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«Credo che salga fino in cima» bisbigliò.

Gradini bassi e regolari, pensò Jessica. Certamente scolpiti dall’uomo.

Seguì i movimenti di Paul, confusa nell’ombra, gradino su gradino. Le pareti rocciose si restrinsero fin quasi a sfiorarle le spalle. I gradini finivano in una stretta gola, lunga circa venti metri e dal fondo piatto. A sua volta la gola si apriva su un bacino poco profondo, illuminato dalla luna.

Paul avanzò sull’orlo del bacino e mormorò: «Che posto meraviglioso!»

Un passo dietro di lui Jessica non rispose, ma contemplò anch’essa e assentì silenziosamente.

Nonostante la stanchezza, l’irritazione causata dai tubi e dai tamponi al naso e l’impaccio della tuta distillante, nonostante la paura e il desiderio quasi doloroso di riposare, la bellezza di quel bacino le afferrò i sensi e la costrinse a fermarsi per ammirarlo.

«Il paese delle fate» mormorò Paul.

Jessica annuì.

Davanti a lei si stendeva la vegetazione del deserto: cespugli, cacti, ciuffi di foglie coriacee, e tutto vibrava alla luce della luna. Le pareti che circondavano il bacino erano buie, sul lato sinistro, ma a destra risplendevano come ghiaccio argenteo.

«Dev’essere un luogo dei Fremen» disse Paul.

«È necessario che ci siano degli uomini, perché tutte queste piante sopravvivano» annuì Jessica. Liberò il tubo della tasca di raccolta e ne aspirò un sorso. Un liquido caldo, leggermente acre, le scivolò in gola, e tuttavia la rinfrescò. Applicando nuovamente l’otturatore al tubo, sentì lo stridio dei granelli di sabbia.

Un movimento attirò l’attenzione di Paul, alla sua destra, sul fondo del bacino, tra i cespugli e l’erba: sulla superficie sabbiosa, parzialmente illuminata dalla luna, qualcosa si agitava: su-giù, salta, su-giù…

«Topi!» bisbigliò.

Su-giù, salta… In pochi istanti sparirono nell’ombra.

Qualcosa piombò fulmineo sui topi. Si udì un lieve squittio, un battito d’ali, e un uccello grigio simile a un fantasma attraversò in volo il bacino stringendo un minuscolo oggetto scuro fra gli artigli.

Un utile avvertimento, pensò Jessica.

Paul continuò a osservare il bacino da un’estremità all’altra. Respirò l’aria della notte e percepì l’acuto profumo della salvia sullo sfondo di ogni altro odore. Considerò l’uccello da preda una componente normale del deserto. Ora il silenzio era così profondo che era quasi possibile percepire il fluire della luce azzurro-lattea della luna sui saguari e sull’intrico spinoso dei cespugli. Il chiaro di luna, qui, era una sorta di mormorio silenzioso, un’armonia più profonda di ogni altra nell’universo.

«È meglio trovare un posto dove piantare la tenda» disse Paul. «Domani cercheremo i Fremen che…»

«Gli intrusi rimpiangono di aver trovato i Fremen!»

Era una voce d’uomo, dura e imperiosa, che l’aveva interrotto, rompendo l’incanto. Veniva da destra, sopra di loro.

«Non correte, intrusi!» intimò la voce, quando Paul accennò a tuffarsi nella gola. «Sprechereste l’acqua del vostro corpo!

Questo vogliono! pensò Jessica. L’acqua del nostro corpo. Cancellò ogni fatica dai suoi muscoli, li tese al massimo pronta ad agire, senza che nulla trasparisse all’esterno. Localizzò il punto da cui proveniva la voce: Così furtivo! Non l’ho neppure udito avvicinarsi! E capì che il proprietario della voce si era avvicinato producendo soltanto i rumori naturali del deserto.

Un’altra voce chiamò dall’orlo del bacino, alla loro sinistra. «Fai presto, Stil. Prendi la loro acqua. Abbiamo una lunga marcia nel deserto, e fra poco è l’alba.»

