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«Prendi la loro acqua», aveva detto l’uomo avvolto dalle tenebre della notte. Paul scacciò la paura e fissò sua madre. I suoi occhi addestrati videro che era pronta alla battaglia, i muscoli tesi al primo segnale.

«Sarebbe un peccato se fossimo costretti a distruggervi subito» fece la voce sopra di loro.

È quello che ha parlato per primo, pensò Jessica. Sono almeno in due, uno a destra e uno a sinistra.

«Cignoro hrobosa sukares hin mange la pchagavas doi me kamavas na beslas lelele pal hrobas!»

L’uomo alla loro destra chiamava qualcuno sull’altro lato del bacino.

Le parole erano incomprensibili per Paul, ma Jessica, grazie al suo addestramento Bene Gesserit, riconobbe la lingua. Era Chakobsa, una delle antiche lingue dei cacciatori, e l’uomo sopra di loro stava dicendo che forse erano gli stranieri che stavano cercando.

Nell’improvviso silenzio che seguì a quella frase, si alzò la seconda luna: un disco azzurro pallido e avorio, che sembrava sfiorare le rocce e guardarli curioso.

Poi, tra le rocce, si udì un rumore furtivo di mani e di piedi, su entrambi i lati… Ombre si mossero nel chiaro di luna. Altre figure scivolarono fuori dal buio.

Un’intera squadra! pensò Paul, e sentì il cuore balzargli in gola.

Un uomo alto con un burnus screziato, avanzò verso Jessica. Si era tolto il velo per parlare più chiaramente, rivelando una folta barba alla pallida luce della luna. Ma il cappuccio gli nascondeva il viso e gli occhi.

«Che cosa abbiamo qui? Djinn o esseri umani?» chiese.

Jessica gli sentì un vago tono canzonatorio nella voce e si concesse una debole speranza. Quella era la voce imperiosa che li aveva scossi per prima, interrompendoli mentre contemplavano la notte.

«Umani, penso» disse l’uomo.

Jessica percepì, più che vederlo, il coltello nascosto nella sua tuta. Per un breve istante rimpianse amaramente gli scudi.

«Parlate, anche?» continuò a chiedere l’uomo.

Jessica fece appello a tutta l’arroganza ducale che ancora le rimaneva nella voce e nel portamento. Era urgente rispondere a quest’uomo. Ma non lo aveva sentito parlare abbastanza per avere una «registrazione» della sua cultura e delle sue debolezze.

«Chi piomba su di noi nella notte, come un assassino?» domandò lei.

La testa avvolta nel cappuccio del burnus sussultò, rivelando la tensione dell’uomo. Poi, lentamente, si rilassò, e questo rivelò ancora di più a Jessica: l’uomo sapeva controllarsi.

Paul si allontanò dalla madre per distanziare i bersagli e disporre di uno spazio più ampio per agire.

L’incappucciato girò la testa, seguendo Paul, e offrì un angolo del proprio viso alla luce della luna. Jessica vide un naso aguzzo, un occhio lucido (cupo, un occhio cupo, senza la minima traccia di bianco) folte sopracciglia e baffi rivolti all’insù.

«Il cucciolo è abile» disse l’uomo. «Se siete sfuggiti agli Harkonnen, può darsi che siate accolti fra noi. Cosa ne dici, ragazzo?»

Tutte le ipotesi possibili attraversarono la mente di Pauclass="underline" È la verità? o una trappola? Bisognava decidere subito.

«Perché dovreste accogliere dei fuggitivi?» domandò.

«Un fanciullo che pensa e parla come un uomo» disse il Fremen. «Bene, ora rispondo alla tua domanda, mio giovane wali: io sono uno che non paga il fai, il tributo d’acqua, agli Harkonnen. Per questo, appunto, potrei accogliere dei fuggitivi.»

Sa perfettamente chi siamo, si disse Paul. Lo nasconde, ma lo sento nella sua voce.

«Io sono Stilgar, il Fremen» riprese l’uomo. «Questo può sciogliere la tua lingua, ragazzo?»

