La voce di Stilgar salì dal bacino: «Tu, lassù! Smettila di dar la caccia al ragazzo! Scenderà da solo».
La voce di un giovane, o di una ragazza, risuonò nel buio qualche metro sopra Pauclass="underline" «Ma Stil, è proprio qui…»
«Ti ho detto di lasciarlo stare, Chani, maledetta figlia di una lucertola!
Un’imprecazione appena bisbigliata uscì da qualche punto sopra Paul, poi una voce mormorò: «Chiamare me figlia di una lucertola!» L’ombra scomparve.
Paul riportò la sua attenzione al bacino. Stilgar era un’ombra grigia accanto a sua madre.
«Venite tutti!» gridò Stilgar. Si voltò verso Jessica: «E ora io ti chiedo: come puoi garantirci che manterrai la tua metà del contratto? Sei tu quella che vive tra le carte e i contratti privi di valore che…»
«Noi Bene Gesserit non rompiamo le nostre promesse più di quanto non facciate voi» disse Jessica.
Vi fu un silenzio pieno di tensione, poi un intrecciarsi di voci: «Una strega Bene Gesserit!»
Paul impugnò l’arma di cui si era impadronito e la puntò sull’indistinta figura di Stilgar, ma l’uomo e i suoi compagni erano come impietriti, fissando Jessica.
«La leggenda» disse qualcuno.
«La Shadout Mapes aveva detto questo, di te» aggiunse Stilgar. «Ma una cosa di questa importanza va provata. Se tu sei la Bene Gesserit della leggenda, il cui figlio ci porterà al paradiso…» Scrollò le spalle.
Jessica sospirò, pensando: Così, la nostra Missionaria Protectiva ha disseminato perfino questo inferno di valvole di sicurezza. Ebbene… ci serviranno. Esistono proprio per questo.
E disse: «La Veggente che vi ha portato la leggenda, ve l’ha concessa sotto il vincolo del karama e dell’ijaz, il miracolo e l’immutabilità della profezia. Questo mi è noto. Volete un segno?»
Stilgar alzò la testa, nel chiaro di luna. «Non c’è tempo per i riti» dichiarò.
Jessica si ricordò di una carta che Kynes le aveva mostrato mentre organizzava le vie di fuga. Come sembrava lontano! C’era un nome, «Stilgar», accanto a un luogo chiamato «Sietch Tabr».
«Forse, quando saremo arrivati al Sietch Tabr» replicò.
La rivelazione lo scosse, e Jessica pensò: Se conoscesse i nostri trucchi! Dev’essere stata in gamba, la Bene Gesserit della Missionaria Protectiva. Questi Fremen sono splendidamente pronti a crederci.
Stilgar si agitò, inquieto. «Dobbiamo andare, adesso.»
Lei annuì, perché lui capisse che si mettevano in marcia col suo permesso.
Stilgar guardò in alto, verso la roccia a picco e la sporgenza sulla quale Paul era accovacciato. «Tu lassù, ragazzo, vieni giù, ora.» Rivolse ancora la sua attenzione a Jessica, e aggiunse in tono di scusa: «Tuo figlio ha fatto un baccano incredibile, arrampicandosi. Ha molto da imparare, se non vuole metterci tutti in pericolo. Ma è giovane».
«Non c’è dubbio che abbiamo molto da insegnarci, gli uni agli altri» disse Jessica. «Ma ora dovresti occuparti del tuo compagno, laggiù. Mio figlio l’ha disarmato un po’ brutalmente.»
Stilgar si voltò di scatto, facendo svolazzare il cappuccio. «Dove?»
«Dietro quei cespugli» gl’indicò Jessica.
Stilgar fece un cenno a due dei suoi uomini: «Andate a vedere». Contò i suoi compagni, identificandoli uno a uno: «Manca Jamis». Fissò nuovamente Jessica: «Anche il tuo cucciolo ha quella abilità magica».
«E noterai che non si è mosso da lassù nonostante il tuo ordine» disse lei.
I due uomini inviati da Stilgar ritornarono sostenendone un terzo che ansimava e incespicava. Stilgar li considerò un attimo, poi fissò ancora Jessica. «Tuo figlio prende solo i tuoi ordini, eh? Bene, conosce la disciplina.»
«Paul, puoi scendere adesso» disse Jessica.
