

Paul provò una specie di ebbrezza. Qualche istante prima aveva attraversato una barriera temporale, penetrando in un territorio sconosciuto. Sentiva le tenebre davanti a sé: niente si rivelava al suo occhio interiore. Era come se gli ultimi passi lo avessero fatto precipitare in un pozzo… o nel cavo di un’onda da cui era invisibile il futuro. L’intero paesaggio era stato profondamente sconvolto.

Questa sensazione di tenebra temporale, invece di spaventarlo gli scatenò un’iperaccelerazione negli altri sensi. Scoprì di poter registrare gli infimi particolari della cosa che, davanti a lui, sorgeva dalle sabbie per cercarlo… La bocca, ottanta metri di diametro… sui bordi, denti di cristallo dalla forma ricurva del cryss… l’alito ruggente, odoroso di cinnamomo e di indefinibili aldeidi… acidi…

Il verme oscurò la luna, mentre sfiorava le rocce sopra la loro testa. Una pioggia di ciottoli e sabbia franò su di loro.

Paul schiacciò ancora di più la madre dentro il rifugio.

Cinnamomo!

L’odore avvolgeva tutto.

Che cosa ha a che fare un verme col melange? si chiese Paul. Si ricordò che Liet-Kynes aveva velatamente accennato a un qualche rapporto tra il verme e la spezia.

«Barrrroooom!»

La violenta esplosione di un tuono, in qualche punto alla loro destra.

E poi, di nuovo: «Barrrroooom!»

Il verme si rovesciò nuovamente sulla sabbia e restò immobile; i raggi lunari continuarono a scintillare sui denti di cristallo.

«Bum! Bum! Bum! Bum!»

Un altro martellatore! pensò Paul.

Il rumore si ripeté alla loro destra.

Il verme ebbe come un gigantesco brivido. Sprofondò ancora di più nella sabbia e ne sporse soltanto la metà superiore, come la mezza bocca di una campana, un tunnel torreggiante sulle dune.

La sabbia stridette.

La creatura sprofondò ancora, ritirandosi su se stessa, girandosi. Poi fu soltanto un cumulo di sabbia, una cresta mobile che descrisse una lunghissima curva tra le dune, allontanandosi sempre più.

Paul uscì dalla spaccatura e contemplò l’onda di sabbia che procedeva attraverso il deserto, verso il richiamo del nuovo martellatore.

Jessica lo seguì, ascoltando: «Bum!… Bum!… Bum!… Bum!… Bum!…»

Qualche istante dopo il rumore cessò.

Paul afferrò il tubo della tuta e si concesse un lungo sorso. Jessica lo guardò, ma la sua mente era come svuotata dalla fatica e dai postumi del terrore. «Se n’è davvero andato?» sussurrò.

«Qualcuno l’ha chiamato» disse Paul. «I Fremen.»

Sentì che le forze le tornavano. «Era enorme!»

«Non così grosso come quello che si è divorato l’ornitottero.»

«Sei sicuro che fossero i Fremen?»

«Hanno usato un martellatore.»

«Perché dovrebbero aiutarci?»

«Forse non l’hanno fatto per aiutarci. Forse hanno voluto soltanto chiamare il verme.»

«Perché?»

La risposta era appena al di là della sua consapevolezza, ma si rifiutò di emergere. Nella sua mente ebbe la visione di qualcosa che era in relazione con gli uncini telescopici che aveva visto nello zaino: gli «ami da creatore».

«Perché dovrebbero chiamare un verme?» insistette Jessica.

Un brivido di paura sfiorò la mente di Pauclass="underline" con uno sforzo distolse gli occhi da sua madre e li fissò sullo strapiombo. «Dobbiamo trovare una strada che ci porti lassù prima che sia giorno.» Puntò il dito: «Quei pali che abbiamo superato… ce ne sono degli altri!»

Jessica guardò nella direzione indicata e vide i pali (segnali corrosi dal vento) che si stagliavano all’ombra di una stretta sporgenza, incurvandosi poi per scomparire in un crepaccio, a un livello molto più alto.

«Indicano una via per salire lungo la scarpata» disse Paul. Si allacciò lo zaino, raggiunse la base della sporgenza e la costeggiò.

Jessica aspettò un attimo, rilassandosi e recuperando le forze, poi lo seguì. Cominciarono a salire seguendo i pali indicatori, finché la sporgenza si ridusse a una stretta cornice di roccia, all’imboccatura di un tenebroso crepaccio.

Paul sporse la testa per sondare l’oscurità. Aveva coscienza della precarietà della sua posizione sulla sottile striscia di roccia, ma volle usare cautela e circospezione. Vide soltanto tenebre all’interno del crepaccio, il quale si estendeva verso l’alto, aprendosi infine sul cielo stellato. Tese le orecchie e udì soltanto i suoni che si aspettava: il fruscio della sabbia, lo sfarfallio di un insetto, il picchiettio di minuscole creature in corsa. Saggiò il crepaccio col piede e sotto la sabbia granulosa trovò la roccia compatta. Lentamente, girò intorno all’angolo e invitò con un gesto la madre a seguirlo. L’afferrò per un lembo della veste e l’aiutò a venire avanti.

Guardarono in alto, verso la luce delle stelle inquadrata da due pareti di roccia, Paul percepì la madre, accanto a sé, come un profilo grigio e nebuloso. «Se soltanto potessimo arrischiarci ad accendere una luce…» bisbigliò.

«Abbiamo altri sensi oltre agli occhi» disse Jessica.

Paul fece scivolare un piede in avanti, spostò il proprio peso ed esplorò il terreno con l’altro piede. Trovò un ostacolo. Alzò il piede, scoprì che l’ostacolo era un gradino, e vi salì sopra. Allungò un braccio all’indietro, trovò la madre e l’afferrò per la veste invitandola ad avanzare.

Un altro passo.