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In cima, semi aperto, vi era un cancello arcuato di ferro pesante. Le sue sbarre erano forti quanto i suoi avambracci, ed erano costellate di punte smussate. Sembrava fosse stato creato molto tempo addietro, per impedire il passaggio dei draghi.

Nel corridoio retrostante lo attendeva la giovane serva. La fanciulla tentò di non apparire nervosa mentre si allontanava da due pantere irrequiete, che tiravano al massimo la catena che le legava. Le belve si sporsero in avanti, leccandosi le labbra e fissandola.

L’altra estremità delle catene era avvolta intorno alle mani forti e irsute di un uomo sorridente. Occhi scuri, pizzetto, un’aria crudele, il Padrone delle Bestie del Re sembrava tanto pericoloso quanto i due grossi felini che stava portando a passeggio.

Bolifar annuì lentamente, deliberatamente, e in tutta risposta vide l’uomo sollevare un sopracciglio. Non era un oltraggio inatteso, ma di certo qualcosa di cui Vangerdahast sarebbe stato informato. Non era bene che gli addestratori di bestie si considerassero più importanti dei Maghi della Guerra.

Le scale attraversavano la sala dove le pantere si erano accovacciate e battevano la coda. I felini fissarono il vecchio mago ossuto con sguardo meno avido di quello che avevano rivolto alla sua formosa guida. La fanciulla salì la rampa successiva, il sollievo scritto a chiare lettere sulla curva splendida della sua schiena. Bolifar Geldert la seguì, stringendo la sacca col materiale per la scrittura un po’ più forte del solito. Badò a non affrettarsi, anche quando udì uno sferragliare improvviso, indicativo del fatto che il domatore aveva sciolto le belve. La prima pantera che avesse osato affondare gli artigli o i denti in quel Mago della Guerra sarebbe stata anche l’ultima.

Nel corridoio successivo non c’erano bestie, ma servitori solleciti e silenziosi e un paio di guardie che lo salutarono rigidamente. Dei del cielo, non aveva forse chiesto una stanza con una porta che si potesse chiudere, in un luogo lontano dai «corridoi superiori, poco usati e fuori mano»?

In cima alla rampa di scale successiva non vi era nulla eccetto una porta chiusa. Il metallo emise un rumore secco quando la fanciulla girò la chiave nella toppa. Col suo tocco illuminò la pietra che rivestiva la porta di una luce cremisi. Nella luce rossastra la serva si voltò e mise una chiave, ancora calda dopo essere stata tenuta nel corpino, nella mano di Bolifar. Senza proferire parola oltrepassò il mago e scomparve giù per le scale.

Questi la osservò allontanarsi, pensieroso. Poi si voltò senza fretta e aprì la porta, entrando nella fitta oscurità. Forse quella stanza in cima alla torre non gli era molto familiare, ma era ben difesa da incantesimi e isolata… proprio il luogo di cui aveva bisogno per scrivere il suo rapporto.

Vangerdahast aveva atteso abbastanza, più di quanto la sua pazienza fosse disposta a tollerare. Ciò che il Maestro Mago Geldert aveva appreso sui possibili traditori della corona nella nobile famiglia minore dei Cordallar doveva esser messo per iscritto quanto prima; il Vecchio Hammerspells stava, senza dubbio, già misurando le sue stanze, accigliato come una tempesta di Immersea.

Bolifar sorrise mesto alla calda oscurità che lo attendeva. Presto Vangy avrebbe perso la pazienza. Il vecchio Mago della Guerra si trovava lassù, in cima ai numerosi scalini, invece che nel suo solito studio nella Corte Reale, poiché nutriva sospetti sul coinvolgimento di un collega, Mago della Guerra, nel complotto organizzato da Casa Cordallar.

HUH. BANALI INTRIGHI A CONFRONTO CON QUELLI DELL’INFERNO, MA SENTO CHE LA MAGIA È PROSSIMA… SI STA AVVICINANDO. ORA NON DIVAGARE!

No. Ma devi seguire la sequenza di ricordi…

Vangerdahast sbadigliò ancora una volta. Cautamente si allungò verso la candela più vicina e spense la fiammella fra l’indice e il pollice.

Il dolore lo risvegliò del tutto. Lasciando che il fumo si levasse indisturbato, indietreggiò e diede un’occhiata alla stanza. La figura alta e snella era scomposta e immobile: Sardyl, seduta pazientemente sulla sua solita sedia, si era infatti assopita.

