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Vangy le lanciò un’occhiata che potrebbe essere definita solo come provocatoria. Senza proferire parola la ragazza gli appoggiò una mano sul braccio, per consolarlo - un gesto che Alaphondar non avrebbe mai osato fare - e lo guardò con una domanda negli occhi.

«Amedahast», rispose burbero il mago. «La Grande Maga di Cormyr, nel regno di Draxius. Questa era la sua stanza “privata”, molto tempo fa. Nessuno ha usato il teletrasporto in questo luogo dai tempi della signora, il che non sorprende davvero, dati gli incantesimi guardiani.»

Il mago fece qualche passo verso la parete, guardò la mappa e toccò un piccolo monogramma in un angolo. «Sì, qui c’è il suo segno. Lo disegnò più di settecento estati fa.»

Alaphondar guardò la stanza ancora una volta e scosse il capo. No, era davvero troppo piccola perché qualcuno vi si potesse nascondere. «Se il vostro Bolifar fosse in questa stanza…» esclamò cauto, «… e non è sceso semplicemente per le scale dopo che l’avete lasciato, forse è uscito della finestra, in forma spettrale».

Vangerdahast scosse il capo. «Non ci sono fori nelle persiane, e nessuno spiffero dal quale scivolare fuori. Hai visto la polvere quando ho aperto! No. Qui è accaduto qualcosa di oscuro. Lo sento.»

La scrivana stava annuendo. Anche lei aveva la stessa percezione, forte come quella che aveva avvertito quand’era entrata per la prima volta nella stanza. C’era qualcosa di strano lì dentro, si sentiva osservata…

Alaphondar alzò le spalle, irritato, ed esclamò: «lo vado a letto. Ho visto il vostro nulla e ho troppe cose da fare domani per starmene ancora qui a sbadigliare. Che gli dei vi concedano un buon sonno, per quanto non ve lo meritiate proprio».

Non appena il saggio si voltò per andarsene, il mago e l’apprendista si scambiarono un’occhiata di complicità. Corrugarono la fronte simultaneamente e si misero a perlustrare la stanza per l’ennesima volta, cercando ciò che ci sarebbe dovuto essere.

Con un improvviso grugnito d’impazienza per l’assenza di risposte, Vangerdahast pronunciò un incantesimo di ricerca e avanzò verso la mappa e la lampada, sospirando stizzito. Poi si appoggiò alla parete. La mappa rivelò la sua trama complessa di antichi incantesimi, mentre la lampada, compresa la fiamma, era priva di qualsiasi magia. Anche il tappeto presentava solo magie dei tempi passati.

Bolifar Gelde era, a quanto pareva, letteralmente svanito nel nulla. Semplice e impossibile. «Impossibile» per Vangerdahast significava sempre «causato dalla magia».

«L’idea del saggio di andarcene a dormire mi sembra vieppiù assennata», esclamò il mago a bassa voce. «Vieni, fanciulla. Sigilliamo la stanza e andiamocene. Domani avremo tutto il tempo di cercare invano.»

Sardyl annuì e rimase in silenzio, il che le era del resto abituale.

SEMBRA CHE DI TE NON CI SIA ANCORA TRACCIA, MAGO. ORA DELLA FINE IMPARTIRAI A VANGERDAHAST LEZIONI DI MAGIA O NO? OPPURE TI SERVE UN PO’ DI QUESTO?

[schiaffo mentale, dolore rosso che avvampa come un fuoco nell’oscurità a volta]

Se mi risparmi il tormento, Nergal, impiegherò meno tempo!

[borbottio diabolico d’avvertimento]

[scintillio di nuove immagini]

Fra enormi dipinti e tappezzerie, alcune lamine di rame lucidato adornavano le pareti del palazzo. La luce delle lampade si rifletteva sul metallo, gettando un bagliore caldo tutt’intorno e illuminando le guardie immobili e vigili. In coppia lungo le pareti, i soldati rimasero impassibili quando il Mago Reale scortò la sua apprendista fino alla porta delle sue stanze.

«Dormi un po’», esclamò arcigno, la voce alta quanto bastava perché solo lei lo udisse. «Domani mattina avremo un sacco di tempo per preoccuparci della sorte di Bolifar. Attiva il tuo scudo protettivo.»

Sardyl annuì e salutò il mago con un inchino. Era pallida e sembrava essere sul punto di piangere, gli occhi grandi e scuri.