La stessa voce, pensò Paul. Si ricordò di quest’uomo quand’era venuto alla riunione del Consiglio a reclamare il corpo di un amico trucidato dagli Harkonnen.

«Io ti conosco, Stilgar» disse Paul. «Ero con mio padre al Consiglio quando sei venuto a reclamare l’acqua del tuo amico. Hai preso con te l’uomo di mio padre, Duncan Idaho… uno scambio di amici.»

«E Idaho ci ha abbandonati per ritornare al suo Duca» replicò Stilgar.

Jessica percepì il disgusto nella sua voce e si tenne pronta per l’attacco.

L’altra voce tra le rocce gridò: «Stiamo perdendo tempo, Stil!»

«Questo è il figlio del Duca!» urlò Stilgar, di rimando. «È certamente lui che Liet ci ha ordinato di cercare.»

«Ma… un ragazzo, Stil.»

«Il Duca era un uomo, e questo ragazzo si è servito di un martellatore» ribatté Stilgar. «È stato coraggioso ad attraversare il sentiero di Shai-hulud.»

Jessica sentì che l’uomo l’aveva esclusa dai suoi pensieri. L’aveva già condannata?

«Non abbiamo il tempo di metterlo alla prova» obiettò nuovamente la voce.

«E tuttavia potrebbe essere il Lisan al-Gaib» replicò Stilgar.

Sta cercando un segno! pensò Jessica.

«Ma la donna…»

Jessica si preparò. Quella voce suonava morte, per lei.

«Sì, la donna» fece Stilgar, «e la sua acqua.»

«Tu sai la legge» disse ancora la voce. «Colui che non può vivere nel deserto…»

«Silenzio!» l’interruppe Stilgar. «I tempi cambiano.»

«Liet l’ha ordinato?»

«Hai udito la voce del cielago, Jamis» disse Stilgar. «Perché insisti?»

Cielago! pensò Jessica. Questa parola la illuminò. Era la lingua dell’Ilm e del Fiqh, e «cielago» voleva dire pipistrello, un piccolo mammifero volante. La voce del cielago: avevano ricevuto un messaggio distrans con l’ordine di cercarli, Paul e lei.

«Volevo soltanto ricordarti i tuoi doveri, amico Stilgar» riprese la voce sopra di loro.

«Il mio dovere è la forza della tribù» disse Stilgar. «Questo è il mio solo dovere. Non ho bisogno che nessuno me lo ricordi. Il fanciullo-uomo m’interessa. È carnoso. È vissuto con molta acqua. Lontano dal sole natio. Non ha gli occhi di Ibad. Ma non parla e neppure agisce come i deboli dei pan. E neppure suo padre era un debole. Com’è possibile?»

«Non possiamo restare qua fuori a discutere tutta la notte» replicò la voce tra le rocce. «Se una pattuglia…»

«Questa è l’ultima volta che ti ordino di tacere, Jamis» disse Stilgar.

L’uomo tra le rocce tacque, ma Jessica lo sentì attraversare la gola con un balzo, dirigendosi sul fondo del bacino alla loro sinistra.

«La voce del cielago ha fatto capire che sarebbe stato conveniente per noi salvarvi tutt’e due» disse Stilgar. «La forza del fanciullo-uomo è promettente: è giovane e può imparare. Ma tu, donna?» Fissò Jessica.

Ora, pensò Jessica, ho registrato la sua voce, il suo schema. Potrei controllarlo con una sola parola, ma è un uomo forte… Per noi è molto più prezioso così, libero, intatto… Vedremo.

«Io sono la madre di questo ragazzo» disse Jessica. «La forza che tu ammiri in parte è data dal mio addestramento.»

«La forza di una donna può essere illimitata» dichiarò Stilgar. «Certamente è così per una Reverenda Madre. Sei forse una Reverenda Madre?»

Per il momento Jessica ignorò le implicazioni di quella domanda, e disse francamente: «No».

«Conosci gli usi del deserto?»

«No, ma molti giudicano prezioso il mio addestramento.»

«Tocca a noi giudicare cosa sia prezioso» ribatté Stilgar.

«Ciascuno ha diritto al proprio giudizio» rispose Jessica.