Era tardi. Il tempo era trascorso veloce… troppo tempo. Di certo le cameriere spettegolavano già da un po’ sul fatto che il messaggero personale, e scrivano, del Mago Reale fosse rinchiusa con lui nella stanza da tanto, e a quell’ora. Come se Lady Sardyl Crownsilver non si fidasse di Vangerdahast.

«Sveglia, fanciulla», esclamò, accarezzandole la guancia con un dito, con maggiore delicatezza di quanta le cameriere non avrebbero attribuito al Vecchio Hammerspells.

Sardyl batté le palpebre e lo fissò con sguardo interrogativo.

Vangerdahast annuì impaziente, arrabbiato per la lentezza di Geldert. «Sì, va’ a prenderlo», grugnì e ricominciò a misurare la stanza a grandi passi, non vedendo più le scrivanie disseminate di tomi e di pergamene, ma solo un letto accogliente e una notte di sonno di cui aveva tanto bisogno. «Non dargli altro tempo. Mi accontenterò di ciò che ha scritto finora», aggiunse, soffocando uno sbadiglio dopo l’altro.

Senza una parola la scrivana si alzò, si stirò come un gatto e si avviò verso la torretta dove qualche tempo prima aveva condotto il Maestro Mago Geldert. Vangy si voltò accanto alla scrivania e la guardò uscire. Lady Sardyl Crownsilver non aveva ancora imparato abbastanza incantesimi da riuscire a sopraffare un’abile guardia, ma era molto più silenziosa e discreta di una decina dei suoi più vecchi colleghi Maghi della Guerra, e anche più affidabile.

Mmm. La fiducia. Un bene raro a Cormyr.

HO, HO! LUSSURIA IN VISTA, O MI SBAGLIO?

[sopracciglio sollevato a livello mentale] Demone, mi fai apparire come un puritano… e quella, temo, è una qualità.

La porta in cima alle scale era ancora chiusa dalla magia. Sardyl inarcò un sopracciglio con grazia e sollevò ancora la mano, con la quale percepì il debole formicolio che le confermò di non essersi sbagliata.

«Bolifar», chiamò a bassa voce, sapendo che la stanza della torre era piuttosto piccola.

Nessuna risposta. Sardyl si accigliò, lanciò una rapida occhiata alle scale, per assicurarsi che nessuna guardia la stesse osservando, e tracciò un cerchio veloce con la mano, mentre mormorava le parole di un incantesimo che pochi, anche tra i Maghi della Guerra, conoscevano.

La serratura scattò con un piccolo bagliore, al che la fanciulla girò la maniglia ed entrò.

La lampada era accesa e la sua luce tenue e calda illuminava il tappeto, la sedia, il tavolo e una carta geografica appesa a una parete. Tutta la mobilia, e la stessa lampada, erano al solito posto, ma nella stanza non c’era traccia di Bolifar Geldert, delle sue penne, dell’inchiostro, delle pergamene, della carta assorbente e della sacca.

Non esistevano angoli dietro ai quali nascondersi. Sardyl guardò in alto, trovò il soffitto spoglio come doveva essere, poi esaminò la stanza. Si voltò lentamente, guardandosi attorno, allungando le mani nel vuoto. Le finestre erano chiuse, le persiane solide serrate dall’interno, e non vi erano segni strani nella stanza della torre. Ma neppure segni di Bolifar Geldert.

Lady Crownsilver strinse le labbra e arretrò rapida verso la soglia. Lì operò un incantesimo rivelatore di eventuali magie presenti nella stanza, ma scoprì solo ciò che da sempre vi si trovava: i numerosi sortilegi antichi contenuti nella mappa. Incantesimi protettori, elaborati molto tempo prima che lei nascesse, forse precedenti anche alla nascita di sua nonna.

Eppure lì in piedi, non si sentiva sola.

Gli occhi scuri spalancati, Sardyl fece numerosi passi indietro e mormorò un altro incantesimo, per scoprire la presenza di creature invisibili. Quando non ne trovò, il suo volto si fece pallido e truce. Richiuse la porta e bloccò nuovamente la serratura con la magia ma, con un movimento aggiuntivo del dito, rese la sua chiusura diversa da quella di un altro mago, poi andò a cercare Vangerdahast.