Paul si alzò in piedi nel chiaro di luna e fece scivolare l’arma nella cintura. Mentre si voltava, un’altra figura spuntò tra le rocce, davanti a lui.
Alla luce della luna e al grigio riflesso della pietra, Paul intravide un profilo sottile nella tuta dei Fremen e un volto nascosto nell’ombra che lo fissava da sotto il cappuccio. Da una piega della tuta spuntava un’arma a dardi puntata contro di lui.
«Io sono Chani, figlia di Liet.»
La voce era melodiosa, con una punta di allegria.
«Non ti avrei permesso di far del male ai miei compagni» dichiarò.
Paul deglutì. La figura davanti a lui si agitò nel chiaro di luna, lasciandogli intravedere un viso da elfo e due occhi neri e profondi. Un viso familiare, che gli era apparso innumerevoli volte nelle sue visioni. Restò immobile, sbalordito. Ricordò l’irosa bravata con cui un giorno aveva descritto questo viso da lui sognato alla Reverenda Madre Gaius Helen Mohiam: «La incontrerò!»
E quel viso era lì, davanti a lui. Ma questo incontro lui non l’aveva sognato.
«Hai fatto più baccano di uno Shai-hulud infuriato» disse lei. «E sei salito per il lato più difficile. Seguimi, ti mostrerò la via più facile per discendere.»
Uscì dalla spaccatura aiutandosi con le mani e i piedi e seguì il suo mantello ondeggiante tra gli spuntoni di roccia. Lei sembrava danzare tra le rocce, come una gazzella. Paul sentì il sangue salirgli al viso, e ringraziò l’oscurità della notte.
La stessa ragazza! Era come un tocco del destino. Si sentì come afferrato da un’onda, in armonia con un movimento che sembrava esaltare i suoi pensieri.
Qualche istante dopo uscirono nel bacino tra i Fremen.
Jessica sorrise a Paul, ma parlò rivolgendosi a Stilgar: «Questo scambio d’insegnamenti sarà assai utile. Spero che tu e la tua gente non siate in collera per la nostra violenza. Ma ci è sembrata… necessaria. Stavi per commettere un… errore.»
«Salvare qualcuno dall’errore è un dono del paradiso» disse Stilgar. Si sfiorò le labbra con la mano sinistra, con l’altra sfilò l’arma dalla cintura di Paul e la gettò a uno degli uomini: «Avrai la tua pistola maula quando te la sarai meritata, ragazzo».
Paul fu sul punto di replicare, esitò, e si ricordò della lezione di sua madre: «Gli inizi sono sempre difficili».
«Mio figlio ha tutte le armi di cui ha bisogno» intervenne Jessica. Affrontò lo sguardo di Stilgar, obbligandolo a ricordarsi del modo in cui Paul si era impadronito dell’arma.
Stilgar fissò l’uomo disarmato da Paul, Jamis; si teneva in disparte, a testa bassa, e respirava affannosamente. «Sei una donna difficile.» Alzò la mano sinistra e fece schioccare le dita.
«Kushti bakka te.»
Ancora il Chakobsa, pensò Jessica.
Un uomo porse a Stilgar due quadrati di tela. Stilgar li arrotolò tra le dita e annodò il primo al collo di Jessica, sotto il cappuccio, e poi fece lo stesso con Paul.
«Ora portate il fazzoletto del bakka» disse. «Se dovessimo separarci, tutti comunque sapranno che appartenete al sietch di Stilgar. Parleremo di armi un’altra volta.»
Avanzò tra i suoi uomini, ispezionandoli, e affidò a uno di loro lo zaino di Paul.
Il bakka, pensò Jessica. Conosceva assai bene questa parola. Bakka… colui che piange. Ora, capiva il simbolismo che li univa a quei Fremen. Ma perché il pianto?
Stilgar si avvicinò alla ragazza che aveva turbato Paul, e le disse: «Chani, prendi il fanciullo-uomo sotto le tue ali. Tienlo lontano dai guai».
Chani sfiorò il braccio di Paul. «Vieni, fanciullo-uomo.»
Paul era furioso, ma riuscì a dominarsi. «Il mio nome è Paul. È meglio che tu…»
«Noi ti daremo un nome, piccolo uomo» l’interruppe Stilgar. «Al tempo del mihna, alla prova dell’aql.»