Dopo un istante di silenzio Vangerdahast le posò una mano sulla spalla, per confortarla.

Lady Crownsilver si sottrasse delicatamente a quel tocco ed entrò nella stanza.

Il Mago Reale rimase immobile come una statua, ascoltando la scrivana chiudere la porta col chiavistello. Passarono pochi secondi, poi udì il lieve rumore sibilante che indicava che la ragazza aveva attivato lo scudo protettivo.

Vangerdahast annuì, serio, rivolto alla porta chiusa e mormorò un incantesimo. Quando si voltò per intraprendere la lunga camminata fino alla sua stanza da letto, le guardie rimasero sorprese nel vedere un occhio delle dimensioni di un pugno sospeso dietro la schiena del mago, che lo sorvegliava.

L’occhio magico non vide nulla di sospetto durante il tragitto, né cose fuori posto quando il Mago Reale entrò nelle sue stanze private, attivò i sortilegi di difesa, si recò in una stanza degli incantesimi interna e s’avvicinò al suo tavolo da lavoro. Senza nemmeno fermarsi ad accendere una lampada, elaborò una magia potente per rintracciare Bolifar Gelder.

Il grande incantesimo svanì nell’oscurità e fallì miseramente.

Vangerdahast osservò accigliato le ceneri evanescenti e i fili di fumo lasciati dalla magia. Sospirò, forse per la centesima volta quella notte, e si diresse verso un armadio che apriva raramente, nel quale si trovava un oggetto incappucciato.

L’incantesimo sulla porta dell’armadio gli fornì sufficiente bagliore rosso da togliere il cappuccio e gettarlo da parte. La pietra parlante che si nascondeva sotto di esso, posta in cima a un piedistallo, era un piccolo sasso scheggiato e inclinato, non la sfera di cristallo liscio tanto amata dai maghi alla moda del Sembia o del Calimshan. Ma in quel momento non gliene sarebbe potuto importare di meno. Sei guardie, le cui menti erano libere da magia, avevano testimoniato che Bolifar era salito per quelle scale, e non ne era ridisceso.

Perciò la risposta al mistero della sua scomparsa stava da qualche parte nella stanza della torre, quasi certamente nascosta da una magia più antica e più potente della sua. Per scoprire di che cosa si trattasse, il Mago Reale di Cormyr doveva parlare con qualcuno che ricordava Amedahast da viva, il modo con cui parlava, con cui pensava e come aveva vissuto.

Il mago sospirò ancora e si passò le dita nella barba. Volente o nolente, conosceva una sola persona ancora viva che, se gli dei l’avessero aiutato, avrebbe potuto conoscere abbastanza bene la maga…

Un tappeto steso in un angolo tremolò, s’increspò e s’impennò sul pavimento simile a una specie di mostro minaccioso. Vangerdahast batté stancamente le palpebre per un momento, voltò le spalle alla pietra parlante, afferrò una bacchetta dal banco di lavoro e la puntò con severità contro il tessuto ondeggiante.

Il tappeto baluginò come a rimproverarlo, poi svanì per rivelare un uomo alto e magro, dalla barba bianca e dalla tunica cenciosa. Con una mano sul fianco e un sopracciglio alzato, questi contemplò il Mago Reale. Anche un tagliatore d’ardesia della periferia più occidentale di Cormyr avrebbe riconosciuto il visitatore: Elminster, il Vecchio Mago di Shadowdale.

«I tuoi incantesimi di difesa hanno bisogno di qualche ritocco», osservò con voce fredda l’ex tutore di Vangerdahast. «Li ho infranti senza difficoltà, dato che ho già usato prima questo tappeto.»

Vangy socchiuse gli occhi. «Davvero! Perché?»

Elminster sollevò l’altro sopracciglio. «Per visitare Amedahast, se vuoi saperlo», rispose El abbozzando un ghigno. «Quel tappeto giace accanto al suo letto.»

Il Maestro dei Maghi della Guerra roteò gli occhi. «Avrei dovuto saperlo», sbottò, iniziando a passeggiare per la stanza. D’un tratto si fermò, fece un respiro profondo, soffocò la rabbia che lo assalì quando vide il sorriso di Elminster ed esclamò brusco: «Noi… io… ho bisogno del tuo aiuto. È scomparso…».