Paul, meno addestrato di sua madre a reagire fulmineamente, si pentì di essersi spaventato e di aver tentato la fuga. L’istante di panico aveva offuscato le sue facoltà. Ora si sforzò di ubbidire agli insegnamenti: rilassarsi completamente, poi fingere di essere rilassati e tendere i muscoli fin quasi a spezzarli, come fruste pronte a scattare in qualsiasi direzione.

Tuttavia sentì ancora una punta di paura e ne riconobbe l’origine. Questo era un tempo cieco, un futuro che non aveva visto… Erano preda di due Fremen selvaggi il cui unico interesse nei loro confronti era l’acqua del loro corpo privo di scudo.

Questo adattamento religioso dei Fremen e dunque l’origine di ciò che ora conosciamo come «I Pilastri dell’Universo», di cui i Quizara Tawfid sono i rappresentanti fra noi, con i segni, le prove e le profezie. Ci portano questa fusione mistica di Arrakis, la cui profonda bellezza noi ritroviamo nella commovente musica composta sulle antiche forme, ma contrassegnata da questo nuovo risveglio. Chi non ha ascoltato, senza commuoversi profondamente, l’«Inno al Vecchio»? 

Ho calpestalo un deserto Abitato da miraggi ondeggianti. Vorace di gloria, avido di pericolo, Ho vagabondato sugli orizzonti di al-Kulab, Ho visto il tempo livellare le montagne Nella sua ricerca e nella sua fame di me. E ho visto i passeri sfrecciare fulminei, Più arditi di un lupo da preda. Si sono dispersi nell’albero della mia giovinezza. Ho sentito lo stormo fra i miei rami E ho conosciuto i loro becchi e gli artigli!
dal «Risveglio di Arrakis», della Principessa Irulan

L’uomo strisciò sulla cresta di una duna. Era come una pagliuzza nel riflesso del sole di mezzodì. Indossava soltanto i resti di un jubba, e, attraverso gli squarci, la sua pelle nuda era esposta alla vampa ardente. Il cappuccio gli era stato strappato dal mantello, ma egli si era confezionato un turbante con un pezzo del jubba. Ciuffi di capelli color sabbia ne uscivano, intonati al colore della barba e delle folte sopracciglia. Sotto gli occhi azzurri nell’azzurro, una macchia scura gli segnava le guance. Un solco di peli impastati attraverso i baffi e la barba indicavano la posizione del tubo di una tuta distillante, dal naso alla tasca di raccolta.

L’uomo si fermò sulla cresta, le braccia distese sull’altro versante. Sangue rappreso gli copriva la schiena, le braccia e le gambe: sulle ferite gli aderivano chiazze di sabbia grigiastra. Lentamente trascinò le mani fin sotto al corpo, riuscì a sollevarsi in piedi e si fermò, vacillando. Anche stremato di forze, i suoi movimenti conservavano una certa precisione.

«Io sono Liet-Kynes» disse rivolgendosi all’orizzonte vuoto, e la sua voce era una rauca caricatura della forza di un tempo. «Io sono il Planetologo di Sua Maestà Imperiale» bisbigliò poi. «Ecologo planetario di Arrakis. Il servitore di questo mondo.»

Incespicò e crollò sul fianco della duna esposto al vento. Le sue mani scavarono lentamente nella cresta sabbiosa.

Io sono il servitore di queste sabbie, pensò.

Capì di trovarsi sull’orlo del delirio. Doveva scavarsi una fossa nella sabbia, fino a trovare uno strato sotterraneo relativamente freddo, e seppellirsi in esso. Ma percepì l’odore dolciastro, rancido, delle sacche di prespezia in qualche punto sotto la sabbia: sapeva il pericolo che quell’odore rappresentava, più di qualsiasi altro Fremen. Se l’odore della massa prespezia era giunto fino a lui, ciò significava che i gas nella profondità della sabbia avevano raggiunto una pressione molto prossima all’esplosione. Doveva allontanarsi al più presto.

Le sue mani cercarono debolmente di spingerlo lungo la superficie della duna. Un pensiero gli attraversò la mente, chiaro, distinto: La vera ricchezza di un pianeta è nel suo terreno, nel ruolo che noi giochiamo in questa fonte primordiale di civiltà, l’agricoltura.