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Le sue parole, la sua profonda consapevolezza, il fatto che parlasse sia a lei, sia a quelli che l’ascoltavano segretamente, spinsero Jessica a rivalutarlo.

È degno della sua posizione, pensò. Dove mai avrà imparato questo equilibrio interiore?

«La legge che c’impone il modo di scegliere un capo è giusta» riprese Stilgar, «ma non sempre il popolo vuole giustizia. Quello di cui ora abbiamo soprattutto bisogno è di crescere e prosperare in pace, di espanderci su un territorio sempre più vasto.»

Quali sono i suoi antenati? si chiese Jessica. Come si ottiene una simile razza? «Stilgar» replicò, «ti ho sottovalutata.»

«Lo sospettavo.»

«Sembra che ognuno di noi abbia sottovalutato l’altro.»

«Vorrei metter fine a tutto questo» disse Stilgar. «Vorrei esserti amico… e offrirti la mia fiducia. Vorrei che nascesse tra noi quel rispetto che cresce nei cuori senza esigere l’amplesso della carne.»

«Capisco.»

«Hai fiducia in me?»

«Sento che sei sincero.»

«Fra noi, le Sayyadina, quando non rappresentano l’autorità ufficiale, hanno diritto a un posto d’onore. Insegnano. Mantengono la potenza di Dio in noi.» Si toccò il petto.

Ora devo chiarire questo mistero della Reverenda Madre, pensò Jessica. E disse: «Hai parlato della vostra Reverenda Madre… E ho sentito allusioni a leggende e profezie».

«Una Bene Gesserit e suo figlio hanno in pugno il nostro destino. Così è detto.»

«Credi che io sia questa Bene Gesserit?»

E lo fissò in silenzio, pensando: Il giovane germoglio muore così facilmente! «L’inizio è sempre un tempo di pericolo».

«Non lo sappiamo» disse lui.

Lei annuì, pensando: È un uomo d’onore. Vuole un segno da me, ma non è disposto a influenzare il destino dandomi lui quel segno.

Jessica girò la testa e guardò il bacino, le ombre dorate e violette, le vibrazioni della polvere sospesa nell’aria davanti all’imboccatura della caverna. All’improvviso il suo spirito fu invaso dalla prudenza di un felino. Sapeva il canto della Missionaria Protectiva, e come servirsi della leggenda, della paura e della speranza per le sue necessità più urgenti, ma percepiva alterazioni profonde in quel luogo… come se qualcuno fosse venuto tra i Fremen e si fosse servito per i suoi scopi dell’impronta lasciata dalla Missionaria Protectiva.

Stilgar si schiarì la gola.

Jessica sentì la sua impazienza, capì che il giorno stava avanzando e che gli uomini volevano sigillare questa apertura. Doveva giocare d’audacia e fu cosciente di ciò che le mancava: un dar al-hikman, un’antica scuola di traduzione che le consentisse…

«Adab» bisbigliò.

Le parve che la sua mente si ripiegasse all’improvviso su se stessa. Riconobbe la sensazione e il suo polso accelerò. Niente, nell’addestramento Bene Gesserit, si accompagnava a un tal segno. Poteva soltanto essere l’adab, la memoria che si risvegliava da sola. Vi si abbandonò, lasciando che le parole uscissero dalla sua bocca:

«Ibn qirtaiba» disse,«lontano, dove la polvere finisce.» Alzò un braccio, liberandolo dalle pieghe del mantello, vide Stilgar stralunare gli occhi e udì un fruscio di molte tute alle sue spalle. «Vedo un… Fremen col libro degli esempi. Lo legge ad al-Lat, il sole da lui sfidato e vinto. Lo legge al Sadus del Giudizio, ed ecco quello che legge:

«I mici nemici sono fili d’erba spezzati, che si ergevano sul sentiero della tempesta. Non hai visto quello che ha fatto il nostro Signore? Ha inviato la pestilenza fra coloro
Che hanno tramato contro di noi. Ora sono come uccelli dispersi dal cacciatore. I loro complotti sono cibo avvelenato Che ogni bocca rifiuta.»

