E pensò quanto fosse strano che la mente, abituata da lungo tempo a seguire un’unica direzione, fosse incapace di cambiarla. Le truppe degli Harkonnen lo avevano abbandonato lì senz’acqua, dopo avergli strappato la tuta distillante, convinti che un verme, o il deserto, l’avrebbero distrutto. Si erano divertiti all’idea di lasciarlo vivo tra le dune, a morire un po’ per volta nella morsa impersonale del pianeta.
Gli Harkonnen hanno sempre trovato assai difficile uccidere i Fremen, pensò. Noi non moriamo facilmente. Io dovrei essere morto, a quest’ora… sarò morto fra non molto… ma non posso impedirmi di essere ancora un ecologo…
«La più alta funzione dell’ecologia è la comprensione delle conseguenze.»
Questa voce lo sconvolse, perché colui al quale apparteneva era morto. Era la voce di suo padre, che era stato planetologo su Arrakis prima di lui… suo padre, morto da tempo, ucciso nel crollo del Bacino Plastico.
«Ti sei cacciato in un bel guaio, figlio mio» disse il padre. «Avresti dovuto comprendere le conseguenze, quando hai cercato di aiutare il figlio di quel Duca.
Sto delirando, pensò Kynes.
La voce sembrava provenire da destra. Kynes girò la testa, graffiandosi il viso sulla sabbia, per guardare in quella direzione, ma non c’era nulla, a parte la distesa ondulata delle dune che sembravano danzare al calore infernale del deserto.
«Più vita c’è in un sistema, maggiore è la quantità di nicchie ecologiche che presenta» continuò il padre. La voce giungeva ora da sinistra, alle sue spalle.
Perché continua a muoversi? si chiese Kynes. Non vuole che lo veda?
«La vita accresce la capacità di un ambiente a sostenere la vita» disse ancora il padre. «La vita aumenta la disponibilità di sostanze nutritizie. E lega più energia nel sistema grazie ai colossali scambi chimici tra un organismo e l’altro.»
Perché insiste a ripetere sempre le stesse cose? pensò Kynes. Sapevo già tutto prima di avere dieci anni.
I falchi del deserto, che in questa terra (al pari della maggioranza degli animali selvatici) erano divoratori di carogne, cominciarono a volare sopra di lui. Kynes vide un’ombra sfiorargli la mano e si sforzò di alzare la testa. Gli uccelli erano macchie confuse in un cielo azzurro argento, chiazze ondeggianti di foschia.
«Noi dobbiamo generalizzare» disse il padre. «Non è possibile tracciare nette separazioni tra i problemi che coinvolgono un intero pianeta. La planetologia è la scienza del ’taglia e ricuci’.»
Che cosa sta cercando di dirmi? C’è forse qualche effetto di cui non mi sono accorto?
Il suo viso ricadde sulla sabbia bollente. Nell’odore dei gas della prespezia percepì il sentore della roccia bruciata. In qualche punto della sua mente, ancora controllata dalla logica, si formò un nuovo pensiero: Vi sono uccelli sopra di me. Forse alcuni dei miei Fremen verranno a investigare.
«Il più importante strumento per il lavoro di un planetologo è l’essere umano» insistette il padre. «È indispensabile sviluppare la cultura ecologica fra la gente. È per questo che ho messo a punto un metodo interamente nuovo di notazione ecologica.»
Ancora le cose che mi ha detto fin da quando ero bambino.
Kynes sentì freddo, ma l’angolo ancora lucido della sua mente gli disse: Il sole è a picco sulla tua testa. Non hai la tuta distillante e fa un caldo infernale. Il sole ti asciuga tutta l’umidità del corpo.
Tentò di aggrapparsi alla sabbia.
Non mi hanno neppure lasciato la tuta distillante!
«La presenza di umidità nell’aria» riprese il padre, «previene l’evaporazione troppo rapida del corpo.»
Perché continua a ripetere ciò che è ovvio?
S’immaginò l’aria satura di umidità… la duna rivestita di erba… una distesa d’acqua, all’aperto, dietro di lui, un lungo qanat le cui acque scorrevano nel deserto, e file di alberi sulle rive… Non aveva mai visto l’acqua libera sotto il cielo, fuorché nelle illustrazioni dei libri. Acqua libera, aperta… acqua per le irrigazioni… Ci volevano cinquemila metri cubi di acqua per irrigare un ettaro ogni semina, ricordò.
