AH, UN PIZZICO DI MISTERO! VA’ AVANTI!
Naturalmente.
«Se ciò che afferma Lady Crownsilver è vero», esclamò il saggio, una punta di severità nella voce mentre, sfregandosi gli occhi con le nocche, scacciava le ultime tracce di sonnolenza, «ho fatto centinaia di gradini per non vedere niente». Fece nervosamente due passi lungo il corridoio, poi si voltò a guardare l’ultima rampa di scale. In cima, il potente mago di Cormyr, torvo davanti a una porta chiusa.
Il saggio sbottò: «Non c’è traccia di lui? Intendo dire, non potrebbe essere semplicemente andato da qualche parte? Solo in quest’ala vi sono migliaia di stan…»
Il Mago Reale si voltò e lo guardò con espressione calma. «Alaphondar», esclamò freddo, «conosciamo bene il nostro lavoro. Non ti avrei chiamato per testimoniare senza aver prima provato a rintracciarlo. I miei incantesimi lo scoverebbero, se fosse vivo e da qualche parte su Faerûn, a meno che non sia protetto magicamente». Poi si rivolse alla terza persona presente. «Quello è il tuo sigillo, ragazza?»
«Sì, mio signore», rispose Sardyl a bassa voce, le dita sospese sulla maniglia della porta. «Devo spezzarlo!»
Vangerdahast corrugò la fronte. «No, lascia fare a me.» Fece un piccolo gesto con la mano a significare, come tutti nel palazzo ormai sapevano, «state indietro», e mormorò un incantesimo che né il saggio né la scrivana avevano mai visto prima. Si udì la magia tuonare dall’altro lato della porta, un’eco debole e sibilante, come se avesse colpito le pareti e tornasse indietro tremolante, e poi silenzio.
Sardyl e Alaphondar guardarono entrambi il Mago Reale. Vangerdahast rimase con il capo piegato da una parte, intento ad ascoltare il silenzio. Dopo un lungo istante, avanzò e aprì la porta.
La stanza della torre era come Sardyl l’aveva lasciata.
Alaphondar si accigliò. «Chi ha acceso la lampada!»
«Bolifar, suppongo», rispose Sardyl. Il saggio guardò Vangerdahast come se si aspettasse una risposta diversa, ma il mago non proferì parola e si affrettò verso le persiane.
Sollevò per un istante la mano sopra di esse, poi azionò il saliscendi della serratura e le aprì. Il legno, fermo da tempo, scricchiolò e s’inceppò per un istante. La polvere del davanzale investì il mago in faccia, e questi starnutì come un toro che muggisce sotto un temporale. Il saggio e la fanciulla raggiunsero il Maestro dei Maghi della Guerra vicino alla finestra. Sotto di loro, dopo un salto di una trentina di metri, si estendeva il cortile di ciottoli; alcune guardie sorprese sollevarono la testa alla luce della lanterna per guardare chi si fosse affacciato.
Vangerdahast lasciò che le sentinelle scrutassero bene il suo viso, gli occhi lacrimanti e tutto il resto, ma non disse nulla. Nessuno apriva quelle persiane da tempo. Qualsiasi cosa fosse entrata o uscita attraverso di esse sarebbe stata avvistata. Il mago annuì irritato. Non si era aspettato di scorgere sangue di sotto né alcunché d’interessante penzolare dal tetto della torretta, e le sue aspettative non andarono deluse.
Il robusto Mago Reale si ritirò all’interno della stanza e si voltò, ondeggiando lievemente come un carro stracarico trainato in una curva stretta. «Non c’è niente», chiese brusco a Sardyl, «di diverso nella stanza rispetto a prima! Nulla… un dettaglio, un’impressione».
L’armonioso corpo dell’apprendista si voltò con molta più grazia del corpulento mago. Poi arricciò il naso e le sopracciglia, come faceva sempre quando si concentrava. «Il tappeto… sembra diverso, in qualche modo… più consumato.» La ragazza scrollò le spalle e aggiunse: «Ma com’è possibile?».
Nessuno dei due uomini rispose. Vangerdahast si stava già chinando, sospettoso, sopra il tappeto; lo sollevò e osservò le pietre solide del pavimento sottostante. Alaphondar s’inginocchiò e, quasi con rabbia, batté la mano sul pavimento fino ad allora coperto, in cerca di una giuntura o di un meccanismo scorrevole.