Fu colta da un tremito, e il braccio le ricadde.

Dalle ombre profonde della caverna le giunse in risposta il mormorio di molte voci: «Le loro opere sono state distrutte.»

«Il fuoco di Dio domina il tuo cuore» disse Jessica, e pensò: Questo va detto, appunto.

«Il fuoco di Dio c’illumina» fu la risposta.

Jessica annuì. «I tuoi nemici cadranno.»

«Bi-la kaifa» risposero.

Nell’improvviso silenzio, Stilgar s’inchinò davanti a lei: «Sayyadina» disse, «se Shai-hulud lo consente, allora potrai fare il passo interiore come Reverenda Madre».

Passo interiore, pensò Jessica. Strano modo di esprimersi. Ma il resto corrisponde abbastanza bene al canto. Provò una sorta di cinica amarezza per quanto aveva fatto. La Missionaria Protectiva fallisce raramente. In questo mondo desolato, un rifugio è stato preparato per noi. Con l’aiuto della preghiera del salat. Ora… devo recitare la parte di Auliya, l’Amica di Dio… la Sayyadina di questo popolo vagabondo, talmente impregnato dalle profezie del Bene Gesserit da chiamare Reverende Madri le sue sacerdotesse.

Paul, nell’ombra della caverna, era accanto a Chani: sentiva ancora il sapore del cibo che lei gli aveva dato: carne di uccello e grano impastati con miele di spezia e avvolti in una foglia. Mangiandolo, si era reso conto di non aver mai assorbito prima una tale concentrazione di spezia e per un attimo si era spaventato. Sapeva che quell’essenza di spezia lo avrebbe ancora più trasformato, facendo di lui sempre più un Veggente.

«Bi-la kaifa» bisbigliò Chani.

La fissò, e vide l’emozione con cui i Fremen ascoltavano le parole di sua madre. Soltanto l’uomo chiamato Jamis si teneva in disparte, immobile, le braccia ripiegate sul petto.

«Duy yakha hin mange» mormorò ancora Chani. «Duy punra hin mange. Ho due occhi. Ho due piedi.»

E fissò Paul con uno sguardo pieno di stupore.

Paul respirò profondamente, cercando di placare la tempesta inferiore. Le parole di sua madre avevano scatenato in lui l’effetto della spezia concentrata, e la sua voce aveva danzato in lui come le ombre di un fuoco all’aperto. Ne aveva percepito il cinismo… la conosceva troppo bene… ma niente poteva arrestare questa trasformazione iniziatasi con qualche boccone di cibo.

Il terribile scopo!

Lo percepiva. Quella coscienza razziale alla quale non poteva sfuggire. Quella sua mente così acuta, quel flusso d’informazioni, la consapevolezza gelida, precisa. Scivolò a terra, appoggiandosi a una roccia, abbandonandosi a quella sensazione. La consapevolezza fluì in quello strato immobile da cui poteva contemplare il tempo, percepire i sentieri aperti davanti a lui, le correnti del futuro… e quelle del passato: passato, presente e futuro visti con un occhio solo, tre immagini combinate in una visione tridimensionale, come se il tempo fosse diventato spazio.

C’era il pericolo, poteva sentirlo, di andare troppo lontano. Doveva afferrarsi disperatamente al presente, mentre la sua esperienza era sempre più confusa e distorta, nel continuo fluire di ogni istante, e nel consolidarsi del ciò che è nel perpetuo è stato.

Per la prima volta, aggrappandosi al presente, percepì la monumentale regolarità del movimento del tempo, complicata dovunque da vortici, onde, flussi e riflussi; lo schiumeggiante continuo di un mare contro una scogliera a picco. Questo gli fornì una nuova comprensione della sua prescienza e percepì la fonte del cieco fluire d’innumerevoli istanti, la fonte prima dell’errore, e rabbrividì all’immediato contatto della paura.