«Il nostro primo obiettivo su Arrakis» disse suo padre, «è di creare zone d’erba. Cominceremo con una varietà mutante arida. Quando avremo imprigionato l’umidità nelle zone erbose, allora pianteremo foreste sui declivi; poi qualche pozza d’acqua all’aperto… piccole all’inizio e situate lungo percorsi battuti dal vento, con trappole precipitatrici di umidità per riprendere al vento quello che avrà rubato. Dobbiamo creare uno scirocco, un vento umido… ma le trappole a vento saranno sempre necessarie»
Continua a parlare dalla cattedra. Perché non sta zitto? Non vede che sto per morire?
«E davvero morirai» proseguì il padre, «se non ti togli da quella bolla di gas che sta formandosi sotto di te. È lì e lo sai. Senti già le esalazioni della prespezia. Sai che i piccoli creatori stanno per perdere un po’ della loro acqua nella massa.»
Il pensiero di quell’acqua sotto di lui lo faceva impazzire. La immaginò, bloccata negli strati di roccia porosa da quegli esseri coriacei, metà bestie, metà piante… i piccoli creatori… e la sottile fenditura da cui si riversava il liquido chiaro, puro, rinfrescante nella…
Una massa prespezia!
Respirò, odorando il sentore dolciastro. L’odore lo avvolgeva, sempre più intenso.
Kynes si sollevò sulle ginocchia, sentì un uccello stridere, un battito affrettato di ali.
Deserto da spezia, pensò. I Fremen non possono essere lontani, anche se è giorno. Certamente hanno visto gli uccelli. Verranno a investigare.
«Muoversi per il territorio è una necessità per la vita animale» continuò il padre. «Ed è una necessità anche per i nomadi. Sono il bisogno fisico dell’acqua, quello del cibo e dei minerali che guidano i loro movimenti. Ora dobbiamo controllare questo movimento, adattarlo ai nostri scopi.»
«Chiudi la bocca, vecchio» borbottò Kynes.
«Dobbiamo fare su Arrakis quello che non è mai stato tentato per un intero pianeta» replicò il padre. «Dobbiamo usare l’uomo come una forza ecologica costruttiva, inserire in questo mondo una vita terrestre, adattata: una pianta qui, là un animale, un uomo. Per trasformare il ciclo dell’acqua e creare un nuovo paesaggio.»
«Chiudi la bocca!» ripeté Kynes.
«La direzione dei movimenti ci diede il primo indizio del rapporto fra i vermi e la spezia» disse il padre.
Un verme, pensò Kynes, con un soprassalto di speranza. Quando la bolla esploderà, certamente verrà un creatore. Ma non ho l’amo con me. Come potrei cavalcare un gigantesco creatore senza l’amo?
La frustrazione minava quel poco d’energia che restava in lui. L’acqua era così vicina… cento metri, più o meno, sotto di lui: un verme sarebbe certamente arrivato, ma non aveva modo di bloccarlo alla superficie e di usarlo.
Ricadde sulla sabbia nella depressione scavata dal suo corpo. Sentì la sabbia bollente sulla guancia sinistra, ma era una sensazione lontana.
«L’ambiente di Arrakis si è incorporato entro lo schema evoluzionistico delle forme di vita locali» riprese il padre. «È strano che solo pochissimi abbiano distolto lo sguardo dalla spezia quel tanto che bastava per chiedersi come fosse possibile che, in un mondo dove le vaste zone di vegetazione erano assenti, potesse conservarsi un equilibrio quasi ideale fra l’azoto, l’ossigeno e l’anidride carbonica. La sfera energetica del pianeta esiste, per essere vista e capita: un ciclo inesorabile, ma sempre un ciclo. Manca un anello del ciclo? Vuol dire che qualcosa d’altro lo sostituisce. La scienza è fatta di tante piccole cose, che sembrano poi evidenti quando sono state spiegate. Molto prima di averlo visto coi miei occhi io già sapevo che doveva esserci il piccolo creatore nella profondità delle sabbie.»