Dopo qualche tentativo inutile il saggio sospirò, si rialzò e guardò Vangerdahast. «Ebbene, O mastro tessitore!»
Il Mago reale non si curò di sorridere a quella sciocca battuta. «Come disse un tempo un principe Obarskyr di un dono molto più grandioso di questo», affermò con aria truce, «è solo un tappeto. Devono essercene almeno quaranta uguali nel palazzo. Tessuti a Wheloon ottant’anni fa. Comprati all’ingrosso nel 1306, quando fu costruita la Torre del Leone e fu spostata tutta la mobilia. Fu un periodo caotico».
Sentendosi addosso lo sguardo dei compagni, Vangy lanciò loro un’occhiata e aggiunse: «Sì, io c’ero nel 1306. In quell’anno il tempo fu mite, e anche nei cinque precedenti, se ben ricordo. Vi sarei grato se indirizzaste altrove la vostra incredulità, e se mi risparmiaste ogni commento sul rimbambimento dei maghi».
Sardyl sospirò. «Passaggi segreti!»
Il suo maestro la guardò con aria stanca. «Hai letto troppi libri fantastici, mia cara.» Alaphondar, che stava per domandargli la stessa cosa, chiuse la bocca con uno schiocco rumoroso.
Il Mago Reale lanciò al saggio un’occhiata raggelante e indicò l’intera stanza con un gesto della mano. «Guardate voi stessi: le pietre sono solide, non c’è nulla per sollevarle o abbassarle, né sul pavimento, né sul soffitto, e nelle pareti non c’è posto per porte o passaggi segreti. La curvatura che vedete è dovuta al fatto che i muri interni seguono l’andamento di quelli esterni.» Con una mano si toccò una tasca della cintura, esitò con visibile riluttanza e poi la infilò all’interno.
Quando la estrasse, le sue dita stringevano una piccola sfera di vetro, su cui il mago mormorò una parola. Una luce improvvisa balenò e si mosse nelle sue profondità.
«Magia di riserva!» chiese Alaphondar, allungando il collo per guardare meglio.
Vangerdahast annuì. «Questa contiene un solo incantesimo… che funziona solo una volta in un luogo particolare. Una volta pronunciatolo, in questa stanza non si manifesterà mai più un’altra magia dello stesso genere.»
«E si tratta di un…?»
Il Mago Reale lasciò che la domanda del saggio rimanesse in sospeso e si recò alla finestra, chiuse le persiane e si voltò. «Tra un attimo», annunciò, «dovremmo vedere un’immagine, una persona. Identificatela, se potete… e fissate i suoi lineamenti nella mente, se non la conoscete». Vangerdahast percepì la domanda di Sardyl senza bisogno di incrociarne lo sguardo, e aggiunse: «La mia magia cercherà il ritratto dell’ultima persona che ha usato un incantesimo di teletrasporto per entrare o uscire da questa stanza».
Mentre parlava, la sfera s’illuminò di una vivida fiamma dorata e andò in frantumi; le schegge di vetro caddero tintinnanti fra le sue dita.
Un istante più tardi l’aria al centro del locale scintillò, sembrò fluire per un momento, e farsi nebbiosa. Fili di fumo grigio si avvolsero a spirale, si allungarono e divennero all’improvviso una figura netta e distinta. I tre si ritrovarono a guardare una donna, o piuttosto l’immagine languida e tremolante di un busto femminile, il resto del corpo celato dalla foschia. La donna aveva un’aria determinata, addirittura bramosa, mentre sollevava le braccia nude e sottili e agitava le dita nell’incantesimo più aggraziato che Sardyl avesse mai visto. D’un tratto l’immagine scomparve, lasciando due granelli di luce brillante che si affievolirono a poco a poco.
Alla fanciulla occorse un lungo istante per rendersi conto che la donna non indossava nulla eccetto anelli e una collana. E ne trascorse un altro prima che si udisse Vangerdahast deglutire in maniera vistosa, come solo di rado accadeva.
Sardyl sapeva che cosa significasse quel rumore e si voltò appena in tempo per vedere un’espressione di dolore sul volto addolcito di Vangerdahast. Il Mago Reale sembrò esattamente ciò che era in quel momento: un vecchio sull’orlo di scoppiare in lacrime. Questo fu ciò che vide prima che la sua faccia s’indurisse di nuovo.